Cosa c'è in quel libro, che lo rende bello?

Sto divorando, pagina dopo pagina, la vita di Canetti. Procedo attraverso i suoi anni con disinvoltura forse eccessiva, ma va bene così: ognuno prova a scegliere i propri tempi. E via via mi riscopro nelle sue pagine, con una sorpresa che non immaginavo. Sapevo già che La lingua salvata era un libro straordinario. Quello che mi mancava era capire cosa ci fosse in quel libro, che lo rendeva tanto bello. E in ogni libro.

Hai mai notato la sicurezza e l'espressione estatica di chi parla di un libro che ama? (La vedi quasi sempre negli occhi di chi fa cenno a Cent'anni di solitudine di Marquez o, più a ragione, alle Memorie di Adriano della Yourcenar; ma io la ricordo proprio quando si parla dell'autobiografia di Canetti). E tu ancora ne sei ignaro, non hai che la sua pelle e le emozioni che vi scorrono dentro come il Mississipi, e ti chiedi che pesci ci nuotino dentro, cosa ci sia sotto tutto quell'amore.

E, se per caso lo chiedi, ti danno sempre le stesse risposte. Le stesse di ciascuno e, talvolta, le stesse sullo stesso libro. Come se non si facesse che leggere sempre "l'affresco storico" e "il personaggio di lei" e "i paesaggi descritti" e "la sofferenza" e, talvolta, ma molto di rado, "la gioia". Se è con amore che ne parliamo, leggiamo tutti un unico libro e quello di cui parliamo non è un romanzo, ma un segnalibro della nostra storia.

Ancora una volta, questo è per me Elias Canetti. Spero di dirmi, prima o poi, cosa ci sia di speciale in questa pagina della mia vita.

Roberto Oddo

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