Il gusto degli altri di Agnès Jaoui

Mi ha ingannato il trailer: visto da lì, Il gusto degli altri (Francia 2000, tit. or. Le goût des autres) di Agnès Jaoui sembrava qualcosa d'altro (e di più accattivante). Acquistava quella scorrevole leggerezza che mi andava oggi pomeriggio. La delusione, dunque, nasce innanzitutto da un battage che, certo, ricollegava questa pellicola a un clima da cineclub, ma che richiamava un mood molto diverso.

Non c'è dubbio che Il gusto degli altri di Agnès Jaoui sia un film ricercato, non adatto al grande pubblico, alla fruizione veloce, alla compravendita di facili emozioni più o meno grossolane. Tempi, inquadrature (molto belle, in alcuni casi superbe), colori, tematiche riconducono a un clima più raccolto, diciamo così; ma non è detto, poi, che in quest'aura intellettuale debba spiccare per le sue qualità.

O, per dirla in altri termini, io mi sono annoiato a morte. Per oltre mezz'ora dall'inizio ho cercato di seguirne i fili, di definirne la trama; quando è sopraggiunta la stanchezza, ho trovato irrilevante anche cercare di capire queste storie di solitudini in corsa verso sé stesse. Di cosa parla, infatti, Il gusto degli altri? Parla di uomini e di donne che finiscono con l'arrendersi all'ineluttabilità dell'assenza di ogni comunicazione, di ogni comprensione reciproca, ma anche alla vanità di ogni motivo di fiducia; è quasi un miracolo che le persone vi si incontrino davvero e, quando ciò accade, il film è finito.

Dire che il film stenti a partire è un eufemismo: con un ritmo criminale, Il gusto degli altri di Agnès Jaoui gira su se stesso e sui personaggi senza definirli, senza che se ne impari nulla di rilevante, solo un cliché dietro l'altro. Anche la recitazione francese, che di solito non amo per il suo timbro distaccato, freddo e poco sanguigno (che mi pesa anche in Rohmer), contribuisce a un'ispirazione per i miei gusti almeno infelice, per non dire letargica. Resta, a saziarmi d'arte, il sorriso finale, dentro cui passa una vita intera, l'unica che capisca, del Castella di un eccezionale Jean-Pierre Bacri: come se la storia di queste povere anime ibseniane, circondate dal loro silenzio, lo investisse interamente. Spero di portarmi dietro quella forza e quel sorriso.

Roberto Oddo

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