Verdi di Franz Werfel. Wagner e il forestiero

[Opera] Verdi (1924, tit. or. Verdi. Roman der Oper) è un grande affresco storico, nonché primo romanzo dello scrittore ebreo Franz Werfel (Praga 1890 - Los Angeles 1945), terzo marito di Alma Schindler (dopo Gustav Mahler e Walter Gropius). Documentatissimo e frutto di un'intelligenza fuori dal comune, è un libro di una bellezza a tratti folgorante, pregno di amore per la musica e pregno di una precisa conoscenza musicale sul piano tecnico e storico. Fatti e leggende incrociano la fantasia creativa dell'autore, che consegna al suo lettore un panorama culturale e drammatico insieme ben calibrato sul protagonista e ricchissimo di spunti e personaggi che vivono la loro vita intorno al Maestro.

Siamo nell'inverno 1882-1883 e Giuseppe Verdi si trova a Venezia. Ufficialmente ha lasciato l'affetto della sua seconda moglie, il soprano Giuseppina Strepponi, per dare l'ultimo saluto all'amico Vigna, ormai moribondo. Questi, però, è solo un alibi e non compare nemmeno nel romanzo, se non in rievocazioni di tempi passati. In realtà, il Maestro, settantenne, ha compiuto questo viaggio perché sa che lì troverà Richard Wagner, il nemico, il metro del suo valore da una ventina d'anni, colui al quale la sua musica è stata sempre contrapposta. A preparare l'arrivo in città, è stato l'amico, il Senatore: non altrimenti definito sul piano anagrafico, questi è un amico vero, una figura umanissima, affettuosa e solerte. La famiglia del Senatore è la sponda che funge da coltraltare, diciamo così, laico, rispetto alla dimensione esistenziale e spirituale della musica di Verdi.

Il Maestro viene accolto in una Venezia brulicante di personaggi, taltolta veri fino alla commozione, anche quando pervasi da un generoso daimon tardo-romantico: come Italo, il figlio maggiore del Senatore, che vive una relazione adulterina con Bianca, moglie di Carvagno, medico di successo che gestisce da solo una clinica rinomata per la sua efficienza, figura che cresce nel corso del romanzo, di un'italianità esemplare (e, nella conclusione, anche pirandelliana); o Fischböch, titanico musicista tedesco trapiantato nella Laguna con la moglie e uno splendido figlioletto biondo, Hans, che attirerà l'attenzione di Verdi, ancora commosso dopo diversi decenni in seguito alla perdita del suo piccolo Icilio; o ancora Margherita Dezorzi, soprano e femme fatale, donna incapace di tutto (soprattutto di amare), fuorché di recitare e di cantare (e, così, di incantare).

Ma non si può parlare di Verdi di Franz Werfel senza tacere di lui, Wagner, che aveva eletto Venezia a sua capitale e che rappresenta per il Maestro bussetano un'autentica ossessione. Il confronto tra i due uomini avviene sempre a distanza, in una serie di incontri mancati che sembrano sfociare in un confronto finale sul tema, fil rouge dell'intero romanzo, della necessità dell'arte: se valga più in quanto eterna o in quanto incistata nella storia o nel popolo che vuole rappresentare. È per questo che un altro personaggio assume un'importanza speciale e, ancora più "laica", nella prima corposa prova narrativa di Werfel: si tratta del Marchese Gritti, che ha scelto di vivere fino ai duecento anni e oltre. Museo ambulante (e non solo) di storia della musica, il vecchio è il nerbo dell'immortalità dell'arte, ma un'immortalità senza vita e senza amore, un'immortalità paga di se stessa, l'immortalità come dovere, immortalità che è anche cimitero di generazioni che non possono più esistere e non hanno altro spazio nella memoria degli uomini.

