Elias Canetti, Il frutto del fuoco: Autobiografia atto II

Elias Canetti esce dall'infanzia - etimologicamente la condizione di chi non può parlare - e scongiura il silenzio definitivo: salva la sua lingua da una tremenda minaccia, mantenendo il riserbo su una tresca amorosa. È così che l'uomo e l'autore trovano la loro voce, una voce concorde, una vibrazione incantata - molto mediterranea e insieme invasata dallo spirito mitteleuropeo - all'unisono con la madre e con il mondo. Dal dissolversi improvviso di questa struggente magia, che aveva resistito alle minacce e agli agguati della vita, Grande Guerra inclusa, si delinea l'adolescenza del giovane Elias, il periodo in cui la crescita si compie e si ha un passaggio irrevocabile, fatto di lentezza come di strappi.

L'adolescenza è il miracolo che permea Il frutto del fuoco (1980, tit. or. Die Fackel im Ohr), l'opera in seguito alla quale viene conferito il premio Nobel per la letteratura a Elias Canetti nel 1981. La tensione alla crescita attraverso la conoscenza prende corpo qui attraverso l'impatto del mondo - ovvero l'impatto con il mondo. È un Canetti in gara con il mondo, ma un Canetti, appunto: non più il piccolo Elias, l'orfano di padre, bensì il giovane che riprende - anzi assume - il suo cognome tra gli altri, tra Francoforte, Vienna e la maliarda, odiata Berlino, uscendo dall'influenza materna dopo la cacciata dal paradiso zurighese che chiude La lingua salvata. Ed è un Canetti che viene tratteggiato con penna esatta e nuovamente incantevole attraverso tutti gli sbalzi umorali - la rabbia, l'entusiasmo, la forza virile - tipici di quella misteriosa miccia sempre accesa dell'adolescenza.

È affascinante, già, il modo in cui la sua presentazione al tempio del mondo corrisponda all'invenzione dell'amore. E devo ricorrere ancora una volta all'etimologia per identificare nell'invenzione - oltre al senso che assume comunemente il termine oggi - anche il senso di una scoperta. Il giovane Elias Canetti scopre l'amore raccontandolo a un suo compagno di classe, un atleta e un bel giovanotto molto più esperto di lui in fatto di donne. Riformulando le storie che sente, arricchendole con la sua cultura e l'esperienza indiretta, se si vuole anche attraverso quel tabù erotico che Mathilde Arditti gli aveva imposto, il giovane indaga sull'amore: ma sarebbe ingiusto negare che proprio questo confronto con la vita adulta fosse proprio voluto con forza dalla madre, a costo di uno strappo dolorosissimo dal suo grembo, lei che si era dedicata "con energia sovrumana all'educazione intellettuale dei suoi figli" (p. 50).

L'uomo-Canetti formula una sua conoscenza dell'amore attraverso un atto narrativo in bilico tra realtà e finzione, che non smette perciò di essere verità, per il fatto di verificarsi puntualmente attraverso il confronto acceso con il mondo e con la donna (e alla Donna, alla sua Veza, è dedicata questa seconda tappa dell'autobiografia dell'autore-Canetti). Non c'è più il piccolo Elias che trova nei racconti alla madre una forza terapeutica (o, piuttosto, salvifica): c'è un intelligente e caparbio giovanotto che racconta a un suo amico di un'altra donna, una donna che comincia con il non esistere e finisce con il diventare un'autentica passione amorosa. E, quando questo accade, torna l'Elias che racconta false storie d'amore alla madre, ma l'Elias uomo che racconta per proteggere la donna che ama (reinvenzione ironica e graffiante del motivo medievale della donna-schermo). Canetti non è mai presuntuoso nel parlare di sé; eppure, è tutto compreso nell'irridere la presunzione che aveva caratterizzato ogni fase appena conclusa e non può non guardare al passato come sempre concluso dietro di sé. Il mondo gli appare all'improvviso e non c'è nulla che lo meravigli più dell'amore (sorge spontaneo con un sorriso il ricordo dell'indimenticabile What Is This Thing Called Love di Cole Porter).

