The History Boys di Nicholas Hytner

[LGBTQI] [ScuolaHistory Boys (2006) è la versione cinematografica della commedia omonima di Alan Bennett, che ne ha curato anche la sceneggiatura. La regia di Nicholas Hytner - una tra le persone più influenti del teatro londinese - è fedele e quasi ricalca le dinamiche della drammaturgia, con la quale entra in risonanza sul piano dell'immaginario e dei tempi cinematografici. Uno tra gli aspetti più significativi di questo passaggio da una formula a un'altra è, comunque, proprio la dimensione lineare della vicenda, che stempera i frequenti flashback e flashforward, in realtà molto più semplici da realizzare attraverso il montaggio che sulla scena. Se si escludono le riprese dei meravigliosi esterni inglesi e qualche taglio qua e là, sembrerebbe che si sia scelto di diffondere la storia in modo molto più capillare, senza riflettere sul nuovo medium utilizzato, eppure l'effetto è, per molti aspetti, diverso.

Lo spettatore va, infatti, a teatro con uno spirito e, direi, con una memoria diversa rispetto a quella che lo accompagna al cinema: si tende a richiamare immagini e storie, ricordi specifici del medium comunicativo. D'altra parte, la storia di giovani che devono accedere alle più prestigiose università, al termine della scuola superiore, è argomento che viene avvicinato più per esperienze e interessi personali che non per apprezzamento specifico del film. Il tema sembra perciò indifferente al medium che lo affronta. Per questo il film History Boys di Nicholas Hytner sembra un po' sfuggire alla presa dello spettatore, che rischia di andare impreparato a un appuntamento con una tipica commedia inglese: scorrettissima, sfacciata e con il focus più sui caratteri e le relazioni che sui fatti (che sono anzi resi tematicamente più problematici). Certe scene risultano smorzate rispetto alla commedia, altre hanno un impatto più deciso.

Obiettivamente, non mi sento di muovere un rimprovero particolare al regista o agli attori: l'uno e gli altri fanno del loro meglio per dare corpo e anima alla vicenda, che funziona. Alan Bennett testimonia di aver dovuto anche educare i ragazzi alla poesia, alla quale erano disavvezzi, ma il risultato è una commedia non miracolosa nella fotografia, ma rapida e chiara nei suoi messaggi. Le dinamiche interne stravolgono, ma presuppongono (complici anche gli anni '80), situazioni del tipo L'attimo fuggente; quando i caratteri non sono ritagliati a macchiette incolori: ma ciò obiettivamente non avviene, forse anche per via dell'esperienza che viene a molti attori dall'aver dato corpo e anima ai loro personaggi già a teatro. Alcuni ritratti sono perfetti e mi piace segnalare in particolare il Posner di Samuel Barnett e la Prof.ssa Lintott di Frances de la Tour. Per parte sua, poi, il personaggio di Irwin, che nel passaggio dietro le prese si è modificato un po', è reso al meglio da un simpatico e bravo Stephen Campbell Moore: forse il più sorprendente, ma anche quello che meglio giustifica e incarna la nuova forma rispetto alla commedia-copione da cui tutto ciò è partito. Nell'insieme, però, è preferibile una fruizione differita o alternativa di drammaturgia e film.

Roberto Oddo

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