venerdì 16 marzo 2012

[Cooking Jungle] Balocchi barocchi in bocca (e nelle orecchie)

[Cooking Jungle] Cena per orecchie raffinate, mercoledì 14 marzo 2012 nella bellissima cornice centro Biotos di Palermo (via XII gennaio 2). L'idea era semplice e gustosa: perché non accompagnare la musica da mensa con qualcosa da mangiare? Ed ecco Paolo Rigano, direttore artistico dell'associazione Musicamente, a proporre una serata barocca con due eccellenti cuochi, Giuseppe Giuffrè e Natale Giunta e un particolarissimo quartetto di ottimi e giovani musicisti. Il compìto e amabile Patrizio Germone al violino, il simpatico e giocoso Alessandro Nasello ai flauti, lo schivo e intenso Teodoro Baù alla viola da gamba e, last but not least, la bella e assorta Cinzia Guarino al clavicembalo, con splendidi strumenti, hanno proposto un repertorio che univa qualità sopraffine a un menu a prova di bomba: Biber, Telemann e C.P.E. Bach hanno accompagnato i commensali in un buffet di buon gusto e di emozioni, senza mai difettare in professionalità e anzi coinvolgendo un pubblico preparato ma molto mondano in una serata che non mi risulta abbia molti precedenti negli ultimi anni. Forse la mia stanchezza non mi ha permesso di godere appieno della scaletta, in particolare quel meraviglioso Solo a viola da gamba e basso, H559, di C.P.E. Bach, suonato quando già la giornata di lavoro e il cibo avevano avuto la meglio su di me.

E, a proposito di cibo, ammetto di aver dovuto ascoltare bene le indicazioni di Giuffrè e Giunta per orientarmi criticamente tra le numerose e squisite sorprese. I due apricena - serviti individualmente dai camerieri - erano dei piccoli toast con tonno e mais e una splendida millefoglie siciliana con riduzioni preparate dai due chef. Il resto della cena ha avuto la forma del buffet, ma credo che le mie dimensioni contenute mi abbiano favorito nello sperimentare un po' tutto ciò che la casa offriva: un meraviglioso timballo di ziti in crosta dolce, dei fusilli che - per mia fortuna, perché erano ottimi - ho scoperto troppo tardi essere stati cucinati con ristretto di piccioni. Voglio dire, mangiare, mangio e non sono neanche vegetariano, però non amo in modo particolare la carne e mi piace contenermi nella scelta degli animali di cui nutrirmi (soprattutto quando questi mi fanno un'indiscreta antipatia). Ad ogni modo, superato questo trauma, che non credo possa aver bloccato ulteriormente la crescita, sono passato ai secondi: ho trovato un po' asciutta la galantina di gallinella ai pistacchi, ma sta nel tipo di piatto, lo capisco; di contro, mi sono piaciute davvero molto le polpettine di manzo e maiale con zucca e cannella. Dopo un sorbetto al mandarino ai fiori eduli che proprio non ho saputo apprezzare, io che pure adoro gli agrumi e il cibo profumato, siamo passati ai dolci: non ho gustato i pur appetitosissimi babà in una disposizione davvero barocca, ma posso dire che la cassata, fatta a quattro mani, era ottima (e ci vuol poco a fare di una cassata siciliana un dessert barocco...), ma ancora più il gelato invernale con arance essiccate e torrone di pistacchio.

E a questo punto io ho dovuto cedere le armi, rinunciando ai quattro caffè e quel che seguiva per evitare tragicomici rientri a casa... Mi spiace molto per la musica che mi sono perso e rinnovo i complimenti ai musicisti e agli chef. Le volute rococò delle mie viscere e il mio palato in fatto di musica ringraziano festosamente!

martedì 13 marzo 2012

The Queen di Stephen Frears

The Queen (2006) affronta il delicato momento in cui la monarchia inglese si è confrontata con il mito autonomo della principessa Diana. Lungi dall'essere una monografia sulla regina Elisabetta II, questo riuscitissimo film di Stephen Frears (scritto da Peter Morgan) riesce in un intento molto ambizioso, che è una delle specialità della scrittura inglese per il teatro e il cinema: individuare e fotografare un momento specifico attraverso il quale ci si affaccia sugli umori e i sentimenti di un'intera epoca.

Come nel più recente Il discorso del re di Tom Hooper, il protagonismo assoluto è dei caratteri, più ancora che dei personaggi. Luci, trucco, battute, tutto contribuisce a delineare un ritratto attuale e necessario dei comprimari e della regina, anche se il merito maggiore va senz'altro alla strepitosa interpretazione della protagonista, un'Helen Mirren aristocratica e più severa che sobria nel fornire una prospettiva unica su una storica svolta generazionale. Alle prese con emozioni smodate e incontrollabili e con una partecipazione plateale a un lutto da cui Buckingham Palace prende in un primo tempo le distanze, la sua Elisabetta è granitica nella fermezza di spirito e aperta al mondo e alle convenienze nella ragione.

The Queen offre uno sguardo colmo di simpatia per la regina e i valori che rappresenta, quando rappresenta Elisabetta II pronta a interrogarsi sul significato dei cambiamenti che deve affrontare. Una prospettiva diamentralmente opposta coinvolge i media e il loro cinismo nel pesare le parole e i comportamenti non come Realpolitik, bensì quale pura strategia comunicativa. A questo spirito non si sottrae neppure il neoeletto Tony Blair di Michael Sheen: ritagliato con l'accuratezza necessaria a un origami, il primo ministro media tra le attese di un popolo inglese ridotto allo stato di pubblico di un evento mondano e le esigenze quasi atemporali di un'istituzione che preesiste e sopravvive alla mera dimensione storica dei suoi sudditi. La Regina Elisabetta II, che appare all'inizio del film in posa per un ritratto, lotta con l'immobilismo della sua posizione e l'impossibile parzialità del suo volere (tema, per altro, affrontato con ben altri toni nel divertentissimo racconto La sovrana lettrice di Alan Bennett).

La monarchia viene rappresentata come un punto di riferimento, proprio mentre perde questa sua funzione. Il fatto che il Tony Blair dipinto da Frears riesca a incunearsi nell'astrale distacco della corte, esercitando un'inedita influenza da parte di un primo ministro, è un segno dei tempi. Le pretese degli associati al regno, quali il principe Filippo (James Cromwell) o della Regina Madre (Sylvia Syms) vengono forse diluite, più ancora che temperate nella figura di Elisabetta II e comprendo qualunque cautela storica si possa avanzare sull'esattezza biografica di questo ritratto. D'altra parte tutto ciò non fa che accentrare ulteriormente il film di Stephen Frears sul ruolo della sua protagonista: e, complice la magnifica Helen Mirren, vincitrice dell'Oscar 2007 quale migliore attrice protagonista e di numerosi altri premi, il risultato è coinvolgente e di notevole valore artistico.

Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi

Non ci resta che piangere (1985), scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, è una di quelle commedie che riconciliano con il tuo tempo quando ce n'è bisogno. Nel viaggio di un maestro (Saverio, come dire: Severio) e di un bidello, Mario, nel più fulgido Umanesimo italiano, si ritrova un dissacratorio e benefico umorismo. Accompagnati da attori di tutto rispetto (Amanda Sandrelli, Elisabetta Pozzi, Carlo Monni, Livia Venturini, Iris Peynado e Paolo Bonacelli), quasi tutti relegati in tempi da cammeo, i due comici ci portano in un altro tempo, rubandolo alle nostre ansie e regalandoci quasi due ore di spasso

Come sempre, quando c'è Benigni di mezzo, il film è una storia sull'amore (più ancora che una storia d'amore). La delusione di una sorella inconsolabile per l'abbandono da parte di un fidanzato egoista e americano quant'altri mai, il legame emotivo di un maestro con i suoi alunni, la ricerca di una ragazza da amare, la paura delle donne da sfuggire. E l'irrefrenabile empatia napoletana di un uomo che si adatta a ogni tempo, seduce le donne, ma stenta a capire l'impatto che il tempo ha sulle persone, perché Mario ama col cuore, ghermisce con l'anima.

Non ci resta che piangere è un film progettato a tavolino per commuovere, divertire, divertirsi a danno delle più viete consuetudini, che diventano assurde necessità vitali e comunicative. Mattatore da par suo, Benigni ritaglia il suo spazio per parlare del tardo Novecento, divertendosi a citare miti moderni e criticare vezzi e interpretazioni sconclusionate. Come in una sbrigliata parabasi (lo spazio che l'autore della commedia ateniese antica si riservava all'interno della propria opera per i suoi manifesti politici ed estetici), il comico toscano non risparmia niente e nessuno.

