Il pranzo di Babette di Gabriel Axel

Ho letto il racconto di Karen Blixen tanti anni fa, forse addirittura al liceo, e non lo ricordo per niente. Ma non c'è stato bisogno di troppa letteratura per amare Il pranzo di Babette (1987, tit. or. Babettes gaestebund) di Gabriel Axel. Se l'avevo visto allora, e non credo, mi ero perso il senso di questo racconto che, da qualunque parte lo si interecetti, ha molto da dire a noi che lo vediamo a un quarto di secolo di distanza. Vi si racconta la storia di Filippa (Bodjl Kjer) e Martine (Birgitte Federspiel), figlie di un pastore, a sua volta padre di una chiesa nella provincia danese, che festeggiano il centesimo anniversario della nascita del loro papà. A preparare il menu, però, è Babette (Stéfane Audran), la loro cuoca francese, che molti anni prima si era rifugiata presso di loro tramite raccomandazione, avendo perso marito e figlio in una spietata guerra civile in Francia.

Il pranzo di Babette è sontuoso, costosissimo e prelibato, ma desta molti sospetti nella piccolissima comunità provinciale a cui è rivolto. Si tratta di un pasto squisitamente francese e gli ingredienti non sembrano neanche commestibili alle due padrone di casa, al punto da far temere una specie di rito stregonesco, un vero e proprio sabba sotto il tetto timorato delle due donne. È solo la presenza del Gen. Lorens Löwenhielm (Jarl Kulle), estraneo al circuito ristretto dei fedeli, a riportare il cibo a una dimensione meno spirituale di quella che si voleva intendere in quel tavolo: è lui, in ogni caso, a spogliare la cena di quella censura che pesava come una cappa sull'evento.

Il pranzo di Babette è un sacrificio in nome della fedeltà, dell'amore familiare, è la celebrazione di un rito, un dono che coinvolge l'umanità ristretta a un tavolo che ha perduto modi e ragioni per riconoscersi. Il film scritto e diretto da Gabriel Axel ha il tocco delicato e leggero di un atto d'amore. Girato in una periferia onirica, Il pranzo di Babette colpisce per la sapienza con cui l'innaturale lentezza di una Danimarca lontanissima e intorpidita dalla bellezza e dalla nebbia viene coniugata con sapiente dosaggio degli umori e tempi cinematografici molto ben calcolati, che non comportano mai la noia dello spettatore. A differenza di altri film nei quali la convivilaità è un pretesto, il pranzo in sé e la sua preparazione sono in effetti il fulcro di un film recitato benissimo da tutti (anche i più sconosciuti attori, ma si ricordi la presenza di Bibi Andersson), denso e simbolico, colmo di eleganza e di mistero, prezioso e narrativamente equilibrato.

Roberto Oddo

Post più popolari