L'albero della vita di Darren Aronofsky

L'albero della vita (2006, tit. or. The Fountain) di Darren Aronofsky è un film complesso, che anticipa per molti aspetti strutturali il più recente Cloud Atlas (o che, perlomeno, l'opera congiunta dei Wackowky e di Tykwer costringe a una lettura analoga), ma affronta tematiche diverse e non meno impegnative. Al centro di tutto c'è il fortissimo legame tra Tom Creo (Hugh Jackman) e Izzie (Rachel Weisz), un amore segnato dalla morte incombente della donna per un tumore rapidissimo e letale. Il compagno, biologo, non si vuole arrendere e, mentre sperimenta su una scimmia il beneficio di una resina di un albero del Guatemala per ricostituire le sinapsi celebrali, pensa in realtà alla sua amata, sperando che i progressi scientifici possano trovare riscontro nella malattia che sta compromettendo la loro felicità. Per parte sua, la dolcissima Izzie, che ha perso anche la sensibilità alla temperatura (come dire: al variare del mondo, alle sue metamorfosi più sensibili), s'inerpica nella ricostruzione romanzesca di un mondo che vede i Maya protagonisti di una religione ancestrale, il culto dell'albero della vita, che custodirebbero contro l'avanzare dei nemici e contro l'incredulità generale. A crederci è invece la splendida regina Isabella, che manda il suo conquistador Tomas alla ricerca di questa fonte di eternità. La percezione che Tommy ha di questo universo parallelo di vita e di speranza perde ogni connotato temporale, Izzie è trasfigurata nella donna che il biologo tenta di salvare, ma è anche la mandante - e promessa sposa - che l'uomo prescelto deve accontentare con il magico siero della vita eterna.

Straniante e onirico, L'albero della vita è un film splendido da vedere, dove - nel sincretismo culturale e religioso che lo caratterizzano - la fede non viene mai meno. Si tratta di un credo laico, ovvero non riconducibile a un corpus religioso organico riconoscibile in prospettiva storica, incentrato su un fortissimo senso dell'inizio e della fine - e di una loro fusione trascendente. L'ingenuità sostanziale di questo pot-pourri - patinato, più ancora che decorativo - colpisce insieme per la sua astrazione un po' effimera e per una sincera ricerca di senso che ne può scaturire. I personaggi - tutti, dai protagonisti alla dottoressa Guzetti (Ellen Burstyn), dal padre francescano (Mark Margolis) al Grande Inquisitore (Stephen McHattie) - sono invasi da un dolore e da una necessità di ricerca dell'oltre che li attanaglia e attraverso il quale vivono il presente. È così che la morte sarà anche la via dello stupore oppure una strada per l'assoluto, ma il messaggio fondamentale - in prospettiva teleologica (con quel che ne consegue) - risuona ed echeggia (anche senza apocalisse, rivelazione) nella mente: Il nostro destino è la vita.

La vita, in questo film di Darren Aronofsky, prolifera contro ogni aspettativa e contro ogni desiderio, la morte non è che un compimento della vita e, non a caso, la bella Izzie insiste tanto sullo stato di completezza che crede di aver raggiunto nella fase terminale della malattia: solo il suo romanzo, The Fountain, trasparente autobiografia, deve essere completato, ma spetta a Tom portarlo a termine, lui saprà a tempo debito cosa - e come - fare. La metafora tumorale, ossessione letteraria del Novecento (dall'immaginifico La schiuma dei giorni di Boris Vian al seducente Scritto sul corpo di Jeanette Winterson) viene trasposta qui come esigenza inesorabile, una continuità senza scampo tra ciò che si riproduce e si dilata e ciò che invece viene sacrificato all'altare dell'eternità. Solo nella vita si annida la morte e l'una prevede l'altra. Non c'è un senso ulteriore della vita, che si riduce a un'esigenza, se non addirittura a una forma di ostinazione contro ogni presupposto. Questo è forse il limite di un film che fa di una sfera ultraterrena un suo scenario suggestivo, si diceva, nel suo sincretismo. Il tentativo di afferrare l'esistenza superando i limiti umani è commovente e Aronofsky è bravissimo - come autore e come regista - a renderlo. Ma la sovraumanità a cui sembra ispirarsi il Tom Creo fallisce nella dimensione metafisica: con questi presupposti, la narrativa del film e la speranza di una gioia eterna appaiono purtroppo più fiacche.

Roberto Oddo

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