Non ci resta che piangere non seduce tanto perché sia un film in costume: in quanto tale le soluzioni sono anzi comicamente alla buona, non inadeguate, ma sempre pronte a mostrare il fianco a pedanterie filologiche. Il punto è che in questo 1492 di cartapesta, colmo di macchiette e di fondali da teatro di prosa, non si fa che affrontare lo spaesamento culturale e linguistica della modernità. E, rispetto agli altri titoli, anche successivi di Benigni, qui è Massimo Troisi a fare la differenza: con la sua cordiale, mediterranea intemperanza, l'attore aggancia lo spettatore all'urgenza del momento e dei sentimenti, ritagliandosi uno spazio insostituibile nella vicenda, da assoluto e incontrastato protagonista nel cuore di chi lo ricorda con affetto e devozione.

domenica 11 marzo 2012

[Le onde] 1. Tra le luci

Le onde
di Roberto Oddo

1. Tra le luci
La luce schiuma all'improvviso nel silenzio: forme gassose arieggiano impalpabili, spruzzi di giorno si accucciano tra le tette, finché nuove ventate di gambe impazienti sbriciolano il sogno. Era un sogno qualunque, certo, non avrei voluto neanche farlo, ma stavo ancora correndo: sarei arrivato da qualche parte.
Barbara è lì da sola, solleva le braccia e, prima che queste ricadano, sento un forte colpo al mio fianco, anche il dolore, mentre cerco di capire se a destra o a sinistra mi volto e leggo “scusa” tra le labbra di una biondina molto giovane. Qualcuno, credo un suo amico, mi cinge le spalle e mi trascina rapidamente fuori dalla pista: è forte, nonostante l'età, e non avverto altro che un bruciore che si irradia lungo la mia sbrigativa eccitazione.
La ragazza sbuca da un'aureola di luce verdastra come se ne precipitasse fuori e mi porge un bicchiere d'acqua. Il tipo belloccio sorride vedendomi rinvenire. Leggo nel mio sogno, o nei suoi occhi, “ti sei preso un bello spavento, eh?” e rispondo sì o qualcosa di simile con il capo, prima di riprecipitare in un sonno pesante. Lui mi schiaffeggia e, quando mi riprendo, mi risparmia l'idiota cameratismo che ti aspetti da un compagno di sbornia. Mi rimetto in piedi, lui sospira rasserenato, guardando lei. La ragazza ricambia l'occhiata con un'espressione di noia mal repressa, ma non si dicono nulla mentre tornano a ballare anonimi nel singhiozzo di fari e fumo.
Barbara si ricompone solo adesso nel maldestro silenzio del dj, mi vede e mi saluta da lontano con l'aria sbruffona di chi sa di non avere rivali. Un cenno della mia mano, pollice in su, le dà questa e altre conferme: le altre puoi pure sbattertele, lei se hai le palle devi amarla fino a soffocare. Non nota il mio pallore, galleggia nella sua nebbia bassa e soffocante, gli occhi le si chiudono e ricomincia ad aleggiare nel monotono martellare della notte. Non sembra, ma ne ha ancora a lungo prima che l'alba si rifletta in lei, ormai a suo agio con la sua sudatissima nudità.
Io rimango fuori pista, sebbene il dolore sia ormai svanito: non ho più speranza di ricordare da dove venisse e se fosse importante. Cercherò una birra e qualche ragazza con cui flirtare. Le ragazze si trovano, per le birre invece devi fare la fila e io non ne ho altrettanta voglia. Mi seggo in una caldissima poltrona di pelle, ci devono esser stati almeno in due qui. Sul punto di alzarmi, noto che un bicchiere è stato lasciato sul tavolino come dalla foga, mezzo vuoto; e, sotto, un biglietto giallo.
Addebiterò la mia curiosità alla confusione della gomitata: solo un numero di telefono, lo metto in tasca, e farò finta di aver dimenticato un gesto così quotidiano. Compongo il  numero sul cellulare, nel caso in cui perdessi quell'annotazione  Provo ad avviare la chiamata, certo di sfoderare una discreta disinvoltura a seconda di chi mi risponderà. Non risponde nessuno e dopo pochi squilli cade la linea. Me ne torno in pista e i reni e i colori riprendono a pulsare anche per me. La notte in fondo è ancora tutta da sprecare nel lusso di un'alternanza impietosa tra suoni che irrompono e battiti che svaniscono.
È strano, perciò, che l'assalto cominci già adesso: basta che mi alzi, con il pugno chiuso ancora in tasca e le dita incerte se lasciare o no il foglietto. Prima un inglesino che mappa ogni centimetro di Barbara e pendola da uno all'altro per sapere chi sia, prima di cadere per terra, poi una coppietta che non ti immagineresti alle due di notte tra bottiglie di birra e vagonate di ormoni. Lui mi squadra, poi sceglie un particolare qualsiasi del mio viso e dice: "È amica tua, quella." Lei ridacchia.
Tento un diversivo: "Quale?"
È lei a indicarmela, col tono offeso di chi non comprende l'equivoco. "Quella.", grida, cercando di sovrastare le onde sonore che ci sommergono dagli altoparlanti proprio dietro di noi. Ma Barbara non era più dove l'avevamo lasciata. Al suo posto, due ragazzi sembrano ballare un valzer, come se fossero stati proiettati lì per sbaglio da qualche raggio intergalattico. Ma ho la possibilità di svincolarmi con una risata, dicendo: "No, nessuno dei due."
Quando sono abbastanza lontano da scoraggiare ogni idea di socievolezza, riprovo a chiamare quel numero, ma non arrivo a inoltrare la chiamata che si presenta un ragazzino che avrà vent'anni e non più di qualche ora passata in discoteca. Mi domanda di Barbara, che aveva visto prima salutarmi; gli rispondo che sì, la conosco, e che sì, è impegnata. Poi sentenzia pensieroso: "E non con te", la cerca con gli occhi.
Sorrido e confermo; lui perde la pazienza: "Ah, sei gay" e pare che stavolta si attenda una replica.
Il cellulare mi vibra a interrompere il mio silenzio stordito. Lui può andarsene indignato e incolume e io rispondo a Barbara.
"Tonio?"
"Non chiamarmi così. Mi hanno appena dato del rottinculo."
"Tonio, ascolta..."
"Non chiamarmi così."
"C'è Kostas."
"Kostas?"
"Rainer...  È a Berlino."
"Kostas... Rainer... è... è in anticipo. Facevamo quasi in tempo a prendere l'ultima corsa della U3."
"Va bene lo stesso, mi ci accompagni tu." Non spreca mai punti interrogativi nei suoi discorsi.
"Dove?"
"A Ostbanhof. Dai, andiamo, raggiungimi."
"Dove sei?"
Segue un attimo infinito di silenzio che neanche la musica sfonda. Poi mi sento toccare la spalla destra: mi volto e lei scoppia a ridere.

venerdì 9 marzo 2012

Incontrarsi (o "del caso")

Domenica c'è la festa di un bimbo bellissimo.
Sono davvero contento di andarci e ho accolto subito l'invito di mamma e papà. Invito via Facebook.

E io, che ho un rapporto conflittuale con i social network, non sono certo andato a curiosare tra gli invitati. Ma ecco che una mia compagna di classe mi scova quando confermo di essere presente. Non vedo M. da anni, l'ultima volta fu una cena di Natale un po' di tempo fa, poi ricordo soltanto un saluto rapido su una nave non ricordo più quando, né verso dove.

Sarà bello, divertente rivedere M. Ma non la incontrerò: saremo semplicemente insieme, nello stesso posto, come se ci fossimo dati appuntamento. Saremo pronti a ricostruire circa vent'anni, ognuno avrà la sua versione più accurata di questa storia, quella da cui non sfugge nulla, non quella che ciascuno racconta così all'impronta, da cui filtra qualcosa di te.

Mi pare che la distanza e l'ignorarsi spieghino molti rapporti più degli aggiornamenti automatici. All'improvviso mi prende che vorrei un po' più di silenzio, la necessità di cercare coloro che amo, incontrarli per caso, riconoscerli oppure no, stare a guardarli negli occhi per vedere se siano loro o meno e stupirmi anche. E dire:
Parlami di te.

Dare senso al caso, a un momento, alle circostanze in cui le cose si verificano, non questi incontri con anestesia, potenzialità virtuali di far tutto, di dir tutto, di incontrarci tutti, e non guardarci mai. non sapere quanti siamo, né chi siamo.

Viviamo, e vivo io in particolare, come se tutto fosse prevedibile e non dovesse mai avvenire davvero. Ma questo è un altro discorso: intanto domenica si festeggerà il compleanno del piccolo D., lui riceverà tanti doni e, tra gli altri, il mio salame di cioccolato, che spero gli piaccia. Lui sa tutto questo, ma l'aspetta come se fosse una novità, la festa più bella del mondo: e ci regalerà la sua meraviglia.

lunedì 5 marzo 2012

La scena perduta di Abraham Yehoshua. La paura metafisica

Oblio, colpa ed espiazione, viaggio in terra straniera e ritorno alle origini: l'immaginario collettivo non potrebbe esprimersi in termini più ebraici ne La scena perduta, il nuovo romanzo di Abraham B. Yehoshua, tradotto in italiano da Alessandra Shomroni per la casa editrice Einaudi. La scena perduta, degno di figurare al posto d'onore per il giorno della memoria, è anche un libro sull'artista e sul prezzo da pagare per la propria creatività o per un difetto di fantasia.

Il romanzo di Abraham B. Yehoshua racconta la storia di Yahir Moses, regista israeliano non proprio affermato al termine della propria carriera. L'uomo è protagonista di un'improbabile retrospettiva in una capitale della cristianità, Santiago de Compostela. Vi si reca con Ruth, l'attrice protagonista della sua cinematografia e lì apprende con stupore (e, direi, con sgomento) che i titoli in programma sono quelli della sua giovinezza, quando a scrivere le sceneggiature era un suo ex alunno, Shaul Trigano, a suo tempo amante di Ruth. Film dimenticati in parte o del tutto, film poco significativi, quasi rinnegati dal regista in nome di un rapporto che si interruppe e fece del male a tutti coloro che furono coinvolti nella loro produzione.

La prima parte de La scena perduta di Abraham Yehoshua è un inseguimento a storie senza autore, a nomi dimenticati, a vicende senza esito. Yair e Ruth guardano perplessi i loro film doppiati in una lingua del tutto ignota, senza riuscire a capirci quasi nulla o a ricordare trame, motivi e sviluppi per difendere quelle opere: di fronte hanno un pubblico di appassionati ed esperti di cinema, curiosi di aspetti tecnici, dei simbolismi velati, ansiosi di sfondare la cortina del trascendente in storie surreali, quando non inverosimili. Dimentichi del proprio agire, Moses e la sua attrice, si riscoprono a doverlo giustificare. E d'altra parte, ben altra è la colpa che l'uomo è chiamato ad espiare: il taglio di una scena da una vecchia sceneggiatura rientra furtiva nell'esperienza per via di un quadro appeso nella camera del regista dove questi è ospitato.

Si tratta di una Caritas romana, forse di autore fiammingo: il tema – tradizionale – è riportato, tra gli altri, anche da Valerio Massimo (Factorum et dictorum Memorabilium Libri Novem, V,4,ext-.1). Cimone è in prigione e in catene e viene nutrito dalla figlia, una puerpera che gli cede il latte del figlio direttamente dal seno. L'immagine è dunque scabrosa, poiché rappresenta un uomo vecchio in catene appeso al petto di una giovane donna. Ruth, che avrebbe dovuto rappresentare in un suo film una scena analoga, allora si rifiutò e fu questo a causare la rottura nel gruppo di lavoro originario, quando Trigano lasciò la donna in eredità a Moses, come personaggio, prendendo altre strade.

