Vita di Pi di Ang Lee

[IndiaVita di Pi (2012, tit. or. Life of Pi) di Ang Lee è una delle sorprese più belle che la cinematografia in 3D mi abbia regalato in questo ultimo scorcio d'anno. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Mantel, ne riproduce in parte la genesi. Il film, infatti, ha la forma di un'intervista che uno scrittore canadese (Rafe Spall) fa a Pi Patel (Irrfan Khan, viso noto alla grande produzione di Bollywood). L'uomo, che potrebbe sembrare un indiano qualsiasi, ha invece una storia interessantissima da raccontare a una persona sensibile che voglia raccoglierla. È la storia della sua vita e, per inciso, una storia che potrebbe spingere lo scrittore a credere in Dio.

Pi racconta di aver avuto il nome di una piscina, quella dove il padre (Adil Hussain) e la madre (la splendida Tabu) si sono conosciuti e innamorati, per poi sposarsi sfidando la rigidità delle caste indiane (essendo lei laureata e di famiglia molto più elevata rispetto a quella di lui). Il ragazzo, però, per evitare gli imbarazzanti equivoci del suo nome, ha cominciato a usare il diminutivo col quale sarebbe stato chiamato per tutta la vita facendo riferimento alla costante di Archimede, ovvero al pi greco, il rapporto tra circonferenza e diametro. Così facendo, sembrava che il giovane volesse trovare una regola, un indirizzo qualsiasi del cosmo, che desse senso a una vita intera, anche se ancora non lo sapeva. Da piccolo, Pi ha passato la sua vita nello zoo di famiglia, in mezzo agli animali e ai più vani ed eroicomici tentativi di trovare Dio. Non c'erano limiti di etichette: induismo, cristianesimo e islamismo andavano benissimo per lui, per quel tanto di verità che potevano garantirgli e il ragazzo (Ayush Tandon) ha fatto sforzi sinceri per trovare un suo equilibrio tra le diverse porzioni di cielo che ogni preghiera gli assicurava, combattendo anche la razionalità del padre e del fratello Ravi (i dialoghi a tavola della famiglia riunita sono tra i più interessanti del film e meriterebbero un discorso a parte). Poi, però, gli affari cominciarono ad andar male e il padre decise di lasciare l'India per il Canada, dove si sarebbero trasferiti tutti, dopo aver venduto gli animali. Durante la traversata, all'altezza della Fossa delle Marianne, la nave affondò e Pi fu l'unico superstite umano di quel disastro, in una scialuppa di salvataggio insieme ad alcuni animali: una iena, un pongo, una zebra e una tigre del Bengala, battezzata anni prima, per equivoco, Richard Parker. Presto, però, avvenne una selezione naturale e sopravvissero soltanto il ragazzo e Richard Parker, con i problemi di convivenza che ciascuno può ben immaginare.

Il ragazzo aveva sedici anni, allora, e una smisurata voglia di vita. L'attore che lo interpreta in questa fase, Suraj Sharma, al suo primo lungometraggio distribuito, ha un ruolo fondamentale nel successo di Vita di Pi: è il protagonista assoluto per più di metà del film e un protagonista di primo ordine. Lui e la sua paura della tigre, la sua attesa della morte, lui e il suo dialogo con Dio reggono l'intera pellicola per un tempo che sembra infinito, ma che scorre via sull'onda delle più intense emozioni. Se c'è un film in cui il 3D ha un senso insostituibile, questo è proprio Vita di Pi. Non per le esotiche e gradevoli sequenze documentaristiche che lo aprono, né per le aggressive zampate della tigre, ma per la profondità dei colori, dell'immagine, per un'immersione, a tratti sovrannaturale, in una scena, che sembra di bonaccia o di avaria, ed è invece un lento epilogo di salvezza, che ci traghetta oltre i marosi di millenarismi imbelli (e imbecilli). La capacità di Ang Lee di coniugare azione ed estasi, ansia di salvezza e stupore per la varietà del creato, paesaggi di bellezza celestiale e la costante signoria degli elementi fa di Vita di Pi un capolavoro indimenticabile.

Ma c'è di più, ed è quel tanto che fa la differenza. Pi Patel  confessa allo scrittore che gli ispettori assicurativi inviati dalla compagnia di navigazione non credettero alla storia che lui raccontò loro (e che, in effetti, se non fosse per i protagonisti, ha talvolta quasi il sapore e il ritmo di una storiella ebraica). Così, il ragazzo fu costretto a inventarsene un'altra, riesumando personaggi incontrati realmente durante il viaggio, tra cui un buddista vegetariano e soprattutto un cuoco rozzo e spietato, che sembrava solo l'occasione di un cammeo per Gérard Depardieu, e invece nella nuova versione contribuisce a illuminare angoli inaspettati della vicenda. Questa "bugia" tardiva, questo racconto a uso e consumo di un rapporto assicurativo - quest'invenzione estemporanea, così come Pi la presenta - conferisce alla vicenda nuovi piani e uno spessore allegorico ulteriore, colmo di sorprese sia sul piano emotivo che, ancor più, sul piano intellettuale. Sarà lo scrittore, poi, a trarre le conseguenze dalla nuova versione di Pi e sarà lui a scegliere la storia da scrivere, ormai la storia è sua. Il merito di Ang Lee consiste, appunto, nella trasparenza narrativa con cui ci consegna questo film incantevole, piegando la tecnologia e una fotografia mozzafiato (i piano sequenza del giovane Pi a letto in ospedale e le lunghissime scene in mare meritano un premio a sé) al servizio di una storia colma di pace e di umanità.

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