Internet, fonti e generazioni

[Scuola] Tempo fa a scuola, con i genitori dei nostri alunni, abbiamo discusso di ciò che è accaduto la scorsa primavera ad Harvard (anche se la notizia è circolata nella tarda estate di quest'anno). In una delle più prestigiose università del mondo, quasi tutto un corso ha copiato da internet quella che era la prova scritta di verifica e che, normalmente, veniva prodotta a casa (o comunque al di fuori delle aule e degli orari di lezione). L'università statunitense menava gran vanto per il rapporto di fiducia che si pensava sussistesse tra professori e studenti. Ma a questo punto, tutto un impianto formativo sembra crollare per via di un gruppo di facinorosi, incapaci di apprezzare il lusso di un simile sistema.

Il problema di chi copia "a scuola" è annoso e oggetto di varie forme di ironia o di rassegnazione, quando addirittura non di compiacimento per la furbizia dei ragazzi contro le pretese insopportabili del prof (e non so cosa crei più danni). Difficile arrendersi all'evidenza e difficile combatterla: si va da chi sceglie un compito diverso per ciascun alunno alle ronde ansiose (e ansiogene) tra i banchi, alla ricerca di oggetti - più o meno elettronici - compromettenti. Ciascuno ha le sue strategie, ma gli alunni ne hanno molte di più, grazie al cielo in buona parte dei casi non manca loro la creatività. Sanno piegare le apparenze della normalità e trovarvi angoli di buio favorevoli al superamento (non proprio limpido) dell'ostacolo.

Questo accade perché gli alunni considerano superflue, noiose e arbitrarie le prove alle quali sono sottoposti, non ne capiscono il senso e si trovano di fronte persone che li giudicano da quelle prove anziché valutare le prove. O, per lo meno, questa è la sensazione che hanno loro (e talvolta può essere un problema di comunicazione da parte dell'insegnante, talvolta una forma paranoica dei ragazzi stessi, ma certo di impianti educativi errati ce ne sono parecchi). A questo punto, e solo a questo punto, interviene il tentativo analitico da parte di presunti educatori e osservatori esterni (o magari interni, ma non abbastanza dentro il problema). Si dice che i ragazzi non vogliono conoscere il mondo e la vita, che a scuola vengono solo per scaldare il banco e altre cose che tutti sanno e dunque non ripeto.

Ciò non è solo un errore, è falso. I ragazzi, in gran parte, vorrebbero sapere, quello che non vogliono è imparare. Gli studenti, sia pure per i motivi più futili, vogliono sapere le cose e capiscono che nel sapere ci sono potenzialità maggiori rispetto al non sapere, solo che non sono disposti a studiare, a sacrificare niente per questo. Imparare come si traduce, come si risolve un problema, come è fatto il creato (e magari anche avere una risposta certa se questo sia stato poi davvero "creato"), ma non accettano che ciò sia frutto di ricerca, di lavoro su se stessi e sugli strumenti più idonei: saggi, lessici, manuali, enciclopedie, riviste (una delle perdite culturali più gravi degli ultimi anni, relegate come sono a oscene vetrine accademiche) e perfino internet.


L'immediatezza dello strumento non deve trarre in inganno: la facilità nell'ottenere un'informazione non è sinonimo di genuinità della stessa. Proprio la generazione digitale più avvezza all'uso di banche dati elettronici sa che è facilissimo inserire dati e che lo si può fare con procedure infinitamente più snelle e soprattutto delocalizzate. In sostanza, nell'immenso database in cui entra anche questo post, fortunatamente c'è di tutto per natura e per struttura. E, certo, un criterio "sociopolitico" come quello di democrazia dell'informazione non è altrettanto valido quando si tratta di stabilire la qualità del prodotto finito (o presunto tale, e comunque estraneo) all'atto della mia ricerca. Posso essere contentissimo di trovare un articolo di un mio amico, o uno su cui mi oriento e che mi serve, ma questo non dice nulla sulla sua pertinenza o validità scientifica o anche solo divulgativa.

Detto in altri termini, non si può estendere il valore democratico dello strumento fino a ricavarne un'impossibile forma di autorevolezza. Così come si configura ormai da molti anni, la rete (il web 2 in particolare) è ormai un sistema di input, vale a dire immissione, più che di output, fonte di dati. Probabilmente questa elementare differenza non è chiara neanche a coloro che guardano con sospetto internet - e che, in particolare, la vedono come qualcosa di monolitico. Internet è specchio della nostra società, ragion per cui mi intristisce e mi sembra comico il distacco con cui molti genitori lo considerano e vogliono confinarlo in certi orari e per certi scopi, una sorta di carnevale, o speaker's corner, rispetto a un'educazione che, almeno a parole, vuol essere rigida e "tradizionale" su "certi punti" (come anni e anni fa si voleva fare con la tv).

Ancora una volta, mi sembra che stiamo perdendo un'occasione di confronto tra giovani e adulti. Tra pochissimi anni non esisterà più lo scarto tra genitori nati prima di internet e figli nati con internet. Scimmiottare uno scarto generazionale (della serie "loro ancora non capiscono") come se questo fosse un aspetto qualsiasi della nostra esistenza, legato all'età anagrafica dei ragazzi e alle eventuali sindromi di Peter Pan, significa rinunciare del tutto a penetrare il problema. La pervasività della rete dipende dal fatto che noi ci siamo dentro e che ci siamo in forme e in modi che non dipendono da noi (penso per esempio a coloro che, con i filmati, mettono in ridicolo le loro vittime), non dal suo ingresso nella nostra vita. Ante a catenacci e minacciose lancette che ghigliottinano la libertà di navigare sono solo palliativi che non risolvono gli eterni problemi di chi non si concentra o non è motivato allo studio.

Quei ragazzi di Harvard hanno copiato e forse hanno trovato più facile farlo da internet perché avevano quel mezzo a disposizione (non entro nel merito sociologico e psicologico di una realtà che non conosco). D'altra parte, lo stesso si può e si deve dire di quel professore che ha avuto la via spianata per verificare le strane somiglianze di moltissimi compiti (e che, magari, aveva qualche strumento intellettuale e una mentalità più atta alla ricerca rispetto a quella dei suoi studenti). Mi sembra, semmai, che con il passare degli anni e con il raffinarsi dei mezzi, cresca una specie di "ingenuità di ritorno", ovvero il divario tra chi vuole compiere un percorso di crescita personale e usa gli strumenti all'uopo e chi invece no. Se non si crea un ponte tra i diversi livelli di esigenza rispetto alla propria vita, non si può e magari poi non si deve parlare di considerazione per la ricerca nel mondo occidentale moderno.

Roberto Oddo

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