Tra digressioni, caratteri e sottotracce, La scena perduta è in grado di convogliare una serie di ottime idee, motivi profondi di indagine su ciò che può voler dire fare i conti con le proprie ragioni, i propri silenzi, ciò che si è andato vanificando della vita nel corso degli anni. Per molti aspetti, questo romanzo continua i ragionamenti che Yehoshua portava avanti nel suggestivo Il responsabile delle risorse umane, dove si affrontava con energia ancora più lacerante il tema dell'ignoranza e dell'espiazione, il viaggio nel fondo perduto della memoria e degli alibi in base ai quali si agisce.

Yehoshua è molto bravo a squadernare le ragioni e arriva a concettualizzare diversi temi di importanza capitale nelle relazioni, nei legami affettivi, e nella dimensione del trascendente e del reale. L'autore estende la sua vicenda fino a elaborare un'allegoria grandiosa e impegnativa: gli nuoce una scrittura senz'altro verbosa, un'esplicitezza talvolta insensata, lungaggini qua e là intollerabili, che nulla aggiungono e molto vanificano in termini di concentrazione.

La scena perduta è, senz'altro, più pregnante di altri romanzi di Yehoshua in termini di simbolismo storico e culturale. Però anche senza ricorso a categorie estetiche – per le quali si dovrebbe dire che è meno bello, non so, de L'amante – rimane purtroppo il fatto che è meno efficace, più dispersivo e misterioso. Né mi convince l'ipotesi che la strada imboccata dall'autore per educare il lettore, nel suo eccesso verbale, sia quella giusta sul piano spirituale, anche solo per innescare un dibattito – importantissimo – su questo bilancio tra dare, avere e creare.

domenica 4 marzo 2012

Britten al Teatro Massimo di Palermo

Ogni volta che vado al Teatro Massimo di Palermo, mi chiedo per quale ragione siano così rare le occasioni nelle quali mi coltivo attraverso la musica. Col passare degli anni la mia già scadentissima cultura musicale è andata scemando drammaticamente e mi farebbe molto bene nell'investimento sulla mia formazione. Del resto, non sarei quello che sono se non includessi questa mia ombra, non sarei neanche l'Orfeo che così spesso evoco dalla mia memoria. Tuttavia prevale l'occasione: come quella di un'amica che mi regala un biglietto e, in aggiunta, la mia prima Serenade di Benjamin Britten dal vivo.

Serenade è il ciclo di songs più famoso del compositore inglese, fondamentale nella mia maturazione drammaturgico musicale. Basato su composizioni poetiche di Cotton, Tennyson, Blake, Johnson, Keats (oltre a un anonimo), questo breve gioiello di Britten, scritto nel 1943, prevede per organico una tradizionale orchestra d'archi, un corno (in omaggio al virtuoso Dennis Brain) e un tenore (per la devozione che legò nella vita e nell'opera il compositore al compagno Peter Pears). Serenade è un'opera molto suggestiva e malinconica, fondata sulla caducità della vita e la straniante eternità della poesia: anticipa soluzioni musicali del Britten operistico più maturo e guadagna una sua posizione privilegiata nella ricca produzione del genere, vuoi per la bellezza delle poesie, vuoi per l'altissima qualità compositiva.

Spiace, perciò, che un tenore cresciuto a pane e Britten come John Mark Ainsley deluda il suo pubblico per mancanza di volume e di carattere: da un professionista della sua statura, che si fa apprezzare senza esitazione nella discografia più ricercata, mi sarei aspettato un impatto ben diverso. Se fraseggio e timbro confermano uno stile che teme pochi confronti, lasciando trasparire la consuetudine a un repertorio ormai del tutto padroneggiato (e, in particolare, alcuni accenti del Turn of the Screw), non si può dimenticare che Serenade ha bisogno di una forza e di un'incisività che stasera sono mancate.

Né hanno aiutato il corno dello specialista croato Vladovan Ratković o l'esperienza pressoché unica nel panorama italiano della bacchetta di Bruno Bartoletti: non è necessario avere sempre nelle orecchie Serenade (per un periodo anche come suoneria del cellulare), come mi accade, per avvertire in alcune battute una fondamentale inadeguatezza della performance: in una città che, di Benjamin Britten, al massimo conosce i Four Sea Interludes (secondo me molto meno interessanti sul piano musicale) e, in una singola occasione, il War Requiem, l'incontro con questo ciclo di songs andava sfruttato con maggiore oculatezza. Confido, tuttavia, negli applausi sinceri di un pubblico stupito e tutt'altro che freddo, chi alla novità, chi all'insperata riscoperta, per un recupero discografico (a mio avviso, oltre alla fondamentale Britten edition della Decca, notevole e insostituibile la presenza del grandissimo Robert Tear con Marriner e con Giulini).

Il concerto del teatro Massimo di Palermo, aperto col celeberrimo (straziante e splendido) Adagio per archi di Samuel Barber e arricchito dall'intermezzo Mondschein da Capriccio di Richard Strauss, si è concluso con un capolavoro della liederistica del '900: i Vier letzte Lieder (1948), sempre del compositore di Monaco. Opera di cui per me è quasi imbarazzante parlare, data una bibliografia sterminata che certo non conosco, i Quattro ultimi Lieder di Strauss sono un inno al tramonto, una medicazione alle ferite della vita. Chiunque abbia sentito almeno una volta questi canti (su testi di Hesse e von Eichendorf) e abbia un minimo di sensibilità umana ne rimane segnato.

Col suo canto liberty, Strauss tesse un capolavoro senz'altro inattuale rispetto al corso della musica nel primo Novecento, ma proprio per questo ricava un momento di sincera intimità nelle proprie sofferenze: come se scrivesse per sé, mentre in realtà si dona al mondo con un composto e acuminato canto d'addio.  Con i Quattro ultimi Lieder si devono fare i conti con una dimestichezza del pubblico delle sale da concerto che rischia di appannare la bellezza di questi gioielli. E poco importa se per me Vier letzte Lieder vogliono dire Elisabeth Schwarzkopf: è, più che normale o inevitabile, giustissimo che - dopo l'ineguagliabile soprano tedesco (una delle donne più belle ed eleganti che abbiano mai calcato la scena) - si continui a frequentare Strauss come attualità e non come storia del canto.

Solo che, nel caso specifico, Kristin Lewis mi è sembrata fredda e poco coinvolgente: non mi pare che il dialogo con l'orchestra abbia funzionato fino in fondo. Nonostante il soprano (dell'Arkansas), di prorompente e femminilissima sensualità, vanti un timbro tutt'altro che banale e un buon controllo della voce, non mi ha emozionato come invece sempre accade con questo ipnotico inno di morte e di vita. Il canto è corretto, ma non evocativo, sembra esaurirsi in sé, come se mancasse in profondità. La Lewis ammalia e perfino seduce, ma la poesia dei Vier letzte Lieder è di un'altra dimensione.

giovedì 1 marzo 2012

[Le onde] Romanzo d'appendice

[Le onde] Dovevo arrivarci, scommetto ancora su me stesso. Mi conosco, non durerà poco e me ne pentirò ogni singolo attimo. Quel che ho da dire vale quel che vale. Ho una storia, una che vorrei proprio raccontare in forma romanzesca per un blog ("puntate" non troppo lunghe e forma il più possibile adeguata). Ho in mente una scena, una scena precisa, come se la stessi vivendo, ne vedo le luci, sento bisbigliare qui intorno quel che si dicono.

Uno dei due è un ragazzo, un giovanotto straniero, bello e coraggioso, non si capisce proprio perché sia venuto qui, anche se non fa nessun mistero di sé. L'altro è un ragazzo di qui, normale, ha un lavoro noioso, ed è innamorato della stessa ragazza con cui sta il primo. I due uomini si incontrano, ed è questo che so bene, e cominciano a parlare: c'è un padre, c'è un nonno, c'è un altro (o un'altra).

Ok, è un po' pochino; ma sono convinto che molti non abbiano cominciato con molto più di questo. E poi c'è l'impegno, un appuntamento settimanale, diciamo la domenica (a partire dall'11?). Per seguire un filo, annusare le parole, non le rifiniture, andare dietro ai fatti. Anni fa in questo modo ho scritto sei racconti (violentissimi) a cui sono molto legato, ma che tengo per me. Adesso non gioco al segreto. Il gioco non è un segreto: si gioca per condividere. Vediamo un po' cosa ne sarà, dei miei uomini e di quella donna. E di un romanzo che nasce da un dialogo, da uno scorcio e da tante luci.

Capitolo 1. Tra le luci
Capitolo 2. Notturno

Disperato erotico stomp -- A Lucio

Dovrei affrettarmi a scrivere tutto ciò che devo, che voglio. O rischio che perda senso.

E a trovare una strada in tutto ciò che vorrei dire. Lucio Dalla era un ricordo di sempre: un amico di mio padre gli somigliava tantissimo e per questo era quasi uno di famiglia che ogni tanto ti trovi lì in televisione, toh.


Uno che sceglie uno strano mezzo per dirti qualcosa, per raccontarti facendoti l'occhiolino qualcosa che gli altri non devono sentire, ma senza morbosità, col tocco simpatico e fare amichevole di chi si sta sedendo a tavola con te. E andare avanti con te, ma sul serio.


Aspetta, arrivo, mi lavo prima le mani.
Uno con cui parlare, molto più importante di uno con cui confidarsi e anche più.
Ciao, Lucio. Mi mancherai. Dio mio, quanto mi mancherai.

domenica 26 febbraio 2012

Mrs. Dalloway di Marleen Gorris

Mrs Dalloway (1997) di Marleen Gorris è la versione cinematografica di uno tra i più celebri romanzi della narrativa moderna. Ne è una riduzione sensata, che chi ha letto il romanzo di Virginia Woolf segue con discreta dimestichezza e chi non conosce il capolavoro inglese può apprezzare comunque per le luci e per un'eccellente protagonista, la splendida Vanessa Redgrave.

