Trainspotting di Danny Boyle. Choose life!

Non si può inchiodare Trainspotting (1996) al muro con poche frasi riduttive. Il film di Danny Boyle, basato su un fortunatissimo romanzo omonimo di Irvine Welsh, è un'icona cult degli anni '90 (e, come tutto ciò che è cult, fin troppo di consumo), ma non è solo la locandina di un blockbuster. Alla sua uscita nelle sale fu più che un evento cinematografico, accompagnato com'era da un discreto scandalo (piuttosto ipocrita, come ogni scandalo che si rispetti). In gioco c'era molto più del cinema, cera tutto uno stato d'animo, un malessere - generazionale e non - che trovava in quell'evento uno sfogo naturale e che impedì ai più di vedere Trainspotting per quello che è: un film di consumo, sì, e pop - troppo surreale e smaltato per essere ascritto al pulp - dannatamente riuscito, velocissimo, come veloce scorre la vita inesorabile nelle vene di chi si droga. Di droghe e di riabilitazioni parla, dunque, Trainspotting, di persone giovani e magari anche brillanti che non scelgono altro che eroina, perché quando c'è l'eroina non c'è bisogno di nessun'altra ragione.

The streets are awash with drugs you can have for unhappiness and pain and we took them all. Fuck!, we would have injected vitamine C if only they'd made it illegal.

Il problema non è ciò di cui ti fai, se ti fai di qualcosa, il problema è vivere di conseguenza. Vivere ai margini, non scegliere le comodità, la vita sui suoi binari, non lasciare che le risposte soffochino le domande di senso. Quelle che almeno le persone più sensibili, come Renton (Ewan McGregor), si pongono, salvo poi accantonarle come scrupoli che non ti puoi permettere. Lui e i suoi amici Spud (Ewen Bremner), Bergbie (Robert Carlyle), Tommy (Kevin McKidd) e Sick Boy (Jonny Lee Miller) vivono così, senza lussi, forse senza agio, lasciando in un angolo la loro disperazione, almeno per il tempo in cui dura l'eroina. O il tempo in cui sanno di potersela procurare ancora. O il tempo in cui si convincono di non averne più bisogno. Perché disintossicarsi è parte di questo ciclo, un vero e proprio loop, di brame compulsive di droga e di normalità. Rent riesce anche a ottenere in più di un'occasione a venirne a capo, affrontando l'astinenza e i dolori relativi con la sua famiglia a fianco, con il sostegno di coloro che, pur avendo scelto l'assicurazione, la televisione in salotto e i propri hobby borghesi, hanno saputo stargli accanto.

And once the pain goes away, that's when the real battle starts. Depression, boredom. You feel so fucking low, you want to fucking top yourself.

Trainspotting di Danny Boyle è un film dove il lasciarsi andare, figurativamente un lasciarsi cadere, e il tenere saldamente le briglie rientrano nel medesimo ciclo e significano quasi la stessa cosa. La storia di Renton e dei suoi "amici" sembra conoscere solo percorsi obbligati (quasi ossessivo il ritornello c'era solo una cosa da fare), vale a dire che non ammette vie d'uscita. Non c'è sirena che non porti nuovi guai: l'eccitante Diane (Kelly Macdonald) si rivela minorenne dopo una notte di sesso bollente e una borsa piena di denaro (ovviamente sporco), che potrebbe dare il via a una nuova vita, è di fatto la miccia della catastrofe. Questi uomini sembrano vivere rapporti effimeri, fatui, eppure non manca mai - tra simili persone - una forma rudimentale di solidarietà, almeno da "branco". Solo Renton mostra forme di autentica generosità, su di lui si concentra la storia, ma l'individualismo fa la parte del leone anche in lui e anche nei momenti più drammatici. Venato talvolta di amara ironia, acceso da scene allucinanti di sicura potenza espressiva, Trainspotting convince ancora adesso, proprio perché mostra i segni del tempo, con i suoi eccessi, con il suo bisogno di parlare della droga e della trasgressione. E senz'altro fanno molto male le battute conclusive a chi prova a vivere una vita senza droghe, con quell'equiparazione tra vita "normale", fatta  di deliberata sicurezza sociale, e furto o tradimento rispetto a un malessere che ci attanaglia e ci riguarda tutti in egual modo.

Roberto Oddo

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