La cultura musicale dell'uomo è ricca e articolata, riporta i nomi di compositori non più citati o rappresentati alla fine dell'Ottocento, ma Gritti non trova posto per la modernità nella sua vita: dotato di una memoria a breve termine imbarazzante, l'ultracentenario si fa sfuggire la vita che si ostina a vivere; va ogni sera, ogni sera, ogni sera a teatro da quando era giovane, salvo non ricordarsi neanche il titolo che va a vedere, e sostituire i giudizi di valore con sentenze più o meno moralistiche sulla musica di un tempo. Nell'uomo non brucia l'anima dell'arte, l'arte oggi, l'arte urgente, con le sue illusioni e anche con le sue disillusioni: tutto sembra imbalsamato con lui e non è pensabile che possa partecipare all'urgenza d'arte che tutti, ma in particolare Verdi, toccato dalla grazia o dalla dannazione del realismo sulla sua opera e dall'esigenza di misurare la sua arte, non in confronto a Wagner, ma in rapporto ai tempi.

Verdi, costretto a combattere una sì lunga lotta contro gli uomini e le epoche, non fu mai sottomesso; in ogni momento, qualunque fosse l'ora segnata dal grande orologio, egli rimaneva l'uomo del suo tempo, mai l'uomo di ieri, mai l'uomo di domani, sempre l'uomo d'oggi e, come tale, libero e solitario sul vertice del giorno. (p. 64)

Franz Werfel dipinge un compositore forte e un po' freddo, indulgendo - come sembra impossibile a chi non viva in prima persona gli umori di un Paese - anche alle dicerie popolari, ai fermenti di un'Italia appena nata e alla sua storia, alle fantasie su Garibaldi, Mazzini e Cavour, non solo alla storia accertata e documentale di una Nazione. Il Verdi che ne emerge è eroico, forte, risoluto; nello stesso tempo incerto sul proprio futuro: incontra il mondo sublime dell'arte e delle sue forme, ma sembra sfuggire a contatti con quegli uomini che lottano e si dibattono per farla, questa storia. L'urgenza dell'artista è per lui carnale e non arginabile e, con ciò, Giuseppe Verdi rimane un forestiero in quella Venezia proiettata sulla figura - in sé simpatica e umana - culturalmente dispotica di Richard Wagner.

Verdi di Franz Werfel - pubblicato da Corbaccio nel 2001 e poi riedito nel 2013 nella traduzione di Willy Dias riveduta da Ulla Casalini - è, prima che un romanzo storico, un romanzo-città: un omaggio commosso alla città veneta, a quella sponda della cultura mitteleuropea verso sud. Venezia non è solo teatro dell'azione - o dell'inazione - degli uomini e delle idee, sembra eternarsi in una dimensione dell'essere città - luogo di scambi, di residenza o passaggi fugaci - che supera l'affondo esistenziale di quel turista speciale che era Gustav von Aschenbach in Morte a Venezia di Mann (che è del '13). È una città reale, vissuta (e non descritta) con i piedi, gli occhi e il cuore di chi vuol andare oltre, crocevia di prima e di dopo, di morte e di vita, affondo di un uomo, Wagner, nell'eternità della sua figura e della sua opera, parentesi di altro uomo, Verdi, nella carne e nello spirito della musica tardoottocentesca, che sembrava aver lasciato fuori dalla sua esistenza quotidiana nella lontana e appartata Genova.

Non importa neanche quanto di vero ci sia in questo trascinante romanzo (ciascuno può appurarlo da sé): l'ardore giovanile conferisce a quest'opera la capacità di trattare problemi attuali, precisi e circoscritti, fondamentali nella cultura mitteleuropea del primo dopoguerra, ma anche di affrescare le figure di uomini eterni, superando qualche sporadica - e scusabilissima - sgranatura narrativa a vantaggio di un indubbio pathos. Franz Werfel, che è attentissimo a calibrare - con finissimo spirito autoriale - la componente documentale con l'inventiva, ma non sfocia mai nella pedanteria di un biografismo, del resto impossibile in un'opera come questa. Attraverso uno scorcio, quell'inverno del 1883, emerge, come dalle acque di Venezia, tutta la vita di un uomo e la strettissima fratellanza dello spirito mediterraneo con quello germanico. E forse la storia dei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo e l'ombra di Nietzsche ci diranno ancor più su questo romanzo.

Roberto Oddo

Post più popolari