La maga delle spezie di C. B. Divakaruni. Cosa dicono i miei occhi

[India] Lei un tempo era Nayan Tara, poi - dopo il battesimo, in una storia di battesimi - è diventata Tilo, cioè Tilottama, come la danzatrice degli dei:

Til è il seme di sesamo, dominato dall'influsso del pianeta Venere, bruno-dorato come se fosse appena uscito dalle fiamme. Ha fiori così minuscoli, diritti e appuntiti che le madri pregano perché le figlie nascano con nasi di tal forma. Il til, macinato e trasformato in pasta insieme al legno di sandalo, cura le malattie del cuore e del fegato; il til, fritto nel suo olio, riporta bellezza nella vita quando si è perso ogni interesse per il mondo. Io sarò Tilottama, essenza di til, dispensatrice di vita, generatrice di salute e di speranza.

Lei è giovane e bella, ma ha scelto di diventare la maga delle spezie, è passata attraverso il fuoco di Shampati e ne è uscita con le membra storte e rachitiche di una vecchia, in piena America. Oakland, California, dove nessuno pensa ci siano faglie e invece si avvicina un terremoto.

La maga delle spezie di Chitra Banerjee Divakaruni è un romanzo al plurale: storia di storie che si incontrano in un bazar indiano di spezie. S'incontrano personaggi veri e sofferenti, tanto da far chiedere quanto sia polemica l'autrice nei confronti del proprio paese d'origine. L'India un po' sparisce dietro la sua mitologia, un po' nel paese che ospita i suoi profughi. Sembra quasi una cultura senza patria, uno spirito dislocato nel tempo e nello spazio. Non c'è India e non c'è America: La maga delle spezie è una storia sull'irrompere dell'umanità e, in special modo, della femminilità in una dimensione che sembra escluderla.

A furia di strappi, la maga sparisce via via per far posto alla donna: in un mondo senza magia, sembra che Tilo non sappia resistere alle tensioni "secolari", in particolare, a quelle dell'amore. Perfino Raven, l'Americano, Raven, l'uomo dolce e seducente, Raven che sa guardare oltre la corteccia rachitica di Tilo, finisce con l'essere meno uomo di quanto la maga sia donna: l'amato si avvita via via in una dimensione simbolica, mentre lei cerca di emanciparsi dal potere sonoro delle spezie, dall'avvicendarsi delle loro prepotenze.

La maga delle spezie di Chitra Banerjee Divakaruni è un romanzo che avvolge e seduce per la forza tutta orientale delle sinestesie e, definitivamente, direi che è un bel libro e una lettura personale molto stimolante. Mi lasciano molto perplesso alcune scelte della traduttrice (Federica Oddera) in merito a termini indiani assolutamente superflui per la risonanza che hanno nel pubblico italiano (di cui dubito che gli Americani possano apprezzare le peculiarità e le ricadute culturali, al di fuori di cerchie ristrette, o comunque chiuse). La presenza del glossario a fine libro, lungi dal facilitare in questi casi, costringe l'intuito nelle volute del dubbio: e se "Ho hazaar cose da fare" non significasse "ho mille cose fa fare" come immediatamente penso? E che cosa vuol dire hazaar in più, visto che l'autrice si è premurata di lasciarlo nella sua lingua e non in inglese? Per una glossa così scarna, non sarebbe stato più semplice tradurlo o usare note a pie' di pagina, come in altri casi nel libro?

Ciò che in un saggio accademico è consentito, in virtù del diverso livello di concentrazione, in un romanzo nuoce moltissimo all'atmosfera di impalpabile  sensualità, di femminilità, di emozioni. Talvolta, questa levità lascia un po' perplesso l'uomo che la affronta (e, secondo me, non manca di qualche pennellata stucchevole); talaltra viene compensata da un'ossuta disciplina degli aromi, dei sapori, delle sensazioni, del fuoco e dell'aria, che pure non stona mai in una donna. La maga delle spezie è un romanzo in cui i personaggi, al di là di ogni sortilegio, si guardano, si toccano, provano a carezzare insieme l'idea e la pratica della felicità: in definitiva, un romanzo in cui ci si riconosce, ci si guarda.

Tilo, o Maya, Tilo che riconosci dagli occhi, Tilo che guarda negli occhi miei e vede, e io non so cosa dicano i miei occhi, cosa, o chi altro, tu veda dai miei occhi.

(Perché non lo so davvero.)

Roberto Oddo

Post più popolari