La storia ruota attorno a una festa che sta per dare la protagonista, Clarissa. Una festa qualunque, perché la donna (di mezz'età) ama e ha sempre amato dar feste. Non è Natale e non è il suo compleanno, né quello del marito Richard (John Standing), ma lei conosce appunto quel modo di dar forma, ordine e misura alla sua vita: fare feste e comprare i fiori per abbellirle. E, poiché la donna è inserita nella più alta aristocrazia londinese di inizio Novecento, sarà una vera occasione mondana, con ospiti di tutto riguardo (anche se non tutti ugualmente graditi).

Quello che Mrs Dalloway proprio non si aspettava era di vedere alla sua festa Peter Walsh (Michael Kitchen), di ritorno dall'India con le notizie di un nuovo amore. Peter era stato fidanzato di Clarissa da giovane (rispettivamente, lui Peter Cox e lei la bellissima Natascha McElhone). Ma allora lei, forse impaurita, forse troppo legata all'incantevole amica Sally (Lena Headey), si spaventò e sposò un uomo, Richard Dalloway (Robert Portal), di cui neanche ricordava il nome, solo per la sicurezza che le dava. E perché non chiedeva troppo.

In continuo rimando tra passato e presente, tra quand'erano tutti giovani e belli e quando invece si guardano allo specchio e riconoscono ciascuno solo i propri fallimenti, Mrs Dalloway di Marlene Gorris a modo suo funziona. Bisogna entrare nel meccanismo, certo, e non è facilissimo. Tanto più che Viginia Woolf ha innestato, nella vicenda della festa di Clarissa, la storia del dolore lancinante e lirico di Septimus (Rupert Graves), giovane reduce della prima guerra mondiale, e dell moglie Rezia (Amelia Bullmore): controcanto di forza e di bellezza indicibili che moltiplica la sensazione di frammentarietà di una vicenda un po' ineffabile, talvolta appannata dal suo intimismo. Insomma, è già tutta nell'archetipo la pluralità di visioni che adotteranno prima Michael Cunningham nella riscrittura narrativa e, di seguito, Stephen Daldry in quella cinematografica, nel celebre The Hours.

Dire che Mrs Dalloway di Virginia Woolf è meglio del film che ne ha tratto Marleen Gorris è, oltre che una banalità, un pregiudizio (che ha talvolta anche sue radici ideologiche) e comunque inessenziale a comprendere l'operazione compiuta sul romanzo. Però, mi preme sottolineare quanto sia importante un confronto diretto e solitario con il testo che ha ispirato il film, pena una dispersione delle tessere di questa storia a mosaico. E d'altra parte non mi sembra superfluo insistere su una lettura tutta al femminile di una storia che non potrebbe esserlo di più. Film molto ben recitato, Mrs Dalloway di Marleen Gorris può avere il sapore di un'occasione mancata.

Io preferisco pensare che abbiamo il privilegio di fruire una storia inesauribile anche attraverso uno sguardo diverso; e che, a guidarmi, sarà sempre la mia lettura, ma più ricca di risonanze.

venerdì 24 febbraio 2012

Perfezioni provvisorie: il 10 a scuola

Una volta, un mio alunno bravissimo che aveva preso 9 o più in una versione di greco, mi domandò timidamente come potesse migliorare. Ho trattenuto a stento il mio desiderio di prenderlo a schiaffi, più o meno metaforici. Poi, questo ragazzo brillante ha proseguito con successo e intelligenza la sua carriera scolastica, dimostrandomi di avere ragione lui. Oggi, sintetizzo tutto ciò con una frase che farebbe la gioia di chi punta sulla promozione delle eccellenze: anche un ragazzo bravissimo ha diritto di migliorare.

Credo sia un sentimento comune tra me e i miei colleghi che i più bravi tra i nostri allievi lo sono a prescindere da noi, quando addirittura non nonostante noi. C'è una minoranza di alunni, infatti, che mostra una tale propensione per le discipline studiate e mette in gioco un tale ricchissimo arsenale di capacità da vanificare ogni progetto didattico, poiché attingono direttamente e senza sovrastrutture all'essenza del metodo e dei contenuti che vengono trasmessi. Non parlo di geni, ma proprio di ragazzi volenterosi e molto in gamba.

Se vogliamo, possiamo pensare un po' a Lisa Simpson: appare nella mediocrità ed è essa stessa una caricatura, ma non è un genio, bensì una persona sveglia, che crede in quello che fa e ha gli strumenti per perfezionarlo, in un contesto di mediocrità pago, quando non addirittura fiero, della propria mediocrità. Ragazzi così sono difficilissimi e gli insegnanti sono piuttosto propensi a relegarli all'autodidassi o a una progressiva (e talvolta irreversibile) sedazione di queste intelligenze a base di 10 stampati in serie sul registro.

Chiaro che il docente deve pensare alla classe e a innalzare il livello medio, ma non si ha il diritto per ciò di mortificare chi è bravo. D'altra parte, ci sono almeno altri due aspetti da valutare: uno, che questi sono proprio i giovani che chiedono di migliorare, mentre gli altri non se ne preoccupano o si affidano a eventuali indulti (... o commerci di indulgenze, dove ancora non è arrivato qualche Lutero). Due: che contenuti e metodi consolidati quale parte dell'insegnamento scolastico non sono l'unica via perché questi ragazzi migliorino.

Ma allora questo è un limite interno e obiettivo, una rigidità inaccettabile, di un sistema educativo. Una scuola ossessionata dalle insufficienze e che non sappia cosa fare con i più bravi non ha diritto di essere chiamata scuola. È vero: insorgono anche squallide alleanze tra genitori e figli che chiedono per quale motivo debbano migliorare, e io a questi signori non so cosa dire, se non domandare loro per quale ragione vadano a scuola. Se hanno bisogno di un pezzo di carta, se ne vadano pure nei negozi di poster o nei diplomifici a ogni angolo di strada.

Sono convinto, per esperienza, che la scuola fallisca con l'80-90% dei suoi alunni e in particolare con il 30-40% dei suoi alunni drammaticamente sotto la sufficienza, perché non sa che spazio di crescita dare a quel 5-10% di ragazzi che potrebbero raggiungere ottimi risultati, senza essere per questo esclusi dal consesso della gente civile e per bene. Lo ripeto: non dico i geni, preziosissime "anomalie", per le quali intervengono altri problemi, in specie di tipo affettivo; né parlo di infallibilità, bensì un'educazione della fallibilità.

In questo senso il problema è comune a chi prende 9 e a chi prende 2 nella versione di latino o nel compito di matematica. Perché il 10 e il 3 sono risultati ugualmente prevedibili, solo che si consideri il ragazzo e non ci si prostri ai massimi sistemi. L'attenzione al contesto non vuol dire un sistema di monitor sul mondo prima intero prima di ritenere accettabile un miglioramento del ragazzo. Né si può soffocare di didattica e didattichese il ragazzo più svogliato o meno attrezzato, relegando i suoi compagni più svegli all'autodidassi.

L'autodidassi o è una strategia didattica progettata allo scopo di un effettivo salto di qualità all'interno di un sistema educativo o è un'onta che vanifica il senso del far scuola. A parte che solo così ci si prepara alla disincentivazione culturale degli esamifici universitari, dove la massa costringe all'attestazione dei buoni risultati dell'autoapprendimento con un buon voto sul libretto; tutti i ragazzi hanno diritto a un spazi di solitudine programmata per verificare il funzionamento delle proprie risorse e l'acquisizione dei propri dati.

Se poi l'insegnante si ostina a mettere 9 perché "il 10 con me non esiste", suggerisco un valido aiuto, perché, a parte le insicurezze personali, vuol dire che non ha chiare le mete che devono raggiungere i ragazzi in quel preciso momento della loro crescita. In questo caso, l'insegnante non è obiettivamente in grado di aiutarli nel superare i limiti che gli impediscono di raggiungere l'optimum (se la parola perfezione spaventa) in quella fase del proprio percorso formativo. E vai con la corsa alla tappa successiva.

Ciò accade senz'altro con le materie umanistiche al liceo. Mentre una maestra elementare non ha nessun problema a mettere il massimo a un bambino in un dettato, un'interrogazione di letteratura italiana offre il destro a mille e più problemi e sembra coinvolga di più l'insegnante in una specie di confronto con l'alunno. Questi, talvolta, se non ne sa più del professore, riesce comunque a metterlo in difficoltà personale, perché mostra, col suo "semplice" porre delle domande, squarci di vita nei quali il docente non si era mai addentrato.

Va bene così, è normale. Se si vuole, lo dico: non so tutto. Non so neanche tutto quello che ho insegnato, se è per questo. Contenti? Bastava chiederlo. Mi aggiorno in continuazione, cresco per passione e per lavoro, cercando di sperimentarmi e di superarmi. Ma tengo sempre presente che se il mio campo d'azione ormai me lo sto progettando io, i miei alunni sono inseriti in un percorso che ha le sue staffette e ha diritto di superare ognuna di quelle tappe e che vengono valutati per ognuna di esse.

Dire che "per me il 10 non esiste" significa non essere concreti e significa dire che i ragazzi devono scavalcare momenti di vita per confrontarsi con un'immagine appannatissima di ciò che siamo noi professori. Ma significa anche ammettere implicitamente che un bambino che abbia svolto perfettamente il suo compito di asticine su un foglio non può avere 10 solo perché non conosce il valore allegorico dell'undicesimo libro delle Metamorfosi apuleiane. Ridicolo. La vita è vita in ogni momento, la scuola deve esserlo altrettanto.

