Marigold Hotel di John Madden. Viaggio in India

[IndiaMarigold Hotel (2011) di John Madden è dedicato a chi ha ponti da tagliare con ciò che è stato, a chi aspetta solo che la fine arrivi ovunque, da qualche parte. L'India in sé è un caso, per lo meno quella che i protagonisti scelgono, nella cornice suggestiva promessa nei volantini del The Best Exotic Marigold Hotel. Ciascuno di questi uomini e donne che partono alla volta di una meta ignota ha conti in sospeso con il proprio corpo, con la propria anima e con ciò che lo circonda. C'è chi lascia a casa le distinte e i pagherò, chi se li porta con sé e chi invece li va a recuperare proprio là dove si cerca solo pace.

Il Marigold Hotel è, però, una "meta finale" ben strana. L'hotel è in realtà un rudere, un posto che non si capisce se non sia stato ancora completamente realizzato oppure integralmente distrutto. Gestito da Sonny (Dev Patel) con creativa infingardaggine, l'albergo versa in condizioni disastrose, il museo di un fasto che non esiste più, di un ricordo dell'India invasa di coloni e di turisti, una meta non più esotica e non ancora moderna, un paese tormentato dalle sue caste, dai borbottii di un motore che non parte, una splendida perla impolverata che gemma dall'Asia.

Gli uomini e le donne che imbracciano quelle briciole di fiducia e partono non hanno nulla da raccontarsi, salvo che vanno incontro a un mondo che lascerà il segno. Del resto, esiste un altro posto al mondo che stravolge i sensi più dell'India? Queste persone tengono con sé anche un'ironia salutare e a volte perfida: Marigold Hotel è un film a tratti rigenerante nel buonumore che dona. Vi predomina un approccio molto emotivo, sentimentale (Il nostro viaggio è stato abbastanza lungo da poterci infine concedere di piangere), con punte discutibili e un finale a mio avviso un po' affrettato. Tuttavia, lo spirito dell'India, e perfino certi tocchi di Bollywood, conferiscono comunque freschezza e vivacità a una pellicola che desta tenerezza e, a tratti una sincera commozione per l'insperata sobrietà che accompagna temi delicati e una sincera indagine del senso del dolore, della morte ormai prossima.

John Madden ha ricreato così questo mondo in bilico, che si culla in una vorticosa e trasognata immobilità, in questo silenzio che non stagna mai, dove le voci emergono sempre sincere. E le orchestra bene, mette a puntino i dialoghi, forse un po' schematici (come quelli che hanno per protagoniste la Muriel di Maggie Smith e la Madge di Celia Imrie), inquadrando ad arte alcune vite a scapito di altre, mettendo a fuoco alcuni volti nella loro naturale atmosfera (tra tutti segnalo l'espressione intensa e sorniona di Ronald Pickup e la bellissima Tena Desae). Tutti gli attori contribuiscono a questo coro di vite al bivio, ma mi piace segnalare Judi Dench, Tom Wilkinson e Bill Nighy, ciascuno a suo modo autore di un meraviglioso ritratto.

Roberto Oddo

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