Scrooge di Ronald Neame

Scrooge (1970), conosciuto in Italia anche con il titolo - melenso e ruffiano quant'altri mai - di La più bella storia di Dickens, è una delle più tradizionali riduzioni cinematografiche di Christmas' Carol, l'intramontabile storia natalizia che tutta Europa legge incessantemente da più di centocinquanta anni. A differenza di altre versioni, che puntano a uno sguardo d'insieme, uno sguardo "d'autore", qui la sceneggiatura di Leslie Bricusse focalizza l'interesse sul personaggio principale, il ricco e avarissimo Scrooge, che attraverso l'incontro con quattro spettri (il suo antico partner in affari da una parte e il fantasma dei Natali passati, quello del Natale presente e quello dei Natali futuri dall'altra). Ma c'è almeno un altro aspetto che funge da cifra distintiva di questo film e va chiarito subito: adattato in questi termini, pur con molti limiti (di cui si dirà sotto), sembra che si possa includere il Canto di Natale di Dickens, se non tra i romanzi di formazione puri, almeno in un'area contigua.

Per quanto ci possa ancora affascinare - e addirittura suggestionare - la fiabesca atmosfera natalizia di questo carol, la celeberrima ghost story di Dickens non è tanto un racconto fantastico, quanto piuttosto un fulgido esempio di realismo ottocentesco inglese. Il protagonista (interpretato da un ottimo Albert Finney), qui più che altrove, è caratterizzato da una sorta di cecità del mondo, è uno che non vede le cose come stanno, si rifiuta di accettare la realtà e volta il capo in direzione dei suoi soli interessi, che fungono da filtro. All'improvviso, però, la vita e la morte, compresi gli accidenti narrativi dei fantasmi, irrompono nello studio buio e freddo di Scrooge, che è costretto a fare i conti non di crediti da esigere, o di tesori da accumulare, bensì di debiti nei confronti degli esseri umani. Tutto accade in poche ore, ma la gradualità - efficacissima sul piano didattico - con cui il protagonista arriva a riconsiderare le esperienze, a maturare ciò che aveva chiuso in sé per evitare che trapelasse e disturbasse gli affari, fa sì che nelle ultime battute l'uomo si rinnovi e cominci a spendere subito in modo palese questa sua rinascita al mondo.

Certo, il modo in cui ciò si realizza nel film di Ronald Neame, soprattutto in rapporto allo stravolgimento del Christmas' Carol dickensiano col fantasma dei Natali futuri, è di una pacchianeria al limite della decenza (anche senza particolari simpatie filologiche). La sottolineatura lessicale tra prima e ultima parte (da io odio, aborro, disprezzo la gente a io amo la vita) basta a configurare questo rinnovamento dello spirito - e del personaggio in particolare. Non c'è alcun bisogno di travestire Scrooge con barba bianca, cappello e abito rossi e tutto l'armamentario affine; né di puntare sul beatissimo consumismo della sua conversione. Certo, ciò ha un impatto visivo più immediato e salda meglio la storia con la prima parte, nella quale un codazzo beffardo di monellacci londinesi seguiva il vecchio avaro, chiamandolo appunto Babbo Natale. Quando regia e sceneggiatura, anziché occuparsi del film nei suoi aspetti tecnici, intendono farsi carico di un impianto didattico - già perfetto nell'opera letteraria (a prescindere dal fatto che lo si apprezzi o meno) - è questo che succede: una favola forse buonista e zuccherosa, ma in sé perfetta, perde smalto in un'atmosfera festaiola senza intimità e senza forza. Non solo: si spreca in parte anche il messaggio di credere a partire dall'esperienza sensibile, ma al di là dei propri occhi, per riconoscere l'uomo nuovo, non la facile segnaletica di abiti diversi e convenzionali.

Roberto Oddo

Post più popolari