Il sistema educativo è per i ragazzi e, problemi lavorativi a parte, non i ragazzi per il sistema educativo. Altrimenti ci sarebbero ben poche differenze tra una scuola e un'impresa di onoranze funebri: entrambe dipendono dal materiale umano a disposizione per la sopravvivenza (ma in tal caso le onoranze funebri sono più redditizie e sicure). La scuola, per conto suo, potrebbe ambire invece a dar vita.

giovedì 23 febbraio 2012

Up di Pete Docter e Bob Peterson

Up (2009) di Pete Docter e Bob Peterson è uno di quei film animati che ti straziano. Fin dalla prima scena, questo commovente capolavoro della Pixar sbalordisce per la sua capacità di toccare le corde più intime della vita di un uomo comune, di un uomo timido, che non conta se non per l'amore che da sempre porta alla sua donna. Gioiello sulla fedeltà, sull'amore coniugale, sulla necessità di andare fino in fondo con il sogno di una vita, con un sogno condiviso, Up è un film "senile" quant'altri mai.

L'ho visto al cinema tre anni fa, ero già fin troppo adulto, so da tempo quando una perdita si fa smarrimento. Mi chiedo cosa ne rimanga sulle manine sporche di cioccolato di un bimbo, nella trama nervosa dei piccoli, di questa storia costruita su ciò che non si controlla più e non ha più la forma che dovrebbe avere. Up non è storia per chi si annoi in un nido, ma per coloro che hanno temuto almeno una volta di perderlo e ricominciano a vederlo con la tenerezza di chi ha raccolto e intrecciato ogni pagliuzza per volare fin dov'è.

Up racconta le vicende di un uomo: Karl Fredriksen: questi, dopo la morte della moglie, vuol sfuggire i ricatti della vita cittadina e raggiungere il luogo che sarebbe stato il loro viaggio più importante, il coronamento delle loro nozze: le cascate Paradiso, che si trovano al sud. La sua storia incrocia quella del piccolo, e non troppo sveglio, Russsell, boy-scout alla ricerca dell'ultimo trofeo sul suo medagliere (e di un padre che trovi il tempo per appuntarglielo al petto). Insieme, in uno fortunoso viaggio, a seguito di un temporale e accompagnati da strambi compagni (un po' come nel Mago di Oz) porteranno la casa di Karl, tenuta in cielo da centinaia di palloncini, andranno insieme fino in fondo, ciascuno per la sua strada.

Up è forse uno dei film animati più allegorici che abbia mai visto, non solo della Pixar. Il filo della narrazione si mantiene saldo nel corso dell'intero lungometraggio, ma il controcanto affettivo ed emozionale vibra di continuo e riecheggia come un sapore un po' amaro. È bellissimo, anche se lo stile dei disegni non mi è congeniale; è raffinatissimo nel suo surrealismo romanzesco e grafico, con questa sagoma della casa che si va assottigliando per via dei palloncini che scoppiano o si sgonfiano sul tetto, assumendo una silhouette sempre più macilenta e sghemba. Mi ricorda un po' Il castello errante di Howl dell'insostituibile Miyazaki, sebbene molto diversa sia poi la storia e molto più complesso (ma non per questo più denso) sia il gioiello del celeberrimo Studio Ghibli.

Up è, in aggiunta, la storia di un imprevedibile rapporto di amicizia ed empatia tra due uomini, uno molto vecchio, l'altro troppo giovane, e dei valori di solidarietà e apertura al mondo intero che la sostengono. Entrambi, a loro modo più che adulti, si riconoscono già nei loro sistemi di valori e si incontrano quando sembrano incompatibili, salvo riconoscere l'umanità profonda che c'è nell'altro. Up è tutto, tranne che un filmetto allegro o distensivo, anche se fa ridere e non manca di provocare sia tenerezza, sia lacrime palesi o furtive. Con i suoi colori caldi e luminosissimi, con gli spruzzi esotici di paradisi tropicali, i suoi repentini mutamenti climatici, Up trasporta uno spettatore sensibile dentro ciò che credeva sconfitta e ciò che in realtà è dolore. Per viverlo fino in fondo al proprio sogno.

martedì 21 febbraio 2012

Lettera dall'esilio (voi sapete quel che fa)

Per qualche giorno sono stato in esilio. Ho scoperto, così tardi, quanto bruci una voce che chiama. Virginia Woolf sta dall'altra parte del tempo. Vorrei raggiungerla, ma non distinguo bene le parole, devo ricercarla in me. Come ogni volta che inizia un nuovo libro, aspetto di entrare nel meccanismo, di comprendere che ritmo prenderà la mia vita, per un po'. Perché poi sarà tutto diverso.

Per questo lo scrivo di nuovo. Mi sto cercando dentro un libro, solo che questo libro è nel futuro. Sfoglio giorno dopo giorno, come brame di pelle troppo sottile, ci guardo attraverso, per questo non ne riconosco la grana. Sarà così, sarà un altro salto nel buio. È così che si cambia, quando non puoi dire niente senza percepire un vero segreto, leggi con la foga di un amante che sfoglia i suoi momenti di piacere, sprofonda quasi in ognuno di essi.


(Voi sapete quel che fa.)

Giampiero Mughini, In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il "caso Svevo"

Che cosa significa Trieste? Giampiero Mughini scrive un libro nel quale discute sul senso della frontiera giuliana, sulla vita di una regione incantevole e maledetta o, per dirla con le sue parole, In una città atta agli eroi e ai suicidi (Bompiani, 2011). E non ci si lasci ingannare dal sottotitolo, Trieste e il caso Svevo, il nostro autore della Coscienza di Zeno è soltanto il punto di partenza di un ragionare su quello che è un luogo dell'anima nazionale. Una città che ultimamente per me sta diventando meta sognata, discussa, scena dove immergermi, fuori dalle mie quinte. Non posso rispondere al perché di questo mio peregrinare in una zona a me quasi del tutto ignota (a parte una storia che non racconterò, ma non è di quello che si parla, no? non si parla di amori). Trieste, città letteraria, città di eroi e di martiri, ma città, in fin dei conti: fatta di mattoni, di piazze, di strade, di uomini che non sono tutti eroi e che hanno il diritto di essere uomini e donne.

Da lì, forse, dovrei partire io. E, chissà, anche Mughini, intento alla tessitura di un discorso colto, dal sapore tra l'antiquario intelligente e l'intellettuale indignato/impegnato. La Trieste che emerge da In una città atta agli eroi e ai sucidi è una città inabitabile, una città infestata dagli spettri di chi non se ne sarebbe mai separato, a costo della vita (o della morte). Sono il primo a procedere dal sogno, perché quella è la mia dimensione, alla realtà, tuttavia credo di aver sbagliato strada per arrivare proprio a Trieste. Il godibile libro di Mughini - nonostante una scrittura un po' affrettata e giudizi più che legittimi, ma un po' troppo sbrigativi nella formula sull'Italia e sulla vita - cita senza requie cose, persone e fatti che s'imprimono con orme debolissime nella memoria, subito sostituiti da nuovi fatti, persone, cose. Si dica pure che dovrei potenziare la mia conoscenza della storia e della cultura italiana: è verissimo; ciò non toglie che, quanto a contenuti, questo In una città atta agli eroi e ai suicidi non riesce a influire davvero sulla mia preparazione in merito, salvo fomentare la mia abituale onnivora curiosità.

È perciò indecente la lentezza con cui ho letto il libro di Giampiero Mughini: ho rischiato davvero di stancarmi e non arrivare alla genesi di In una città atta agli eroi e ai suicidi. Svevo, che a un certo punto fa capolino meno dei suicidi (e delle belle, biondissime triestine), finalmente riappare quando Mughini parla della folgorazione avuta nel confronto tra l'edizione Vram di Senilità nel 1898 e quella Morreale del 1927, difendendo a spada tratta la prima. (E, mi sembra, a dispetto delle cautele e dei correttivi, Senilità rispetto agli altri due romanzi; ma qui sono partigiano e porto acqua al mio mulino, giacché pochi romanzi hanno avuto sulla mia carriera di lettore l'influenza di questo secondo romanzo sveviano. Del resto Massimo Mila, mi pare, scriveva che non si può eleggere impunemente la propria opera preferita di Mozart/Da Ponte, ché tanto è sempre l'ultima ascoltata: amo infrangere anche questa regola e dire chiaro e tondo che per me non c'è confronto tra il Don Giovanni e qualunque altra cosa abbia mai sentito in vita mia).

In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il caso Svevo ha un tono orale che si sottrae a ogni accademismo e di ciò gli va reso merito incondizionato. Tuttavia la sintassi, nella sua indifferenza alla compiutezza e alla simmetria ciceroniana, tanto cara anche a classicisti bastardissimi come io sono, è per lo meno spericolata. E, insomma, non so più se, a mettere sulla bilancia scintille di interesse o principi di orticaria, vincano prima le une o gli altri. Sono certo, per quel po' che ho visto Mughini in televisione, che non me ne vorrà affatto se gli addebito questi più che non gli accrediti quelle. Lettura per bibliofili disinvolti (ma non disinibiti), con ampia dimestichezza di cose, umori e persone, In una città atta agli eroi e ai suicidi potrebbe sfondare qualche reticenza letteraria, oggi pressoché inesistente, ma non può far nulla contro i pregiudizi ideologici. E chi se ne frega: onore al merito di chi riconosce nei romanzi di Svevo dei capisaldi della nostra cultura moderna.

venerdì 17 febbraio 2012

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Mrs Dalloway, il libro che inseguo da un po'. La storia misteriosa che leggo tra le righe di The Hours di Michael Cunningham, che ha rubato il titolo al progetto iniziale di Virginia Woolf. Va bene così, alla fine della festa Mrs Dalloway è lì, dopo essersi appartata per un attimo, dopo esser sparita dal clamore che ha creato intorno a sé. Lei, che compra da sé i fiori per fare una festa, ha accolto con disappunto la notizia di una morte, di una morte che non c'entrava niente. Che c'entra la morte coi fiori, con una bella e calda giornata di giugno a Londra? Che c'entra la morte nel bel mezzo della felicità? Eppure c'è qualcuno che muore mentre tu incontri il mondo, mentre fai in modo che tutto vada per il verso giusto; la fine irrompe, come nel racconto conclusivo dei Dubliners joyciani, The Dead e come accade nel misterioso parallelo dell'amica-rivale di sempre della Woolf, il breve e intensissimo The Garden Party di Katherine Mansfield.

