L'uomo del Rinascimento (a c. di E. Garin)

L'uomo del Rinascimento (1988) è una miscellanea di nove studi sul Rinascimento preceduti da un'introduzione del curatore Eugenio Garin. Il volume, edito e più volte ristampato dalla Laterza, affronta l'epoca d'oro della cultura italiana in Europa attraverso un taglio che è alla base della collana: l'uomo al centro dell'epoca, l'uomo con le sue esperienze, le sue realtà, il suo "tipo". Una prospettiva pericolosamente in bilico tra la necessaria astrazione del fare storico e il precipitare in casi concreti di carattere esemplificativo; un taglio editoriale che incontra un'epoca che impone, per di più, la sovranità dell'uomo sul mondo e su astratti principi di autorità. L'oggetto del libro è, dunque, l'uomo del Rinascimento, non il Rinascimento degli uomini (sebbene, in un caso significativo su cui mi soffermerò, la prospettiva si ribalti) e, da questo punto di vista, la presente antologia di sguardi sul '500 assolve a perfezione il suo compito. Tanto più che quel che ne emerge è un quadro abbastanza unitario (senza rinunciare alla dialettica interna) che non richiede la declinazione al plurale: sia le diverse tipologie umane prese in esame che gli esempi contribuiscono ad affrescare un'epoca culturalmente unica.

In generale, ho imparato dalla lettura sequenziale di questo libro molto più di quanto immaginassi. Certo, non sono riuscito a far fruttare la sequenza dei profili, sfuggendomene la logica intrinseca: ma, oltre a non destare problemi particolari, questo è un problema di qualunque galleria di ritratti, non sempre si trova il fil rouge che li vuole in quell'ordine e non in un altro. In alcuni casi, poi, penso che talvolta disorienti l'abbondanza di riferimenti biografici, sia pure senza la pesantezza accademica della pletora di note documentali (la bibliografia, ridotta a pochi titoli essenziali, viene confinata in una paginetta alla fine di ogni saggio). E tuttavia è un piacere scorprire le vite dietro le quali si è tracciato un profilo storico specialistico. Poiché, però, non sono addentro negli studi sul '500 italiano, mi consento l'entusiastica ingenuità della scelta che forse mi si potrebbe rimproverare laddove, come nel caso de La vita quotidiana a Roma, avrei più titoli e dunque un maggiore dovere critico nei confronti dei contenuti. Vale a dire che, se ho imparato molto da ogni singolo saggio, tre in particolare costituiscono ragione di particolare interesse in quello che è il mio percorso culturale e comincio da questi senza troppi riguardi di metodo.

Il primo di questi è Il condottiero (pp. 43-72) di Michael Mallett (per me, lo confesso, del tutto sconosciuto fino a questa lettura). Mallett, nato nel 1932, ha insegnato all'Università di Warwik ed è morto nel 2008. In questo saggio del volume di Garin affronta le dinamiche di potere tra principi rinascimentali, il condottiero e i suoi uomini, con la mediazione finanziaria dei banchieri. Ribaltando una troppo facile etimologia che spesso avvince la mia ignoranza storica, ho imparato il senso della condotta - intesa come condizioni di servizio del capitano e dei suoi uomini - dunque un contratto di subordinazione sta alla base di un nome, da sempre associato romanticamente a forza, tenacia e battaglie vittoriose alla guida assoluta di uomini e di popoli. La gerarchia dei poteri, le necessità che impongono l'assunzione,  la dipendenza dalla base e la trasformazione dei soldati - da soldati che conquistano a soldati che guadagnano - nel corso di quei secoli cruciali tra '400 e '500 completano un quadro affascinante e moderno, attentissimo alle dinamiche tra forze in gioco e forme diverse di sviluppo territoriale.

Il secondo saggio che ha suscitato il mio entusiasmo è L'artista (pp. 237-269) di André Chastel. Chastel, nato nel 1912 a Parigi e qui morto nel 1990, è stato, nella sua città, direttore dell'École des Hautes Études en Science Sociales e docente al Collège de France. Di fatto è una delle massime autorità sull'arte italiana e questo incontro mi darà forse il coraggio di aprire con più attenzione la sua Storia dell'arte italiana da troppo tempo relegata a future letture. L'aspetto più interessante del saggio di Chastel consiste nella problematica sul senso delle commissioni all'artista, dunque sul suo stato di dipendenza dai committenti:. Ne segue un serio problema di autorialità dell'opera d'arte, che forse un classicista ha affrontato più spesso nello studiare archeologie, ma che qui improvvisamente, in virtù di documenti e testimonianze, assume nuova linfa e un significato più concreto: le botteghe diventano luoghi di vita, di lavoro fisico e materiale anche molto pesante, dove il capobottega e gli apprendisti corrono per conquistare nuove commesse e star dietro agli impegni presi (o eventualmente sfuggire ai doveri e alle ricadute legali che ne conseguono). Infine, ho trovato utilissimo lo snodo concettuale per cui attraverso l'architettura l'arte si fa disciplina intellettuale e rappresentazione (nonché uso) del potere, con le differenze che ciò impone allo statuto di tutti coloro che, con approssimazione, noi chiamiamo allo stesso modo "artisti".

