La famiglia vuota di Colm Tóibín

[LGBTQILa famiglia vuota (2012, tit. or. The Empty Family, 2011) di Colm Tóibín è una raccolta originale di nove racconti di diversa lunghezza (dalle poche pagine al romanzo breve), ambientati tra la nativa contea irlandese di Wexford, l'America e l'amatissima Barcellona. Nelle quasi trecento, rapide, pagine, l'autore vi sintetizza tutti gli umori e lo scavo psicologico che, da bravo amante e divulgatore di Henry James, ha portato avanti negli ultimi anni.

All'interno di un orizzonte tematico unitario e coerente, quello dei legami personali interrotti, in specie storie familiari difficili o congelate in una profonda e straziante disillusione, il risultato delle prove di Tóibín è, qui più che altrove, diseguale. Il clima è sempre uggioso, anche nei racconti più "estivi" (come il mediocre La nuova Spagna, al centro della raccolta), ma non è quello che conta e che squalifica la scrittura dell'autore. Chi si accosta alle sue pagine sa già che respirerà il freddo salmastro delle onde lontane, che si scontrerà con la pensosa solitudine delle falesie, in quel silenzio che incombe a strapiombo su se stessi.

Trovo, semmai, che la penna di Colm Tóibín abbia perso in esattezza a vantaggio (discutibile) dei dettagli. Capace di un'analisi delicatissima e insieme chirurgica, l'autore è qui meno incisivo. Voglio dire: in Silenzio (in assoluto, il più jamesiano racconto della serie) viene tracciato un ritratto toccante di Lady Gregory, l'artefice della rinascita culturale irlandese tra '800 e '900, alla quale Tóibín aveva già dedicato un breve romanzo; in I pescatori di perle la musica dell'opera omonima di Bizet rievoca una malinconica e affannosa storia di passione dietro le quinte; e nel conclusivo La strada abbiamo una magistrale prova di ciò che vuol dir desiderio e brama dell'altro. D'altra parte, in quasi tutti, compreso quest'ultimo, prevale un'insistenza sulle esperienze sessuali che, come lettore, trovo inopportuna. Non è certo la dinamica di questi incontri sessuali a disturbarmi, semplicemente mi pare che diluiscano troppo una scrittura in potenza vigorosa con una indiscreta mancanza di grazia e che non aggiungano proprio nulla alla vita dei personaggi.

Personaggi che, per parte loro, se si escludono precisazioni anatomiche e aperte pratiche orgiastiche (Barcellona, 1975 ricorda molto da vicino certe scene del dittico berlinese di Isherwood), sono tratteggiati con eleganza e capacità di penetrarne l'animo da suscitare profonda invidia. D'altra parte, l'esperienza di una certa modernità e della correlata solitudine passa anche per il resoconto della propria esperienza sessuale, che solo in prospettiva storica viene vista come trasgressiva e solo in parte appanna l'autenticità dei sentimenti e della sfera affettiva di questi uomini e queste donne al centro delle loro vite. Nei racconti di Colm Tóibín si individuano subito i protagonisti, siano essi sottolineati dalla prima o dalla terza persona, o magari illuminati da un commosso uso del tu (per esempio, in Uno meno uno, che apre il volume: "Sei il solo a volere che dica sempre qualcosa di vero"). Con loro si finisce con l'avere una tale dimestichezza (se non un'affinità empatica) da poterle credere autobiografiche e non turba neanche che siano racconti e non romanzi: sono storie di passaggio, storie dietro l'angolo, storie che si sarebbero potute vivere e non si sono vissute. Peccato solo che, nella specularità a cui ambiscono questi ritratti, manchi quell'essenzialità e quel garbo che in altri casi fanno di Tóibín una voce significativa della letteratura anglofona contemporanea.

Roberto Oddo

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