Mrs Dalloway è una rete, non un romanzo; e - c'è bisogno di dirlo? - ci sono caduto dentro. A dire il vero, una strana distrazione mi ha accompagnato nella passeggiata di Clarissa: talvolta i pensieri si arrampicavano su per la mia testa appannandomi gli occhi (o, più propriamente, la vista). E ho pensato spesso che, come The Hours, anche Mrs Dalloway sembra sfuggire al racconto della protagonista. Va bene, va bene chi dice che una vita non è mai solo di chi la sta vivendo, ma di chi la attraversa, ma certe pagine, certi scorci dell'anima di protagonisti e comprimari, vanno in primo piano. Penso alla sbalorditiva forza beckettiana della coppia formata dallo straziante Septimus (con le sue visioni, la sua poesia, le voci dal regno dei morti) e la docile, ammutolita Rezia. O alle asettiche e imprevedibili discussioni - o echi di discussioni - senza scopo, senza interesse sull'India, sul governo, sugli assenti, sui presenti, su quanto si invecchia e si muore. Clarissa Dalloway si perde facilmente per Londra, un mattino di giugno, e poi alla sua festa; anche se alla fine, eccola lì che appare.

Mrs Dalloway venne pubblicato nel 1925 (tre anni dopo Jacob's Room, dedicato all'amatissimo fratello Thoby, morto anzitempo). La storia di Clarissa, Peter Walsh, Sally e gli altri segue di appena dodici mesi il nuovo trasferimento dei Woolf a Londra, in quella casa che sarebbe diventata uno dei laboratori culturali della città. Fu il primo dei romanzi più noti della scrittrice: Gita al faro verrà solo nel 1927, seguito a ruota da Orlando (1928) e Le onde (1931), per citare i più famosi. Detta in altri termini, potrei ascrivere Mrs Dalloway a uno dei tanti capitoli di un continuo specchiare il proprio mondo, giacché fortissima è la tentazione di ravvisare una tessitura autobiografica nella scrittura di Virginia Woolf. Ma limitare i suoi romanzi a ditate untuose della sua inquietudine sulla carta è, oltre che stupido, il passo decisivo per perdersi il piacere della lettura e non capirci nulla.

Mrs Dalloway è, a tutti gli effetti, un romanzo, ne ha la costruzione, la struttura, la tensione, gli echi, i rimandi. È una cosa completamente diversa da Orlando e, per quel che ricordo, anche da Gita al faro (ma lo dovrò rileggere con uno sguardo più "amichevole" di venti anni fa). Su una tastiera fatta di momenti, Virginia Woolf armonizza emozioni, pensieri, malesseri e momenti di gioia assoluta. Dirò anche che Mrs Dalloway è un romanzo datato come solo i capolavori sanno esserlo: a cercarvi dentro, trovi le tracce della storia di Virginia e di tutti i membri del gruppo di Bloomsbury, nonché della politica e della cultura londinese a cavallo tra i due conflitti mondiali.

Si ha come l'impressione di dover sollevare cortine su cortine per entrare nel salotto di Clarissa Dalloway, anzi: di esservi risucchiati dentro, salvo poi dover rispettare un rigido protocollo di felicità. Le convenzioni del romanzo di conversazione dell'800 e, direi, ancor più del '700 sono tradotte in un'etica della gioia, in una consapevolezza lacerante della sofferenza che soddisferà i più esigenti fautori del dolore quale fonte battesimale del capolavoro moderno. Con il piccolo particolare che Virginia Woolf si fa beffe di noi e delle nostre teorie, con un'ironia che commuove ancor più delle ferite. Sembra quasi di vederla, questa donna bella ed elegantissima chinare lo sguardo e chiedere che per una sera con lei sia festa, anche se il mondo le si polverizza nei pugni, l'incontrollabile entra in quell'unica sera e lei perde la presa su quella bella giornata di giugno, a Londra.

domenica 12 febbraio 2012

Billy Elliot di Stephen Daldry. Come se sparissi

Billy Elliot (2000) mi riporta a un tempo lontanissimo, intenso e importante. Una volta di più non perderò l'occasione di essere sfacciatamente parziale nel parlare di un film. Opera prima di Stephen Daldry, Billy Elliot è un po' l'altra faccia della medaglia rispetto Million Dollar Baby di Clint Eastwood: lì c'era la ragazza che voleva fare boxe, qui c'è un ragazzino che sfugge alle lezioni di pugilato per partecipare a quelle di danza classica.

Billy Elliot è una favola ai tempi della sciagurata vicenda della chiusura delle miniere del Regno Unito: come in Grazie, signora Thatcher! o in Full Monty. Ma, a differenza di questi e altri film, abbiamo qui una chiara apertura del futuro nella poverissima periferia inglese. Il piccolo protagonista, undici anni, si scopre affine al balletto, senza per altro mettere in dubbio, come vorrebbe l'immaginario collettivo, la propria identità sessuale. Billy (Jamie Bell) non sa neanche lui cosa provi, è troppo piccolo per conoscersi, la sua è l'età dello scoprirsi.

L'energia del ragazzo è tutta maschile e commovente: non balla, sembra che esploda nello spazio. Il giovane diventa uomo nella danza, guarda al mondo da una prospettiva diversa e riesce a squarciare la tristezza di una situazione sociale che appare senza scampo. Lo stesso montaggio impressionistico sfugge al realismo con quelle scene brevissime e il rifiuto sistematico della narrazione lunga da piano-sequenza. Mentre il padre (Gary Lewis) e il fratello Toni (Jamie Draven) protestano per i loro diritti e ogni mattina si appostano per impedire il passaggio dei crumiri, Billy va verso la sua vita. La sua cecità al reale lo salva dalla dipendenza da uno stato incapace di accogliere le richieste dei più deboli. Il giovane non sa perché balli, ma sa che lo fa, lo fa come se sparisse, perché lui è elettricità.

Una storia si fa spazio nel problema collettivo dei minatori; e non è la vicenda di una lotta con sé stessi, come in Shine di Scott Hicks, o di una generica lotta contro il pregiudizio; ci sono le strane idee in corpo che qualcuno pare abbia messo nel ragazzo, come accade ne L'attimo fuggente di Peter Weir, solo che nel caso specifico non si tratta di ostinazione, bensì di un luminoso istinto, il solare irrompere di un'allegria gagliarda e sicura nel grigiore di un labirinto qualunque dai mattoni rossi (e niente tra le pareti); nello strisciare di una vita da cui non si fanno illudere. Splende, col sentimentalismo più toccante, la bellezza di una fiducia fiabesca nel futuro.

Mi pare che la forza di Billy Elliot stia proprio nella finestra che si apre sul mondo reale di chi non afferra la pregnanza della Storia. C'è un briciolo di anarchia in questo mondo dove si tira a sopravvivere, con il cimitero sempre davanti agli occhi e il passato di affetti alle spalle. Il campo di battaglia è duro e non tutti sopravvivono: ma Billy viene sottratto quasi per magia all'idea stessa della competizione, per la sua vita o per la vittoria. Vincere è scoprirsi fino in fondo e ciò non può esser messo in dubbio, perché è una necessità.

Billy Elliot, dicevo, è appunto una favola. Certo, può deludere lo spettatore che si arrenda alla facilità con cui un abracadabra risolve tutto (anche se sarebbe ingiusto negare che è un atto del ragazzo, una prova di coraggio, a consentirgli di, diciamo, passare allo stadio successivo). O chi si aspetta un romanzo di formazione: Stephen Daldry procede dritto verso la chiusura e il personaggio non cresce davvero, si ritrova adulto.

Che poi, da adulto, Billy si ritrovi a danzare proprio nel discusso spettacolo di Matthew Bourne su Il lago dei cigni è a mio avviso semplificazione pop fuori luogo e dannosa per il discorso sulla libertà e la forza interiore che Billy Elliot sviluppa a suo modo. Il vero lieto fine di questa storia sta tutto nello sguardo a noi e in quello al futuro. Ovunque ci sia la forza di superarsi.

The Hours di Stephen Daldry

The Hours (2002) è il film che ha imposto Stephen Daldry all'attenzione di un pubblico vasto ed esigente. Tratto dall'omonimo bestseller di Michael Cunningham, ne rivela il meccanismo raffinatissimo e offre all'immaginario collettivo un'immagine tutta romanzesca di Virginia Woolf. Virginia, la donna che morì gettandosi in un fiume, l'Ouse, dove avrebbe continuato a scorrere, ancorata a quella terra dai suoi accessi di follia e dalle pietre di cui si è appesantita.  La moglie di Leonard Woolf, famelica di scrittura e sazia di vita, cofondatrice e anima della Hogarth Press, e pure fantasma di una Londra lontanissima.

Tutto il resto vien da sé. Il montare della marea di storie che si dipanano dalla scrittura di Mrs. Dalloway non fa che intensificare la dimensione letteraria del film: The Hours è snob al punto giusto da definire i suoi spettatori, senza con ciò privarsi di un pubblico molto più ampio di quel che ci si aspetterebbe. L'ossessione esistenziale di Virginia, di Laura e di Clarissa, la loro fatica nel vivere, persino le loro gioie non rendono la pellicola di Daldry un banchetto per accademici dell'ultima ora; d'altra parte, The Hours rischia di appiattire tensioni e suggestioni, brividi di piacere e di orrore in una dimensione industriale del film che un po' mortifica quanto di urgente e sincero c'era comunque nelle domande sottese al romanzo di Cunningham.

The Hours di Stephen Daldry è un film recitato in modo magnifico da protagonisti e comprimari. Tuttavia, c'è qualcosa che mi disturba in questo divismo, credo che il malessere e la fame di risposte vitali meritino più di una fotografia patinata e di attrici superbe. Ecco: diciamo che, convenzione per convenzione, avrei preferito una scrittura più incisiva, perfino un po' più dark, che estetica. Certo: Clarissa, appagata e borghesissima lesbica molto benestante di Manhattan, non avrebbe potuto trovare gesti migliori e più veritieri di quelli di Meryl Streep; la dimessa e tellurica Laura Brown non si sarebbe potuta incarnare in sguardi più stupiti e sensuali di quelli di Julianne Moore; né, ancora, Virginia avrebbe potuto trovare una follia impassibile e diafana come quella che le conferisce Nicole Kidman.

