Les choristes di Christophe Barratier

[Scuola&cinemaLes Choristes (2004) di Christophe Barratier racconta la storia toccante di un ex insegnante che trova posto in un collegio-reclusorio dal nome molto sinistro (Le fond de l'étang). Siamo in Francia, nei primi anni '40, e Clément Mathieu (Gérard Jugnot) non aveva proprio voglia di andare a finire in quel fondo di stagno, dove si raccolgono i ragazzi più soli e disagiati di una provincia priva di ogni speranza e di ogni ascesa sociale. I suoi primi tentativi alla cieca sono, com'è ovvio, disastrosi di fronte all'esuberante irrequietezza dei ragazzini, tanto più che il direttore Rachin (François Berléand) è un uomo di grettezza paradigmatica: rappresentato come un ozioso e irascibile abitante del suo studio privato, osteggia e poi addirittura ostacola in tutti i modi il desiderio di Mathieu di trovare un dialogo con i ragazzi. Perfino il suo assistente Chabert (Kad Merad), lungi dal fare da mediatore, mette i bastoni tra le ruote di questo sincero intento solidale.

Per parte sua, il sorvegliante, figura anfibia cui non spetta né il ruolo dell'insegnante né l'incarico del bidello (in alcuni contesti forse sarebbe il responsabile dei momenti laboratoriali), non smette di lavorare sulla classe nel migliore dei modi possibili: cura il gruppo nel suo insieme, operando nel senso della collaborazione, e cerca una complicità con ognuno di loro. Tuttavia, il controllo della classe sembra in un primo tempo impossibile, finché per caso Mathieu non scopre in alcuni ragazzi l'abilità a cantare. L'uomo trova così una chiave inattesa di accesso a questo mondo disarmonico e ostile: farà, di questi ragazzi perduti, isolati nella loro rabbia, un coro! D'altra parte, non m i pare che ciò basti a spiegare il film: è ben noto il ruolo che riveste la musica corale in molti paesi europei e non solo. La chiave di volta sta, semmai, nel fatto che Mathieu risolve un problema che sembrava allontanarlo per sempre dalla sua ambizione: è attraverso la musica, la sua musica, che l'uomo mette ordine nella dissonanza del caos. Ciò che in un primo momento sembrava il sacrificio di un'identità si riconfigura piuttosto come la realizza di un sogno.

Dapprima si ottengono scarsi risultati e pochissima collaborazione da parte dei ragazzi, però le cose prendono via via corpo e convergono verso un successo inatteso. L'esperimento didattico di Clément Mathieu riesce a penetrare nel silenzio dorato dei sobborghi e questi ragazzi, almeno per un attimo, emergono dalla palude in cui il destino li ha cacciati. Colpisce, nella cornice rarefatta di questa storia dura e sofferta, la loro fresca e composta grazia, la loro naturale consuetudine al gioco e la scabra dimestichezza con la vita (la loro saggezza aveva il sapore dell'indifferenza). Tirati su a suon di rancori, vengono reclusi in un luogo dove a ogni errore corrisponde una punizione iniqua e sproporzionata (per il principio di azione-reazione). Ma, come ben nota il direttore in un raro momento di lucidità, il sorvegliante non desiste, lotta perché ha la fede che manca a chi dovrebbe prendersi cura di quei ragazzi: Mathieu, che ha trovato nelle sue vene il modo di far scorrere nuova vita in quel fondo di stagno, non si arrende finché non vede tutti partecipare al suo coro, finché l'introverso e restio Morhange (Jean-Baptiste Maunier) - fil rouge di un tessuto umano indimenticabile - non impreziosisce con il dono della sua voce il riscatto di un coro miracoloso.

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