Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari (o "della lettura")

La scrittura di Michele Mari è tutto, tranne che sperimentale; per lo meno, non lo è nell'accezione di anarchico e magari geniale dilettantismo che talvolta si attribuisce a chi s'ingegna nei modi e si perde prima che arrivi la sostanza e si apprezzi il risultato. Ma certo il suo italiano è ardimentoso, la sintassi e il lessico segnano il lettore: ecco, almeno per me sono un'esperienza. Vi ritorno con passione dopo molti anni, dopo aver depositato nell'incoscienza e nell'elettricità tuttora residua Euridice aveva un caneLa stiva e l'abisso. Ed eccomi a un libro rubacchiato al mio scaffale, pagine che sfogliavo perplesso, eccomi alla mia fanciullezza, età di ingorde letture amene d'avventura e di fiabe, età del narrare, età negata alla dignità del sognare. Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori, 1997) è, più che un capolavoro, una costellazione di eleganti spilli puntati al cuore.

Undici racconti che trapassano il ricordo dell'infanzia e ne fanno strazio. Non c'è un solo bambino che non sia già l'adulto in cui si avvia a cristallizzarsi: i pochi ragazzini hanno perso tutti la più tenera età per strada, dove rimane ben poco. Sono piccoli lettori affamati di parole e di carta, orfani di un senso, alla ricerca della forza che le idee e la letteratura danno loro.

Ora, per l'intelligenza del patetico di questa storia, bisogna sapere che con l'orchesca persona di mio padre io intrattenevo un insoluto rapporto materiato di paralizzanti terrori e di paralitici grumi di immenso affetto inespresso, di antagonismo feroce e pertanto di abominoso commercio con la colpa; e che pensare a lui significava provare un disperato bisogno di chiarimento e sprofondare ancor più nell'oscura fossa delle cose ambigue: significava abbandonarsi per pochi istanti al sogno di un'eloquenza che avrebbe finalmente compensato anni di penosa reticenza, e nuovamente sapersi condannato al silenzio. (p. 87).

È quello che esclama il giovanissimo protagonista dell'ingegnoso e commovente La freccia nera. Ma potrei essere tacciato di accanimento filologico e condotto in catene dinanzi al retto giudice dei Semplici. Perciò tralascio qui con signorile, e sia pur posticcio, decoro la sicula esclamazione di autentica meraviglia che ha accompagnato la pagina finale di questo racconto, nel quale si scoprono l'esperienza della rilettura, i sussulti avventurosi à la Borges che accompagnano la scoperta del dettaglio, del proprio periferico decantare in un libro. Ma il filologismo nasce proprio da quest'incompiutezza dell'infanzia, dal tentativo di ricostruire come in un mosaico un'immagine che si è smarrita per sempre nella sua complessità.

Mi ci soffermo un attimo, su questo mosaico alla cieca, e penso a Certi verdini. È la storia di un bambino che impara dalla madre a costruire i puzzle e, da attento discepolo, arriva presto a sfidare la sua maestra e a tentare con lei le più audaci e bizzarre gare, entra nel meccanismo, fino in fondo, fino in fondo: l'abolizione della tecnica, l'assoluta purificazione del gesto, la fisica, la prementale conoscenza del destino di un pezzo qualsiasi, la sua immediata collocazione non già nell'economia dei pieni e dei vuoti ma nella nudità dello spazio, alla giusta, alla sola intersezione delle coordinate virtuali. (p. 102) La totalità del puzzle viene scomposta in un susseguirsi di sfide ad infinitum, ivi comprese quelle che mortificano l'immagine e il suo senso finale (componendo il puzzle a scacchiera o secondo geometrie selettive perpendicolari interne alla cornice):

Sulla coscienza di tale gratuità, pezzo dopo pezzo, si fonda il piacere e l'orgoglio dell'adepto, che in quest'assenza di scopo purifica il proprio animo alleggerendolo del carco di durezze che nascendo sortiamo. Per questo si dovrebbe intraprendere un puzzle non per «passare del tempo» - che rimarrebbe comunque una forma di giustificazione ab externo - ma solo per amore di tale cimento in sé stesso, così come non sa cosa sia la lettura chi apre un libro per altro che sia il puro piacere di leggere. (p. 104)

Che Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari sia un libro basato sulla lettura, e addirittura sull'atto del leggere, lo testimonia, se non altro, l'impegnativo e grandioso racconto centrale, Otto scrittori (una scrematura progressiva della totalità dell'immaginario fantastico di un ex-bambino con un suggestivo duello finale tra Melville e Stevenson); o ancora lo attestano I giornaliniLe copertine di Urania (che alterna un'esposizione sull'onda della memoria e dell'emozione e notizie editoriali specialistiche e per appassionati con la disinvoltura con cui in Moby Dick troviamo pagine e pagine enciclopediche sull'animale-balena all'interno della cornice narrativa). Non ho visto l'infanzia, devo dirlo: ma ci sono tutti i suoi sanguinolenti brandelli che portiamo con noi:

Non è stato molt'altro, nella vita.
No, è quasi tutto laggiù.

Roberto Oddo

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