Benjamin Britten (un romanzo di formazione)

[Opera] Benjamin Britten è il compositore che io riconosco sempre. Anche quando non conosco o non ricordo quel che sto ascoltando, come l'altra sera il Nocturne su Radio3, il suo peculiare trattamento della voce risuona immediatamente in me.

Trovo Britten folgorante ad ogni ascolto. Mi chiedo come mai una persona come me, senza una precisa o valida formazione musicale, possa fermarsi ad ascoltare opere tutto sommato non facilissime (non sono Mozart, Rossini o Verdi, insomma).

Non lo so, ma Britten è uno di quegli equivoci per cui a volte appaio più preparato o più intelligente o più sensibile di quanto non sia. O più snob, uno che ascolta un compositore rarissimo in Italia - per la spaventosa ignoranza musicale di questo paesino.

Non può, una musica, piacermi senza con questo caratterizzarmi? Quando ho conosciuto Britten ero di un'ingenuità all'ascolto da far tenerezza (adesso sono solo ignorante in merito, ma è diverso). Ma, mi sembra, il primo passo per ascoltare musica e parlarne è sgombrare il campo da ogni pregiudizio.

Benjamin Britten non è neanche una colonna musicale del mondo occidentale o del XX secolo. Lo è per un paese, l'Inghilterra, che ha sempre avuto ottimi esecutori (lo riconosce perfino lo scorbutico, immenso Stravinsky, nella sua autobiografia), ma pochissimi compositori degni di varcare la Manica.

Ma gli equivoci dell'amministrazione pubblica e privata dello spettacolo lo collocano comunque tra i classici del '900 musicale col risultato encomiabile che mentre non può essere accettato tra quei nomi che producono finanziamenti, perché ormai consolidato nella tradizione, non viene proposto nel repertorio, per lo meno quasi mai a Palermo, perché poco accattivante, poco amato, quasi sempre ignoto dai simpatici astanti che chiedono sempre la stessa ninna nanna per sentirsi rassicurati.

E se qualche composizione breve riesce a far capolino tra le quinte sinfonie di Beethoven e le prime di Mahler (che io adoro, sia chiaro), con le opere è impossibile che una volta ogni dieci anni una delle venti Traviata, Tosca, Butterfly o Lucia (ancora una volta: che io adoro) venga sostituito, che so io, con un Giro di Vite, con un Peter Grimes o altro. O magari con un Prokofiev (L'amore delle tre melarance lo vedrei volentieri e son convinto che avvicinerebbe molti giovani e giovanissimi al teatro). E questo accade solo in Italia, perché (grazie al cielo) nessuno in Francia, in Germania o addirittura in Spagna pensa che tu sia più intelligente perché ascolti questa musica "raffinata".

Britten, più che la letteratura, o Britten insieme alla letteratura, è stato colui per il quale mi sono scoperto uomo della modernità, del tardo XX secolo, del secolo del dubbio, della fragilità, della forza titanica del desiderio contro lo sguardo sbieco dell'uomo impaurito e talvolta cattivo (penso in particolare a Billy Budd).

O, per dirla meglio: Britten mi ha squadernato questo mondo in cui spiavo, portandomi a Melville (anche se Moby Dick e Bartleby sono venuti poi fuori da altri momenti della vita), a James, a per me ignoti poeti inglesi e di nuovo a Shakespeare. Non esagero dicendo che senza Britten non sarei lo stesso, nel bene e nel male.

Ma non è una protesta di "innocenza" se dico che per me Britten non è il più grande compositore del mondo, né mi accendo a difenderlo con chi non lo ama dopo averlo ascoltato, o non vuole ascoltarlo nemmeno. Sono, anzi, diventato difensivo contro gli atteggiamenti stupidi della sovrainterpretazione e dei fanatismi (Mahler vs. Bruckner non viene vissuta meglio di un derby calcistico, non parliamo poi di quel che succedeva fino al secondo dopoguerra con Verdi vs. Wagner); non lo nego: ne sono stato anche un po' geloso. E insomma, che non lo ascolti nessuno, se almeno io posso riecheggiare in quella musica.

Per la mia vita, insieme al Don Giovanni di Mozart e a Mahler, non c'è musica più importante. C'è tanta tanta musica che mi piace e che mi commuove, che mi prende, che mi stimola (e non nego che appartenga al grande repertorio, sebbene arrivi tranquillamente al tardo Novecento). Ma questo è un altro piano. Lascio agli esperti, ai musicologi e agli storici considerazioni di merito. Io ascolto la mia musica.

Roberto Oddo

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