Il pranzo della domenica di Carlo Vanzina

Alle volte fa bene uscire dal proprio seminato. E, se è evidente che non avrei mai visto Il pranzo della domenica (2003) di Carlo Vanzina al di fuori di questi post sul "rito della tavola", è anche vero che un film del genere, destinato a un pubblico di pretese cinematografiche meno complesse, presenta diversi aspetti comuni ad altri titoli che io includo nella stessa "serie".

Intanto, è chiaro che il momento conviviale è soltanto un pretesto per riunire sotto uno stesso tetto, e dunque all'interno di una stessa sceneggiatura, individui che con il gruppo "a tavola" hanno rapporti episodici, o comunque non esclusivi. La tavola, appunto, non il cibo o il nutrirsi ha un valore narrativo fondamentale: è chiaro che, supportato da una letteratura forte dietro, un film come The Dead di John Huston assume un valore di sintesi magistrale in questo senso. Il rito del pranzo o della cena, è in realtà un incontro rituale: qualcosa di programmato, di atteso, che si formalizza nel suo compiersi. Il suo verificarsi è anche il verificarsi di forze in gioco e di maschere che non possono smentire le attese. Film come questi sono ideali per recite a soggetto, ovvero per studi di caratteri fissi che sono specchio, più o meno appannato, della società a cui si rivolgono. Certo che sono stereotipi (e sono stereotipi anche i film più sofisticati), ma è proprio nella tipizzazione che si configura e si riconosce una comunità, anche (e direi soprattutto) nei pretesi strappi da quelle dinamiche relazionali.

Nel film di Vanzina abbiamo una società matriarcale (il "patriarca" è morto da qualche anno): una donna al pranzo domenicale con le sue tre figlie e i loro nuclei familiari che si incontrano e si scontrano blandamente e senza energia (se non parodistica) sulle loro vite e le loro idee. Il ritardo con cui arrivano i commensali ha un peso verbale solo sulla bontà dell'arrosto, non sull'importanza del cibo o dell'incontro. Non c'è nessuna tensione, nessuna importanza è conferita a quel momento (meno che mai in termini di relax). Se penso, ad altre occasioni analoghe (e, in extremis, all'interminabile attesa del pasto nello splendido e dolorosissimo Cous Cous di Abdellatif Kechiche), chiaramente lo stesso rito impallidisce qui. Ma non è questo il punto: sarei stupido se non sapessi a che tipo di intrattenimento mi rivolgo qui. Le gags e le battute, anche se non apollinee, hanno per forza un peso maggiore della coerenza nella struttura narrativa.

Il pranzo della domenica di Vanzina ha, come molti suoi pari, una struttura circolare e in questa sua circolarità prevede un completamento delle vicende e una soddisfazione di tutte le attese più sentimentali. Il pranzo è il punto di partenza, il punto d'arrivo, ma non è e non può essere uno snodo (come invece, naturalmente, è nell'umorismo corrosivo e drammatico di Parenti serpenti di Mario Monicelli): la vicenda procede a prescindere, i personaggi vi sono caratterizzati ma non riescono a conferire a quel momento un minimo di credibilità, nonostante il film sia recitato a dovere (da Barbara De Rossi, Elena Sofia Ricci, Galatea Ranzi, Giovanna Ralli, Massimo Ghini, Maurizio Mattioli, Rocco Papaleo). Le storie che si raccontano ne Il pranzo della domenica sono quelle di molti pasti festivi a cui ho più o meno partecipato, sono storie risapute, conferme, modi per evadere da quel pranzo, da quel momento di incontro. E a me interessa invece quel momento cinematografico: dall'occasione ricorrente al rito fondativo dell'incontro, per cui continuerò a cercare.

Roberto Oddo

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