Il libraio di Selinunte di Roberto Vecchioni

Il libraio di Selinunte (2004) di Roberto Vecchioni circola di nuovo in libreria nella sua settima edizione (sempre per Einaudi). E se il cantante da tempo è nel mio cuore con un'intensità che non riconosco ad altri, da tempo avevo intenzione di incontrare anche il romanziere (ammesso, dico ora, che le due figure si possano davvero distinguere). Non sono rimasto deluso, anzi ho avvertito un forte senso di familiarità. Vecchioni narratore ha, del cantante, l'urgenza di raccontare una storia, quella storia (per altro con una scrittura molto bella e fluida), e insieme di interpretarla. Ma senza violentare mai l'atto narrativo, anzi valorizzandolo proprio nel suo dargli un significato (come i migliori professori dovrebbero saper fare).

Il libraio di Selinunte racconta di una prodigiosa perdita delle parole: uno smarrimento, ovvero un rifiuto del significato delle cose attraverso le parole. Una città magica, persa tra le rovine di ciò che fu, deserta di turisti, rifiuta un libraio. Questi, per parte sua, ce la mette tutta a non integrarsi: è un lettore, prima che un commerciante; bruttissimo com'è, non si adegua a ciò che ci si aspetta da lui. Gli oggetti, quegli oggetti tutti uguali, l'uomo se li tiene stretti: ma da quei corpi monocromatici - tra i quali solo lui sa distinguere - l'uomo legge: il nuovo libraio di Selinunte trae la vita delle parole, la regala al mondo, con voce monotona e rotta, senza interpretazione, un puro soffio continuo di parole che Nicolino, detto Frullo (per via del turbinio di pensieri), non capisce, ma ama. Non stupisce che un uomo come quello, un uomo perso nella sua solitudine, venga emarginato con sempre più violento odio da tutti. Il libraio di Selinunte è la storia di un innamoramento di cui si fatica a comprendere il senso, ma che lascia l'innamorato pieno di sentimenti, di vita da spendere. Amore come lascito di significato per quando non c'è più niente a esprimere le lingue intere che si sono perse con il libraio che non c'è più.

Non sono i libri che importano, ma le parole, quello che ne rimane nell'esperienza di chi le vive. I rimandi di questo romanzo brevissimo di Vecchioni - o i ricordi che riemergono in me - sono molteplici: da un bellissimo racconto di Gesualdo Bufalino (Le visioni di Basilio, ne L'uomo invaso), alle atmosfere di Borges (per altro citato), fino allo splendido affresco di Stefan Zweig, Mendel dei libri. Non è un gioco di enigmistica da "piccolo filologo" che mi spinge a trovare legami, nessi, una storia dietro il libro (sembra, infatti, che molti filologi non sappiano leggere e godersi un'opera per sé). È che proprio mi sono trovato a mio agio in questo libro sui libri che non importano, mentre importa il senso che c'è nelle cose e che le parole portano con sé. Poetico, struggente, metafisico e fiabesco, senza essere una fantasticheria, ma un concreto atto di devozione e tenerezza alla vita e alle persone.

Roberto Oddo

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