Gli incarnati perfetti, le luci studiate, ambienti progettati al millimetro, i chiaroscuri e l'eleganza pittorica nella composizione delle immagini possono destare meraviglia, e non a torto: Stephen Daldry sa come valorizzare le sue risorse e The Hours funziona a meraviglia e si fa perdonare molto del suo mainstream radical-chic. La pellicola scorre nella sala e nel ricordo degli spettatori con garbo, lasciando tracce di una ricerca di senso autentica e tutt'altro che indolore. Anche gli altri attori, dalla Vanessa di Miranda Richardson al Leonard di Stephen Dillane, dal Richard di Ed Harris al Dan Brown di John C. Reilly, tutti sembrano messi lì al posto giusto, come in un puzzle. Tuttavia, come Le ore è il titolo dapprincipio previsto da Virginia Woolf per Mrs Dalloway, così anche The Hours sembra la prova, la promessa di qualcosa di più grande, di un'opera di là da venire, meno laccata, ma più combattuta ed esigente.

C'è carne che pulsa e c'è sangue, ma tutto in spasmodica attesa di vita.

venerdì 10 febbraio 2012

The Hours di Michael Cunningham. Riscritture e serialità

Da anni, ormai, affondo nelle riscritture. Da sempre, direi: l'intera storia letteraria, a partire (e direi: soprattutto) dalla tradizione greca e latina è esercizio costante di riadattamento, riformulazione verbale, di comprensione del tempo. In questo processo di decodifica e ricodifica io mi ritrovo, come dire: rinasco. Stavolta, dunque, procedo in senso inverso: arrivo con più calma, frenando un po', ravvivando l'entusiasmo che mi ci trascinerebbe, al classico. Indugio. E parto da Michael Cunningham. A dire il vero, tutto nasce in questo caso dal film, ma procederò comunque dall'opera letteraria per giungere a Stephen Daldry. Mrs. Dalloway arriverà dopo, e anche in quel caso seguirà la riscrittura cinematografica (che comunque ricordo piuttosto pallida).

Tutto, insomma, gira intorno a Virginia Woolf e a uno degli incipit più noti della letteratura del '900: Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself. Ma la protagonista del romanzo pubblicato dalla Hogarth Press nel 1925 non è presente in The Hours (1998) di Michael Cunningham: quella è una storia da farsi, rivissuta sulla pelle e nella storia della sua autrice e di due donne legate alla sua lettura e a un'identificazione persino imbarazzante. In questo romanzo, scritto con autentica sapienza di stile, capace di ritagliare ritratti di donne, sagome di infelicità urbana e di inesauribile bovarismo, manca proprio Mrs. Dalloway, come se avesse infine comprato quei fiori e li avesse lasciati lì, per l'eternità, a sostituire il suo silenzio.

The Hours di Michael Cunningham è una storia di richiami, di rimandi, di fili che si intrecciano, si dipanano, lasciano trapassare quel tanto di luce a rischiarare qualche ora, giusto qualche intervallo. Qualche parentesi in questo brancolare in un mondo che non si capisce, non si afferra. È un romanzo costruito benissimo, con un equilibrio e una dosatura degli umori, degli eventi da far invidia a un Maestro; ma The Hours è anche volutamente (e, direi, a suo modo anche coraggiosamente) sbilanciato nel tratteggiare esseri umani affannati, irrequieti, che non si capisce quale vita rifiutino, se la loro vita è chiusa in un orizzonte ristretto che si sono costruiti con le loro mani.

Direi anche che Michael Cunningham ha costruito una storia di donne e uomini omosessuali, come se Virginia Woolf fosse il presupposto essenziale per una certa cultura queer (che invece mi risulta essere molto meno elegante e riflessiva, pur essendo sofisticatissima e degna di intere squadre di cultural scholars). O come se la lettura, che so io?, di Orlando non riuscisse a portare che a certe scelte esistenziali (non mi riferisco, è chiaro, all'essere gay, ma al viverlo inquadrandosi in panorami di senso più o meno seriali). Pur riconoscendo all'autore una capacità quasi innaturale di rappresentare le sofferenze e le gioie del proprio senso di inadeguatezza al mondo, e al superamento dello stesso, mi sembra giusto sottolineare che tutta questa realtà, che tutta questa forza dei personaggi sembra sopravvivere in un orizzonte di carta.

The Hours è un'ode alla letteratura e al suo peso nella vita di chi se ne fa una ragione esistenziale. E tuttavia il romanzo di Michael Cunningham finisce col diventare una rete, una trappola claustrofobica che lascia guardar fuori - è probabilmente così che si deve sentire un fantasma - e ti inchioda a certe inquietudini, come la malattia, la morte, il successo, le speranze, l'approvazione personale degli altri o dell'intera tua rete di rapporti. Si possono anche condividere in parte o totalmente, ma hanno anche un che di inattuale. Nel suo scrupolo di bilanciare tutto, tempi e regioni del mondo, scritture e loro scopi, compresa un'anteprima del film che ne verrà tratto, Michael Cunningham fa di The Hours una specie di scrigno, un regalo chiuso, dove le rose appassiscono. E sono tutto ciò che rimane.

domenica 5 febbraio 2012

Mentre morivo di William Faulkner

Mentre morivo (tit. or. As I Lay Dying, 1930) di William Faulkner è un altro di quei libri che da tantissimi anni mi trascino nella cesta dei desideri. Sia perché si tratta di uno dei romanzi più celebrati dell'autore, sia perché ho un ricordo vivido e commovente di Luce d'agosto, romanzo di grandezza epica per me irripetibile.

Però l'alchimia stavolta non è scattata. Nonostante il titolo accattivante e il ricordo di altri romanzi (successivi), sebbene mi renda conto della dimensione narrativa e della sua novità, non l'ho capito. Avverto un senso di sconfitta, devo riconoscerlo, ma questo Faulkner e in genere, devo ammetterlo, il grande romanzo americano non fanno per me. Trovo che quel paese abbia dato di meglio nella narrativa breve.

Intendiamoci: Mentre morivo è proprio un saggio di prosa della miglior penna e, nella sua struttura di sguardi che si susseguono, si riescono a definire voci interessantissime. Specialmente Addie Bundren, la donna di cui si racconta la lunga e travagliatissima sepoltura fuori paese, riesce a scatenare una forza espressiva e una vorticosa disperazione che da sole fanno il romanzo. Ma i figli (Cash, Darl, Jewell, Dewey Dell e il tenero Vardaman), il marito (lo squallido, mefitico Anse) e gli amici Cora e Tull, tutto il paese parla di questa morte e delle sue conseguenze sfrangiando la visuale e la storia, come se non avesse un suo sviluppo.

Immagino il senso di cui William Faulkner ha voluto caricare questa sua opera. Ne sento echi della costellazione letteraria in cui si è soliti includerlo, fino a riconoscere qui una originalissima tensione psicologica (anche rispetto ai vari scrittori e drammaturghi americani contemporanei). Però non posso fare a meno di pensare che queste frasi spezzate, questi silenzi, questa scrittura orale e formulare di nuovo conio si spingano fino a un contorsionismo narrativo estraneo perfino ai miei momenti più drammatici.

Purtroppo, nel leggere Mentre morivo, che mi ha stancato e in certi momenti anche irritato, troppe voci hanno fatto interferenza. Quando mi accade questo, quando la mia mente si abbandona ai come in, o come per, quando devo rileggere una frase più volte per coglierne il senso nel romanzo, è perché la mia sensibilità non mi segue nella prova. Mi manca qualcosa, ma l'attesa non m'ha portato nulla.

La storia c'è: c'è la spaventosa e desolata provincia americana, la sua campagna, i paesi lontanissimi. C'è una donna che muore, tra l'indifferenza del marito e la fame di qualche guadagno dei figli. C'è una bara da ultimare, da chiudere, e ci sono case e comunità da proteggere dal temporale e dalla piena di un fiume; ci sono ponti che crollano e secche dove si sprofonda. In sostanza, ci sono tanti chiodi da battere.

C'è il pensiero di Dio, di Dio che non c'è o di Dio che c'è, un Dio comunque ritagliato a misura dei protagonisti (come accade nel diversissimo capolavoro di Steinbeck, Al dio sconosciuto). Ci sono coprotagonisti che appaiono e scompaiono, parlano e tacciono, si presentano e spariscono dietro la cortina di nuove pagine. Altre vicende a margine, cose che si dovrebbero sapere (oppure no).

C'è l'idea forte che una vita, la più vicina, è una vita diversa a seconda di chi ne racconta la storia. E che anzi una vita non ha una storia, ma solo dei narratori. E magari dei narratori che non si preoccupano di essere coerenti a sé stessi. Ma non quadra, non funziona con me questa struttura centrifuga, che si disperde in mille diramazioni. E poi, lo dico, va bene, lo dico: è la vita che vi si disperde in mille rivoli e si prosciuga e il romanzo di Faulkner è piuttosto un mentre moriamo. E io me la racconto in altro modo.


(Va bene, questa storia rimane per me.)

venerdì 3 febbraio 2012

[ROD] Orlando di Sally Potter. Pursuit of liberty

Al mio amico r.f.

[rod] Ed eccoci infine al film. Dico infine perché tutto è cominciato da qui, dalla richiesta del mio amico relegato lì, nel cantuccio dell'esergo; con lui, addirittura, è cominciata questa storia delle recensioni su commissione, dal momento che fu lui a dirsi curioso di una mia recensione di Match Point di Woody Allen. Ma torniamo dov'eravamo arrivati: eccoci alla versione di Orlando che Sally Potter ha ultimato nel 1992. A dire il vero, il film è individuato meglio ancora dalla protagonista, Tilda Swinton, musa ispiratrice (non per nulla) dell'esplosivo e affannoso Derek Jarman (di cui, prima o poi, vorrei parlare un po' qui).

