The Words di Brian Klugman e Lee Sternthal

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[rod] The Words (2012), scritto e diretto a quattro mani da Brian Klugman e Lee Sternthal, è un film su vita&scrittura, un paradosso letterario e di coscienza, un racconto composito sugli artisti e sul loro destino. Nella cornice, Clay Hammond (Dennis Quaid) è il protagonista di una serata in suo onore, durante la quale legge brani del suo ultimo romanzo, The Words, appunto, insignito di un prestigiosissimo riconoscimento da parte dell'American Fellowship of Arts and Letters (una honor society con sede a New York, che annovera tra i membri della sua prima esistenza Henry James, che senz'altro avrebbe amato una storia come quella raccontata in questo film).  Il libro premiato racconta, a sua volta, di un altro scrittore poco fortunato, Rory Jansen (Bradley Cooper), il quale non riesce a pubblicare nessuno dei suoi romanzi: sono buoni, gli dicono, ma troppo introspettivi, troppo poco atti a fare presa sul pubblico. Un giorno, però, l'uomo trova un misterioso manoscritto in una tasca nascosta di una borsa che la moglie Dora (Zoe Saldana) gli aveva comprato in un negozio dell'usato a Parigi, durante il loro viaggio di nozze. Rory legge si innamora di quelle pagine ingiallite dal tempo, al punto che decide di copiarle sul suo pc. Per un equivoco e per debolezza, questa storia, non sua, finisce a suo nome nelle mani dell'agente letterario per cui lavora. Da quel momento il successo arride all'uomo, finché non compare un vecchio (Jeremy Irons) che gli rivela la trama nascosta dietro questa vita tormentata e complessa.

Romanzo al cubo, o a chissà quale altra nascosta potenza, The Words è un film che sembra volersi Visto da un'angolazione meno severa e dogmatica, la sua fattura è frutto di un'estrema chiarezza narrativa, lo spettatore sa sempre dove si trova e, semmai, la planimetria di questo spazio mentale è - strano a dirsi - persino fin troppo illuministica. Mi sembra, in ogni caso, pregevole che, anziché perdersi in una foresta di simboli empatici e misteriosi, l'aspetto intellettuale sia esplicitamente la chiave interpretativa delle vicende e delle storie che si raccontano. A dispetto del tema letterario, la lettura individuale è un momento di abbandono emotivo, oppure niente più che un accidente, le parole scritte disegnano volti umani, sono lo spazio dell'esistenza; l'ascolto è in assoluto la dimensione conoscitiva privilegiata.  Clay legge in pubblico due brani del suo romanzo premiato, Rory discute dei suoi successi e dei suoi insuccessi con Dora e con gli agenti, senza che si capisca mai neanche di cosa parlino i suoi scritti. In più, sullo stesso libro che sfonda il muro del silenzio sul suo lavoro, abbiamo notizie attraverso un racconto orale e un importante flashback drammatico. È anzi proprio in questo passato remoto - nella Parigi del secondo dopoguerra - che sgorgano le parole, come forza primigenia e demiurgica del destino di più persone, anche di quelle che ancora non sono nate.

Dunque è nella dialettica, nello scambio di parole e di esistenze, che il film trova la sua pregnanza. I personaggi di The Words hanno un'innata disposizione al lógos, all'attività - e non alla mera competenza o velleità -verbale. Rory Jansen impara a sue spese che la vita dell'artista squattrinato e romantico - con una bellissima moglie e tante idee per la testa, ma solo lì - non paga e che le parole hanno ricadute talvolta anche drammatiche sulla vita. Il personaggio, infatti, deve fare i conti con la responsabilità di una storia, la cui creazione gli viene pubblicamente attribuita come un merito. Quando non è più possibile difendere il pervasivo senso di colpa e di profondo malessere per aver ottenuto il successo e raggiunto la cosiddetta maturità con qualcosa che lui non ha scritto, bensì trascritto, Rory vuole gettare via tutto. The Window Tears, è vero, non è frutto del suo genio, ma lui lo vuole gettare come se fosse suo, il correlativo oggettivo della distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe diventare. Ecco un nodo di estremo interesse di The Words: l'uomo associa a tal punto alla sua vita  la storia su cui ha apposto il suo nome da non fare più distinzioni in ciò che sta bruciando. Lo scrittore irrisolto vuole tornare indietro sui suoi passi e cercare di raggiungere i risultati che pensava di poter ottenere. Ma ciò accade solo perché Rory conosce a questo punto il dolore vero e il dolore della sua vita, la penosa responsabilità della non appartenenza a una creazione, prende finalmente corpo.


Tutti facciamo delle scelte, la parte difficile è conviverci, così risuona nella sua testa, a mo' di adagio, l'insegnamento che Rory pensa di poter trarre da tutta questa storia. Ma sono altre le parole che chiariscono quel che è accaduto nella sua vita: mi riferisco all'incisivo appello con cui l'altro, il vecchio sembra voler esorcizzare a sua volta (ma, lo vede benissimo, invano) la sofferenza di quella storia lontana: You take those words, you take the pain. A che punto comincia la nostra vita e a che punto comincia la nostra responsabilità su di essa? Non c'è identificazione tra il giovane scrittore e l'ombra che incombe su di lui, nel momento in cui insieme soppesano l'autorialità del romanzo che Rory si è attribuito: questi non è ciò che il vecchio era stato, tra il giovane soldato di stanza a Parigi oltre mezzo secolo prima, l'amante solo e invasato di parole, e l'autore di successo dei giorni d'oggi non c'è e non ci può essere nessun legame identificativo. Eppure Rory, anche se in modo non convenzionale e non mediato, è davvero l'autore di The Window Tears, nel senso che la sua esistenza si salda tanto con quella del romanzo trascritto, che questo parla di lui meglio di quanto facciano le sue opere. Come accade nel diversissimo Vero come la finzione, la vita trae dall'arte il suo significato più vero e più profondo: si finisce con il vivere quello che è stato scritto, non con lo scrivere quello che è stato vissuto. D'altra parte, il film The Words sfugge alla concettosità decadente, al vacuo lambiccarsi e fantasticare, perché è ancora una volta attraverso la dialettica, attraverso un concreto e umano sforzo ermeneutico - importante, anche se non risolutivo - che si torna al nostro presente e a Clay Hammond, autore del romanzo The Words.

Roberto Oddo

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