I Clowns di Federico Fellini. Una vita per lo spettacolo

Io non ho mai frequentato in modo particolare, o troppo appassionato, i circhi. Ci andavo da bambino, spesso con la scuola, ma ero di quelli che avevano paura degli animali e in fin dei conti non ho mai riso più di tanto per quegli spettacolini un po' demenziali che li sostenevano: mi irritavano già allora. È stato attraverso il teatro, in particolare attraverso il teatro francofono dell'assurdo (definizione di Martin Esslin, oggi praticamente irrinunciabile), che mi sono avvicinato a questo mondo, con una prospettiva completamente diversa. In particolare Samuel Beckett, sia con Finale di partita che con Aspettando Godot ha dato una sferzata e nuovo senso a questo tipo di spettacolo e forse da allora l'ho capito un po' meglio (pur senza riuscire ad afferrare la presa sul grande pubblico che già io stesso riscontravo da bambino). Solo da adulto, dunque, avrei potuto vedere, senza ridicola snobberia, I clowns (1970) di Federico Fellini. Si tratta di un documentario sul mondo girovago del circo che sempre ha affascinato il grande regista romagnolo (penso soprattutto all'ispirazione per la straordinaria Giulietta Masina ne La strada)

Il titolo del film già ne rivela l'essenza: I clowns non è tanto una ricerca sull'essenza del pagliaccio, sul suo ruolo, ma un incontro straordinario con persone che hanno fatto la storia del genere e delle diverse figure di clown ("augusto" e "bianco"). Proprio perché non ho dimestichezza con lo spettacolo agito del circo, se non con le derive e le reinterpretazioni esistenzialiste, ho fatto un po' di fatica a seguire nomi e sviluppi, ma credo di potere riferire l'importanza del circo francese nel panorama europeo, ma anche il senso di una tradizione culturale che ha letteralmente attraversato l'Europa negli ultimi tre secoli. Partito da una delle più celebri e rinomate esperienze italiane del circo, quello Orfei, Federico Fellini e la sua troupe - accompagnati dalle musiche ricreate da Nino Rota - procedono con chiaro intento didascalico attraverso brevi, ma numerosissime, interviste, da cui emergono documenti e tempi ormai estinti, soprattutto se si considera che dalla messa in onda di questo film per la RAI sono passati 42 anni.

Quelo che senz'altro emerge da questo viaggio nela carovana del circo è l'impressione di una vita mirata essenzialmente a fare spettacolo: tutto, nelle gags dei clowns - viste qui come asse portante dell'intera struttura circense - è falso, ricostruito, plastico, pura lavorazione di materiali, di tempi e di illusioni per gli spettatori.Proprio per questo, ogni occasione viene convertita al suo essere puro spettacolo, non esiste un giudizio preventivo sulle cose, tutto viene fatto lì, con grave pregiudizio (anche fisico) in caso di errori, la vita e spesso anche la morte degli artisti si basano sul rodaggio continuo e inarrestabile, sulla sicurezza di ogni gesto, sul loro essere infallibili e insieme spiazzanti. Non è difficile capire come da quel delirio policromo di senso e di vita si sia potuti passare alla poesia onirica e struggente di spettacoli come Slava's snowshow, soprattutto ricordando la matrice slava, appunto, di molti circhi, attraverso la mediazione francese. Né credo sia un caso se anche Fellini nel 1970 ha voluto chiudere con un finale malinconico, come se quel tipo di spettacolo fosse solo un'esperienza conclusa e lontana nel tempo. Roba da vecchi, insomma, tristemente abbandonata all'effimera memoria di scolaresche irrequiete.

Roberto Oddo

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