A essere corretti con questo film, bisognerebbe appunto dire che Orlando di Sally Potter è un film e sono solo il mio scrupolo filologico e la mia necessità di non perdere un'occasione preziosa di lettura ad avermi fatto procedere dal libro alla riduzione cinematografica. Che poi non basti, soprattutto a chi ha appena letto l'opera letteraria, la cautissima dicitura based on the novel by Virginia Woolf, è forse più un problema del lettore (e dello spettatore) che non del regista.

Vale anzi subito la pena di sottolineare due aspetti fondamentali. Intanto, il film riesce a conservare molta più ironia e intelligenza sofisticata del romanzo di quanto potessi mai immaginare. Sarà per merito del cast a protagonismo tutto femminile, che poi è il secondo punto forte che fa, di Orlando, un bel film: mi piace senz'altro questa scrittura di donne, da Virginia Woolf a Tilda Swinton passando per Sally Potter (regista e sceneggiatrice, nonché coautrice delle musiche insieme a David Motion). Mi sembra che solo così questa storia bizzarra, favola dello spirito e di poesia, acquisti spessore e trovi spazio nell'animo.

Un uomo, e penso in special modo a James Ivory, avrebbe operato scelte, inquadrature tagli completamente diversi: forse la riscrittura avrebbe avuto un carattere, come dire?, più tradizionale o almeno consolidato. O per lo meno: la miscela di fedeltà e arbitrio, opera nuova e devozione (quasi feticistica) al genio, rende Orlando di Sally Potter, intanto un'opera di Sally Potter, poi (scusate se è poco) un'occasione per vedere maschile e femminile secondo prospettive e tagli diversi rispetto alla storia in sé (che già, di occasioni, ne offre parecchie). Ma il punto è che per me Orlando ha smesso di essere la storia di un uomo che attraversa i secoli e le barriere tra i generi, per rivelarsi inno alla vita e alla poesia.

Anima del film è senz'altro la protagonista: Tilda Swinton fa il film, ovvero fa la differenza. Attrice coraggiosa, mai banalmente trasgressiva, si offre alla camera con una dedizione e un'intensità assolute. Virtuosa e direi anche voluttuosa nell'espressività, la Swinton dosa gli sguardi, padroneggia con stregonesca bravura la sua immagine. Uomo elisabettiano e donna vittoriana, essere umano insieme maldestro, sensuale ed elegantissimo, ambasciatore inglese in oriente, in quel fascinoso oriente senza bussola e senza cartine dell'immaginario popolare inglese nel '700, amante in attesa tra le bombe, Tilda Swinton riesce a essere sempre Orlando.

Sally Potter ha ritagliato per lei rapidissimi siparietti, sguardi allo spettatore, occhi che lo trapassano e parole che lo superano: ti senti spiazzato, vedendo Orlando, sai che la protagonista parla con te e, ça va sans dire, parla di te. Nel film si perdono molti episodi e buona parte della superfetazione lirica ed ebbra della protagonista, ma l'opera cinematografica gode di una maestria e di un professionismo senza pari: le epoche sono ritratte con colori e inquadrature che le restituiscono subito alla fantasia più claudicante, i costumi (in specie quelli del '700) sono magnifici, le atmosfere suggestive fino alla commozione (soprattutto il dialogo con Shelmerdine nell'umido e freddo inverno dell'addio). E insomma, il contrappunto in falsetto di Jimmy Somerville dà quel tocco - qua e là di un queer un po' troppo ruffiano - che  fa di Orlando - Virginia Woolf a parte - un vero cult.

mercoledì 1 febbraio 2012

Orlando di Virginia Woolf. La vita e un amante

Ho letto Orlando (1928) per scommessa con me stesso: l'ho cominciato col cavalleresco piglio di una sfida, l'ho proseguito per un improvviso trasalire di poesia, un singhiozzo che riemerge, con il sapore amaro di tutto ciò che sono sempre stato. Rispetto alle recenti letture, questo libro è stato a lungo tra le mie mani, me lo sono gustato, segnato, l'ho quasi ingoiato a memoria e già dimenticato. Ora mi sento libero come dopo una morsa alla gola, in stato di contemplazione di fronte a quel finale evocativo e misterioso, all'abbandono tragico e sublime di Orlando alla modernità. M'è rimasto un ricordo solo di una  vita intera lunga secoli, di questa favola, di questo gioco adulto e perfido alla rincorsa dell'arte sulla vita e della realtà sulla letteratura.

Una mia amica sostiene che Virginia Woolf è di carta. Qualsiasi riduzione in altra forma artistica, in particolare cinematografica, perde l'essenza della sua stessa arte. E l'essenza di un romanzo per me è una sinestesia, quel ricordo che è insieme profumo, suono, gusto di un mondo che fugge, appena può, dallo sguardo sagace e lungimirante che guarda il mondo. Orlando non è solo le peripezie di un uomo che a un certo punto, per una qualche forma di grottesca maledizione, diventa donna; né quella di una creatura della fantasia che attraversa i secoli a dispetto delle volontà e dell'intelligenza umana. Questa è la storia di una lettura dell'intera tradizione culturale inglese, della persistenza di un'idea, di un personaggio che s'avvede della storia, ma non dell'età.

Il mestiere di storico che si attribuisce Virginia Woolf sfocia nel suo personaggio, che lega tutto al filo della memoria: Orlando conosce il prima e conosce - con stupefacente indifferenza - anche il dopo. È lei che fa la storia, perché non c'è storia che non si faccia attorno a un uomo o a una donna e non c'è eternità che non sia eternarsi del presente. Le pagine dedicate alla trasformazione di Londra sono suggestive e più che mai commoventi, perché sono le vicende di una vita che pervade nonostante tutto una metropoli, l'esistenza di un intero mondo, che trasformano la vita stessa. Il sottotiolo del romanzo ha un bell'essere A Biography: è Orlando il vero biografo del mondo, perché tutto intorno cambia mentre lui - poi lei - rimane sempre Orlando, traboccante di poesia, alla ricerca di un segno che faccia di una quercia una poesia eterna, a dispetto delle mode.

Il suo è un poema di continue correzioni e sarà solo per un equivoco, per uno straripare subitaneo delle sue idiosincrasie, che la donna potrà vedere insieme il suo albero, simbolo immoto di un tempo di sempre, e La quercia, effimera testimonianza dell'inconciliabilità definitiva tra arte e vita. Orlando non è un resoconto sulle vicende del protagonista eponimo, Virginia Woolf ironizza, mette in campo correttivi e distanze tra sé, in quanto storico, e la possibilità che una simile opera si possa davvero scrivere: il suo romanzo è una storia della vita attraverso Orlando. E, quale che fosse il rapporto tra l'autrice e Vita Sackville-West, alla quale il libro è dedicato, è molto più la biografia di Virginia Woolf che quella della sua eroina.

Orlando non fa che riinventare il mondo vissuto da chi l'ha donata al mondo. Una solitudine immensa fatta di autori e di opere, un'interconnessione elettrica di volti che si immaginano, di dialoghi mai avvenuti, di richiami, di proteste per il proprio ruolo nella memoria dei discendenti. Orlando si emancipa dal destino del personaggio sulla base del genere, relegando gli accidenti della narrazione al sesso di chi lo racconta. Il mondo di Orlando è vincolato ai capricci del destino terreno e alle attitudini personali di chi si incarica di parlarne. E non degli altri.

Il romanzo di Virginia Woolf si sviluppa davvero ovattato in un mondo di lettere, o se vogliamo: di carta. Qualsiasi interferenza, qualsiasi congettura non fa che rimbalzare sul lettore, scagliato dalla feroce ironia dell'autrice. Mai ho letto storia più blindata in una letterarietà assoluta, dove il prima e il dopo di un personaggio sono tutte voci in costante dialogo, magari polemico, ma fitto e vivo tra epifanie dell'impossibile. Anche le vendette che Virginia Woolf sembra prendersi col panorama culturale coevo sono molto più del doppio della fittissima attività critica dell'autrice: sono la messinscena di una vita che squarcia la solitudine in una favola a tratti divertentissima, commovente, il decantare di una segreta parodia.

martedì 31 gennaio 2012

Contemplazione, solitudine, amore (Orlando, capp. III e IV)

E fu così che Orlando divenne una donna. Da quel grazioso paggio bramato e conteso, un giorno si svegliò con le sue fattezze... di una bellissima ragazza.

Il suo passato di uomo appartiene a un'era lontana, sembrano secoli che la regina Elisabetta, innamorata del suo capo devoto, gli ha concesso doni, terre, immobili. E sono passati secoli da quando le fidanzate si sono lambiccate nel desiderio delle sue gambe, del suo sorriso.

Ormai Orlando è una donna. E chissà cosa si prova a vivere nelle vesti che finora hanno nascosto ciò che desideri. Chissà cosa si prova a vivere nell'era di Pope, non più all'ombra di Marlowe, Shakespeare e Johnson... ah, e Greene. Ovvio, e Greene.

Viaggio nel tempo, viaggio nello spazio, Orlando è un viaggio nei sogni. Virginia Woolf porta il suo personaggio a zonzo nelle sue fantasticherie letterarie, con un'intelligenza, con una cultura da destare incanto. E una perfidia che non crea scandalo, pas du tout, ma affina la complicità, lubrifica il buon umore.

È proprio questa la dote che ammiro nel romanzo, ora che mi avvio a terminarlo: l'autrice interviene a sparigliare le carte, a sconfessare credi, a puntare tutto sulla bellezza e sulla fantasia. Si disinnesca ogni meccanismo automatico, salvo un rinnovarsi continuo della meraviglia e del divertimento.

Il mondo visto da una donna, con protagonista un uomo che diventa donna, che si fa personaggio femminile, con tutte le convenzioni, gli sguardi in tralice di una donna, la sua complessità, la sua seduzione ora scanzonata, ora compostissima, ora severa. Che incanto, che gioia!