Elias Canetti, La lingua salvata: Autobiografia atto I

Elias Canetti, La lingua salvata, Adelphi
La lingua salvata (1977, tit. or. Die gerettete Zunge) di Elias Canetti è uno di quei libri che non presterei mai ad anima viva. Nonostante l'abbia sottolineato, citato, in parte anche discusso, il segreto del mio amore sta - direi quasi tra le sue coltri, ma in realtà - tra le sue pagine, nel non detto. Non nei mille segni a matita che lo costellano, ma nelle pagine un po' annerite, nel non detto che all'improvviso si fa parola e mi appare ferendomi con esattezza dove fa più male. È con questo magnifico libro che sono stato nei giorni che il mio blog ha vissuto forse come una latitanza e porto con me ancora i segni di questo incontro. Al punto che, come riflesso condizionato, temendo preventivamente la nostalgia, ho accanto a me, oltre alle pagine vissute e rivissute che stentano a lasciarmi, anche il secondo volume di questa straordinaria esperienza autobiografica, Il frutto del fuoco.

(Mentre scrivo, o piuttosto mentre leggo in testa quello che vado scrivendo, mi accorgo di essere ancora innervato del ritmo, della prosa intima e radicale di Canetti: mi riconosco - e sarà pure un capriccio - nella sua mano, nella sua carne. Un simile grado di empatia in questa fase mi sta benissimo, direi anche che è indispensabile e non nuoce allo sguardo critico nella misura in cui faccio di questa lettura un'esperienza esistenziale, non solo un tassello nel panorama letterario mitteleuropeo del Novecento. C'è una vita davanti per sapere e per capire, ma solo una vita da vivere.)

Il titolo di questo primo tomo dell'autobiografia di Canetti è ispirato a un episodio dell'infanzia dell'autore, raccontato in apertura: la ragazza che teneva a balia il piccolo Elias aveva una tresca con un giovane dirimpettaio e per fargli tacere della cosa, a ogni incontro il bimbo veniva scherzosamente minacciato di vedersi tagliata la lingua. Dal silenzio, dunque, nasce quest'esperienza; dal silenzio ovvero dalla proibizione dell'atto di parola. Il termine tedesco Zunge, corrispettivo dell'inglese tongue fa riferimento all'organo lingua, al muscolo (ed è diverso dalla parola die Sprache / language che invece significa "idioma"): è da un divieto, cameratesco e divertito che scaturisce la memoria dell'autore, in una specie di incipit sacrale, della stessa sacralità che permea tutta l'opera di Canetti.

L'autore, infatti, pur professando un'educazione assolutamente laica, per non dire atea, pur enucleando le ragioni storiche di una decisa apostasia dell'ebraismo da parte della fortissima madre, irradia per intero di sacralità e di mistero questa sua prima incursione nel passato remoto della sua opera ed esperienza esistenziale. Il ricordo del padre amatissimo, morto troppo giovane, i frequenti e abissali crolli nervosi della madre, l'infrazione capitale di un precocissimo tentativo di omicidio, su cui si addensa l'umorosità dell'uomo adulto con i suoi tabù ormai incarnati, i divieti e le maledizioni familiari, il destino scritto in anticipo e il tentativo di farsi da sé, di superare gli ostacoli, in specie come atto di sovranità intellettuale sul mondo, sia pure quello ristrettissimo di un'anomala e insieme quasi archetipica famiglia sefardita in giro per l'Europa e la sua storia a cavallo tra XIX e XX secolo.

Il Canetti che emerge da La lingua salvata è un Canetti ontologicamente "alunno", una persona essenzialmente destinata a imparare, affamato di sapere, che venera in chi ce l'ha e glielo impartisce e riflette in primo luogo sulla sua vita come un'esperienza didattica meravigliosa e infinita. Dalle discussioni e letture densissime e frequentissime con una madre straordinariamente colta a tutti i suoi insegnanti, il primo capitolo di quest'autobiografia di Elias Canetti è una galleria di ritratti umani, che proprio sulla molteplicità di specchi ed esperienze fonda una compattezza ideale. Lo sguardo del giovanissimo Elias è pilotato da queste figure, che entrano quasi in competizione tra loro e con i tradizionali ruoli della famiglia in termini di autorità. Ma è la mamma a vincere su tutti, con la sua imprevidibilità, con le sue vaste letture, con il ricordo del marito, quasi come una colpa, il sangue ancora ossigenato dai comuni interessi teatrali, con l'insistenza sui codici linguistici e la realtà storico-biografica alla base di ogni opera.

A questo figlio-alunno, perfettamente compenetrato nel ruolo di chi apprende, la madre di Canetti fa da guida, ora dolce e dedita, filtrata attraverso un amore esclusivo e passionale, da "figlio unico", che pone sullo sfondo i fratellini più piccoli di Elias (al più piccolo dei quali, Georg, è per altro dedicato La lingua salvata). Il capitolo finale, Cacciata dal Paradiso, riprendendo i fili di quanto scritto fin lì, è un dialogo tra Canetti e la madre che, da solo, sintetizza e vale l'intero libro, lo riconfigura, lo prepara, attraverso una radicale metamorfosi, a un'esperienza diversa. Elias non sarà più, non potrà più essere l'adolescente difficile e felice, è a questo punto che fa i conti con il suo cammino di crescita, con ciò in cui ha creduto e che ha inventato per sé e per la madre: il bimbo terrorizzato per la sua lingua della prima pagina, quella lingua che sarà salvata con un atto non meno sacrale (der Retter, in tedesco, è il Salvatore, il Liberatore), dovrà fare i conti con l'intelligenza che l'uomo ha avuto in dono e trovare una strada per diventare l'adulto che noi lettori conosciamo e che io appassionatamente amo.

Roberto Oddo

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