Il frutto del fuoco è, tuttavia, anche più di questo: dopo l'introduzione alla vita de La lingua salvata, questa seconda tappa dell'autobiografia di Canetti - scritta di nuovo, come l'autore più volte sottolinea, a più di mezzo secolo dagli eventi narrati - è la storia della genesi della sua opera futura. Di Massa e potere (1960), intanto, il libro della sua produzione che più di ogni altro avrebbe spinto l'accademia svedese al conferimento del premio Nobel: di questo saggio controverso finché si vuole, pensato, dibattuto e scritto nel corso di oltre trentacinque anni, l'autore traccia una storia insieme romantica e impeccabile sul piano narrativo. La sorpresa maggiore, però, riguarda forse quelle opere che, pur essendo citate o alluse, non sono - o non sembrano - l'oggetto di interesse esclusivo del giovane Canetti. Nella tensione all'ascolto e nell'insistenza sull'importanza delle lingue e della comunicazione, si collocano i germi di Le voci di Marrakech e il teofrasteo Il testimone auricolare, sempre con la consueta attenzione alla ricchezza timbrica, idiomatica ed esistenziale dell'altro. Ma il lettore stregato dalle sue pagine non farà fatica a riconoscere le tirate farneticanti e alcuni personaggi principali (Fischerle in primis) di Auto da fé (1935), molto prima che se ne parli.

In effetti, sembra che, nel corso di questo suo secondo capitolo dell'autobiografia, Canetti corregga il tiro: tutto il materiale che sembrava portare il giovanotto intelligente e ambizioso ad affrontare il saggio sulla massa viene ora convertito nella redazione della sua grande prova narrativa. In tedesco, Il frutto del fuoco si intitola Die Fackel im Ohr: "Die Fackel", La fiaccola, è il nome della rivista prodotta e interamente realizzata da Karl Kraus, intellettuale viennese, spirito guida di tutto questo periodo nella vita di Canetti, che appunto lo aveva sempre "nelle orecchie" (im Ohr), a mo' di urgenza intellettuale ed emotiva. Ancora un'immagine di fuoco, sia pure controllato. Così come controllato, anzi addirittura emblema di una disciplina che appicca l'incendio, è l'autodafé, la cerimonia dell'inquisizione caratteristica della Spagna e delle sue dominazioni (ivi compresa la Sicilia), che trovava il suo culmine nel rogo in cui venivano bruciati gli eretici. "Spagnolo", in quanto ebreo sefardita, si definisce l'autore e l'immagine del fuoco attraversa - e anzi investe - le due opere come in un unico destino, con la forza di una predestinazione che si compie nel segno di Sansone (Giudici 13-16). Questi viene configurato a mito fondante del legame tra Il frutto del fuoco - dunque gli anni Venti - e Auto da fé: il nome di Sansone significa piccolo Sole, sua era stata la trovata di unire delle fiaccole alle code di volpe per incendiare i covoni di grano dei Filistei e, per punizione dei suoi gesti, una volta catturato, gli erano stati cavati gli occhi (il titolo originale di Auto da fé in tedesco è Die Blendung, appunto L'accecamento, ma il titolo italiano è voluto dallo stesso Canetti).

Ci sono legami ancora più sottili - che non rivelerò qui - che portano l'autore a spostare l'attenzione da un saggio sulla massa a un romanzo di suprema forza narrativa come Auto da fé e colpisce, non meno che la metamorfosi - altro tema portante de Il frutto del fuoco - la progressiva scomparsa della figura materna nella vita di Canetti proprio in questa fase, ma non cercherò di interpretarla qui. Ancora una volta, mi trovo davanti a una lettura che mi ha segnato e che necessita di tempo per decantare. L'aspetto che più mi ha colpito, e ferito, nella lettura de Il frutto del fuoco, è la capacità di intercettare i miei pensieri proprio nel loro svolgersi. Questo grado di empatia che trovo stupefacente, e a tratti angosciante, testimonia, d'altro canto, che ho seguito un processo evolutivo che è anche un punto di non ritorno (in uno dei racconti della serie Under25 dedicati a Tondelli, non ricordo più quale, il protagonista diceva che non si può leggere Proust e poi prendere l'autobus nello stesso modo). Di fronte a una re(l)azione di lettura così intensa, di solito tendo a prendere le distanze; ma so bene che fermarmi ora significa mettere un punto all'autobiografia di Canetti, che amo. E ciò non porterebbe ad altro che a subire gli effetti collaterali senza beneficiare del valore formativo di un simile incontro: per ciò, e solo per ciò, ho già accanto a me il prossimo (ultimo) capitolo, di questa trilogia "autobiografica" di Elias Canetti, Il gioco degli occhi.

Roberto Oddo

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