Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Metti che un giorno salga su dagli inferi... no, non evochiamolo, sì, insomma Lui. Che appaia in una sera primaverile in una Mosca deserta, quando fa caldo e a rasserenarti c'è solo un succo di albicocca, sì, ma caldo e appiccicoso. Oh, non lo vedi direttamente e non subito, lui, si sfrangia nelle immagini di una realtà che si scolla da ogni logica ordinaria. E metti pure che non sia solo, ma accompagnato da "una compagnia ristretta, eterogenea e alla buona". Così la definisce, almeno. Si rischia la follia.

Il mondo si sprigiona così dal romanzo Il Maestro e Margherita che Michail Bulgakov (1891-1940) non riuscì a veder edito e che sarebbe stato pubblicato solo tra il 1966 e il 1967: dichiara di averlo bruciato e riscritto (riprendendo forse esplicitamente il topos comune anche alle Anime morte di Gogol'). Non stupisce che questa sulfurea giostra di colori e acrobatiche suggestioni dissacratorie - che suona tanto come un trio di Prokofiev o di Shostakovich - abbia dovuto attendere ancora più di venticinque anni prima di venire alla luce. Stupisce, semmai, che in piena guerra fredda abbia potuto far breccia e conquistare rapidamente il pubblico di tutto il mondo incantandolo. Intendiamoci, questo divertentissimo romanzo ha ben più di una carta da giocarsi: la sua costruzione narrativa è frutto di un'alchimia davvero luciferina, in grado di tenere insieme come per incanto le situazioni e i personaggi più diversi senza perdere un briciolo della sua abbagliante eccentricità.

A lettura ultimata, credo che più di un lettore possa chiedersi legittimamente per quale ragione il romanzo prenda il nome del maestro e di Margherita, e non dei molti altri personaggi - per esempio del povero Ivan Nikolaevic, trottola impazzita alla ricerca di una verità sui misteri di Mosca che proprio gli sfuggono. Ma era solo per fare un nome, uno tra i mille altri, visto che i veri protagonisti dell'azione sono proprio Woland, Satana in persona, Korovev, Azazel, il gatto Ippopotamo e la segretaria perennemente nuda Helle. E lo sa solo il diavolo che cosa ci siano venuti a fare in questo afosissimo maggio russo, perché il lettore non lo capirebbe e forse si rimane con molti dubbi fino alla fine. Lo stesso Bulgakov ci viene in aiuto o gioca a metterci in imbarazzo nell'incipit della seconda parte, a metà esatta della sua opera, parlando di una storia d'amore, una delle più importanti che si siano mai viste sulla terra, una di quelle che spazzano via qualunque preconcetto sull'impossibilità di amare oltre se stessi. Così il lettore è pronto a dirsi, per un attimo soddisfatto: ah, allora è di questo che si parla, allora Il Maestro e Margherita è un romanzo d'amore!

Ma Il Maestro e Margherita a me non sembra affatto una storia romantica, anche se certe immagini e la manifestazione di certi sentimenti prendono un posto di tutto rilievo, un rilievo non meno bizzarro che lirico, soprattutto nella seconda metà del libro. Né la presenza del Maligno può orientare in una direzione piuttosto mistica o religiosa (anche se la leggerezza danzante con cui viene affrontato il tema non può far dimenticare la sottotraccia misteriosa e cupa, a volte molto problematica, che percorre l'intero romanzo). Mi sembra, anzi, che Il Maestro e Margherita, rapidissimo e magnetico, sia semmai la storia di un esorcismo, l'esorcismo dal demone della scrittura e dal ruolo di "poeta" maledetto rispetto alla sua opera. Il "maestro" del titolo, infatti, è un romanziere senza onomastico alle prese con una storia su Pilato, un autore che perde ispirazione, fiducia in se stesso e, insieme a tutto ciò, l'amore adulterino della splendida Margherita, donna annoiata dalla vita coniugale con un marito ricchissimo quanto assente.

Il romanzo su Pilato, che il "maestro" brucia, non è una digressione, né soltanto un doppio della genesi di Il Maestro e Margherita, bensì funge da sottotraccia molto più di quanto una lettura superficiale possa far pensare. Per altro, il procuratore della Giudea, con la sua scelta difficile, è proprio colui che fa incontrare i due scrittori, il "maestro" e Ivan Nikolaevic, alle prese a sua volta con un poema su commissione sullo stesso soggetto, ma su una tesi imposta (la non esistenza storica di Gesù) che il poeta non riesce ad afferrare o a condividere. Dietro Il maestro e Margherita, insomma, c'è un problema "politico" forte, di una manifestazione del potere imbrigliata da forme più astratte e incomprensibili di dominio sugli argomenti e sulle masse. Pilato non capisce perché Caifa scelga di liberare Barabba e stenta ad adeguarsi, ma conosce il suo ruolo e rispetta le parti, rimandando ad altri momenti l'eventuale vendetta di Roma sull'inconcepibile arbitrio del sommo sacerdote. La storia di Pilato è una storia di impotenza e da questa incapacità di agire verranno infine liberati il procuratore di Giudea e i due scrittori con l'arrivo di Satana e con lo scatenato amore di Margherita.

Dagli inferi irrompe una liberazione allucinatoria e inarrestabile, un'ansia di vita, una soluzione a dilemmi estetici e umani. Sullo sfondo parodico di una Mosca tutta presa nei suoi innumerevoli teatri, delle sue musiche, delle sue orchestrine, dai suoi miti estetici, sogno e realtà si risolvono in pagine - quelle finali - di una poesia trasognata e crudele, intensa, davvero bellissima.

Roberto Oddo

Post più popolari