Il terzo saggio che ha suscitato il mio entusiasmo, stavolta con una gioia avventurosa quasi infantile, è quello che chiude il volume di Garin: mi riferisco a Viaggiatori e indigeni (pp. 329-357) del bulgaro Tzvetan Todorov. Filosofo del linguaggio, poligrafo, allievo di Roland Barthes, intellettuale impegnato e problematico, Todorov ci presenta i viaggi compiuti da Colombo, Vespucci, Cortès, de Las Casas e Sahagun con una capacità analitica da par suo. In particolare, è interesante come Todorov individui la tensione conoscitiva alla base di viaggi che avevano altro scopo: Colombo viaggia nutrito delle sue mille letture religiose e di cataloghi di mostri e creature subumane, conducendo la sua ciurma in un'avventura che sulla carta non aveva nessuna speranza di successo; Vespucci, marinaio di molto inferiore, né comandante della sua nave e neanche il primo ad avere "scoperto" l'America, è però un ottimo letterato, che stila rapporti di viaggi avventurosi che generano il mito dell'autore Vespucci e del nuovo mondo; Cortès comprende l'importanza della comunicazione e dei dati da acquisire per disorientare, sconfiggere e conquistare il territorio controllato dagli Aztechi; las Casas procede per una doppia via di evangelizzazione, conoscenza e difesa dei diritti degli indigeni americani, difendendo e diffondendo un principio di colonizzazione pacifica, utilizzando e riformulando la sua profondissima cultura domenicana; infine Sahagun, che, sempre nell'intento di evangelizzare, trova però tempo e modo di imparare la lingua degli indigeni e di scrivere una Storia generale delle cose della Nuova Spagna in nahuatl (a beneficio e istruzione degli stessi messicani e poi tradurla in spagnolo, per i suoi concittadini.

Gli altri ritratti, non meno meritori, che solo per caso non hanno incrociato adesso il mio percorso, li enumero qui nell'ordine, confidando nella possibilità che qualcuno, meno sordo o comunque più in sintonia, possa promuoverli meglio di me: John Law ha affrontato il nodo del Principe (pp. 13-42); Massimo Firpo quello del Cardinale (pp. 73-131); Peter Burke (di cui spero di parlare in altro momento e con altre letture già in programma) ha scritto uno splendido saggio sul Cortigiano (133-165); Eugenio Garin, oltre all'introduzione (pp. 1-12), si è anche prodigato nell'enucleare le figure riassunte nell'etichetta Il filosofo e il mago (167-202); Alberto Tenenti ha difeso la posizione di Mercante e banchiere (pp. 203-236); infine Margaret L. King ha tracciato le linee di quella che chiama La donna del Rinascimento (271-327).

Su quest'ultimo saggio vale la pena spendere ancora due parole. L'autrice, newyorkese di nascita, formazione e professione, traccia un quadro un po' spiazzante (soprattutto per un maschio) di un Rinascimento degli uomini e non delle donne. In particolare, lamenta come le tipologie individuate per gli uomini, solo con fatica e sotto specie di eccezioni, possono coinvolgere anche le donne. Gli argomenti che adduce Margaret L. King sono congruenti sul piano storico, ma sembrano esulare un po' dalla linea del libro, sia per dimensione (il suo saggio è, insieme a quello di Firpo sul cardinale, il più lungo del libro), sia per oggetto. Si fatica, infatti, a individuare il Rinascimento dentro il quadro che l'autrice traccia, dal momento che, mentre per tutti gli altri autori si considerano sostanzialmente i decenni compresi tra la fine del '400 e il Concilio di Trento, qui (a due terzi dall'inizio del saggio), apprendiamo che il suo Rinascimento è molto più lungo e dura due secoli. È comprensibile che una realtà dinamica come quella maschile, senz'altro dominante nel corso dei secoli e della storia europea, soffra meno nel segnare nuove tappe e distinguere il vecchio dal nuovo, mentre l'immobilismo a cui è stata relegata la figura femminile costringe a una prospettiva di lunga durata, nella quale i cambiamenti sono visibili, ma vanno circostanziati con maggiore attenzione. Mi sembra che questa difformità porti male alla causa femminile che con tanta, giusta e condivisibilissima passione difende Margaret L. King: spiazza, anzi, la posizione del saggio all'interno della miscellanea e per certi versi anche l'ordine argomentativo, Sia detto ciò con estremo rispetto e senza che questo nuoccia al quadro d'insieme del libro di Garin, poiché anzi ne aumenta la forza dialettica e l'interesse su quello che noi chiamiamo Rinascimento.

Roberto Oddo

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