Ratatouille di Brad Bird e Jan Pinkava. Happy hand!

[Andar per gusti] Vista la mia recente passione per la cucina, ho deciso di dedicare una buona sezione delle mie chiacchierate cinematografiche a film che hanno a che fare con i cibi, i cuochi, le preparazioni, ecc. Era già mia intenzione con Julie & Julia di Nora Ephron, ma adesso, tempo e idee permettendo, vorrei che diventasse un appuntamento un po' più sistematico. Certo, ho bisogno dei vostri suggerimenti, ma un blog sta qui per quello, no? Per raccogliere idee e discuterne insieme.

Cominciamo, dunque, con un cartone animato, decisamente un titolo dei più riusciti della Walt Disney - Pixar Animations: un film d'animazione che mi ha divertito già la prima volta che l'ho visto e oggi ancor più. Si tratta di Ratatouille (2007), storia di un topino, Remy, dai gusti troppo raffinati per la sua razza. Seguace di uno chef popolarissimo in Francia, Gusteau, ne impara a leggere i libri e ne memorizza le ricette. Ciò gli sarà utile quando, in seguito a un incidente, si trova in un ristorante di Parigi - proprio quello che era stato di Gusteau - ad aggiustare una zuppa che stava per perdersi e poi ad aiutare il povero Linguini, uno sguattero destinato certo a fare una brutta fine senza di lui.

Ennesima metafora della diversità all'interno di un contesto ostile (penso, in special modo, a Shark Tale), Ratatouille è una favola dolcissima, che pure non manca di esplicitezza e di denuncia: è una galleria di personaggi assolutamente "adulti", con tutte le nevrosi e le insicurezze di chi si deve fare, ma non sembra ormai accompagnato da grandi attese. Non bambini in ritardo, o proiezioni dell'età infantile in un mondo che non lascia spazio per la fantasia: Ratatouille mette in gioco la fragilità un po' ingenua e semplice - come semplice e povero è il piatto di verdure a cui si riferisce il titolo - contro regole contorte e complesse che nessuno è in grado di padroneggiare.

I registi e sceneggiatori Brad Bird e Jan Pinkava, con Jim Capobianco, hanno dato però a questa storia il giusto tocco di tenerezza. Ora per l'incapacità radicale, sia nel lavoro che nei sentimenti, dello sprovveduto Linguini, ora per il temperamento focoso della francesissima e moderna Colette, per la cecità del capocuoco Skinner, che sta per ereditare il ristorante di Gusteau, sia per il protagonismo nevrotico del critico Anton Ego, in una festa di nomi parlanti senz'altro evocativi e buffi.

In questa commedia romantica, in questo romanzo sociale, l'inserimento del singolo nel gruppo e del gruppo nella comunità è reso difficoltoso dall'incomprensione, dalla diffidenza, dalla mancanza di fiducia. Non è un piccolo che parla sragionando, il dolcissimo Remy che chiede al padre se il futuro che immagina nel rapporto tra uomini e topi sia segnato da una sorta di predestinazione: è l'uomo che non si arrende, che si scopre in grado di fare, di dare un nuovo colore a ciò che si mangia e a ciò che si è: perché se si è ciò che si mangia, allora Remy vuol mangiare solo roba buona. Come dire che il modo in cui si fruisce la realtà, il modo in cui la si gusta, il modo stesso in cui la si vive è frutto di un lavoro e di una scelta.

L'ottimismo goliardico e fiabesco, la gioia cordiale del bellissimo Ratatouille non sta tanto nell'irrinunciabile, romanticissimo happy end, ma nella fede nel fatto che, sì, ci si può lavorare su.

Roberto Oddo

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