L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti al teatro Massimo di Palermo

[OperaL'elisir d'amore (1832, Milano) è senz'altro una delle opere più amate e popolari di Gaetano Donizetti (Bergamo 1797-1848); ed è anche una di quelle che non perde mai la sua freschezza a teatro, forse perché per il teatro, non solo per i musicisti e i cantanti, è stata scritta. Per questo, per metterla in scena, ci vogliono buoni interpreti e un'idea precisa, anche elementare, ma ordinata e comunicativa; o almeno una certa chiarezza registica. Quale dei due approcci risulti vincente, poi, dipende dall'eleganza delle soluzioni e dalla bravura di chi collabora. Nel caso dell'allestimento di Damiano Michieletto con lo scenografo Paolo Fantin, in replica al teatro Massimo di Palermo dal 12 al 19 giugno 2012 dopo il debutto a Valencia (Palau de les Arts), direi che innanzitutto si apprezza il coraggio e l'originalità dell'idea.

L'elisir d'amore, infatti, ha uno sfondo rurale (la protagonista viene chiamata diletta villanella, i suoi concittadini vengono definiti rustici, ecc.), ma lo spettacolo trasferisce la vicenda su uno stabilimento balneare. Poiché, però, la dinamica interna dei personaggi non ne risente, l'invenzione ha un suo senso e anzi: conferisce una nuova freschezza all'opera, rinnovando il divertimento anche nello spettatore abituale che crede di conoscerla a memoria. Non solo, ma sembra che anche i miei vicini di posto, del tutto disavvezzi alla convivenza civile a teatro e ai contenuti proposti, nonché incapaci di seguire la musica e rozzamente legati alla performance degli "attori", l'abbiano seguita benissimo e con gran diletto.

La vicenda è nota e presenta già la classica struttura tripartita: soprano (Adina) e tenore (Nemorino) devono arrivare ad amarsi, ma il baritono (Belcore) si frappone all'idillio, mentre il basso, basso buffo (Dulcamara), funge in qualche modo da aiutante, mentre il secondo soprano (Giannetta) fa ancora una volta da spalla della protagonista. Tutta l'opera, però, si basa su un controcanto ironico dello stesso meccanismo che la sostiene (come l'aria iniziale di Adina, corretta nei contenuti dall'esperienza della ragazza). Su questa base, Damiano Michieletto gioca a parodiare personaggi e situazioni: spassosissimo il telo da mare con l'allegra margheritona del truce Belcore, curiosa e originale la scrittura scenica di un Dulcamara aitante e becero rivendugliolo-politicante di provincia, indimenticabili gli allegri balletti da i-pod alle orecchie del gigione Nemorino.

In questa ventata di modernità, che conosce qualche momento di ristagno e lascia un po' perplessi su certe soluzioni sceniche rispetto alla drammaturgia musicale, gli interpreti giocano il loro ruolo con disinvoltura ammirevole. Se sull'energico Dulcamara di Paolo Bordogna (disinibito e di stregonesca bravura nel padroneggiare la scena) ho - a dire il vero - qualche perplessità per il timbro, la profondità della voce e il carattere che rompono con una certa tradizione di buffi, nulla da ridire in termini di esecuzione e coerenza sugli altri interpreti. Bravi e ben calati la Giannetta di Elena Borin e soprattutto il Belcore di Mario Cassi, ironico e pregevole per il volume e la scioltezza attoriale.

Ancora un discorso a parte meritano i due protagonisti. Ottima la palermitana Desirée Rancatore, che padroneggia senz'altro alla perfezione il ruolo di Adina, dando la giusta precedenza al canto rispetto alla scrittura scenica, a lei congeniale. A tratti strepitoso Celso Albelo (di Tenerife) come Nemorino: anche quando non ne condivido le scelte stilistiche, il tenore è simpaticissimo in scena, ha carattere e classe e commuove il pubblico con la bellissima Una furtiva lagrima (tralascio qui le mie considerazioni sull'oscena richiesta del bis durante un'opera, come se gli applausi, dati a tempo e solo quand'è opportuno, non fossero già il giusto riscontro dato a un'esecuzione). Il duetto finale del secondo atto tra tenore e soprano, con l'aria e cabaletta di Adina, suggella con il suo trionfale apprezzamento uno spettacolo in crescendo, eccellente battistrada all'opera per un nuovo pubblico. Molto più numeroso, si spera, attento e preparato.

Roberto Oddo

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