Giuseppe Verdi, Un ballo in maschera (dir. G.L. Gelmetti)

[OperaUn ballo in maschera (prima nel 1859, al teatro Apollo di Roma) è uno dei titoli più significativi del mio rapporto personale con il teatro in musica di Giuseppe Verdi. Ci ho messo tempo ad apprezzarla (avendola sentita la prima volta in una vecchissima incisione degli anni Trenta che non ero pronto per capire) e, per di più, il mio amatissimo Alberto Savinio ha esercitato su quest'opera un'ironia feroce, inconsueta a una penna così lieve. Ma, come per ogni amore tardivo e ormai insperato, quello per Un ballo in maschera è ormai un rapporto inossidabile, che si conferma e si consolida a ogni ascolto. Perciò ho voluto cominciare a parlare dei DVD pubblicati dal teatro Regio di Parma, ogni settimana in edicola a coppie, proprio con questo capolavoro riscritto da Verdi.

Si sarebbe dovuto chiamare Riccardo III, da un dramma di Scribe, sempre saccheggiato dagli operisti dell'800; avrebbe dovuto ambientarsi nella controversa Europa che aveva già visto i moti rivoluzionari, nel continente delle guerre d'indipendenza italiane e dei fermenti germanici. Non era possibile e Verdi - col suo librettista Antonio Somma - decisero di spostare tutto oltreoceano (per quanto vi faccia capolino il ritorno in Europa in un momento cruciale della storia). Così, nella fredda e misteriosa, inglesissima, Boston, si dipanano le vicende di fedeltà e di amore, all'insegna dell'inatteso tradimento. Il nodo che lega Riccardo (tenore) e Renato (baritono) sembra essere quello di un'amicizia che non conosce confini, sennonché il primo si innamora di Amelia (soprano), moglie del secondo, e, ahinoi, è ricambiato: lo schema del dramma operistico è rispettato nella sua essenza fatale. Ma un contralto, l'indovina Ulrica, rivela l'esito della vicenda: Riccardo sarà ucciso da colui che per primo gli stringerà la mano, come se - nel confermare un rapporto, un patto d'amicizia - si firmasse in realtà una condanna a morte.

In tre atti, Un ballo in maschera è, insieme, un melodramma sul più stretto solco della tradizione e un'opera fortemente diversa sul piano musicale. Scritta tra il meraviglioso Simon Boccanegra (e il rifacimento dello Stiffelio in Aroldo) e La forza del destino, quest'opera - rifiutata dapprima dal teatro di Napoli - lascia al pubblico tutto lo spazio necessario a stupirsi, ma gli conferma insieme gli abissi di un mondo oscuro addomesticato dalla tradizione e le svenevolezze piuttosto ruffiane del sentimento italiano. Insomma: è un capolavoro irrinunciabile per chi si vota o anche solo si avvicina al mondo della lirica. Fa piacere, dunque, che un caposaldo dell'opera venga venduto a un prezzo davvero popolare in edicola, senza rinunciare a un preciso impianto didattico. Lo spettacolo, infatti, è preceduto da una rapida sinossi della trama, corretta e chiara, che ricorda molto i cappelletti introduttivi del canale Classica ed è d'aiuto al novizio, oltre a favorire perfino il melomane più incallito nell'intento ritagliarsi questo spazio e concentrarsi.

In merito all'esecuzione, poi, direi che le aspettative sono state confermate. Star della "serata" è il Riccardo di Francesco Meli, è una certezza: tenore corretto e molto espressivo, che non strafa e ha il timbro giusto e il carattere adatto al ruolo, oltre a una discreta sicurezza scenica. Accanto a lui, il Renato di Vladimir Stoyanov, che non avevo mai sentito, ricorda un po' Nucci, ma ha forza e personalità sue. Meno convincente, a mio avviso l'Amelia di Kristin Lewis: anche a ignorare l'incongruenza scenica (non è la prima, né l'ultima donna di colore protagonista in un'opera dove si parla di immondo sangue dei neri), la Lewis si limita a cantare, corretta e in certi momenti molto brava, ma impassibile e impersonale, nel complesso fredda. Per parte sua, invece, forse un po' troppo vibrata - e di timbro un po' chiaro per la parte - l'Ulrica di Elisabetta Fiorillo, che però conduce a termine la sua parte senza sbavature e con una sostanziale coerenza di fondo.  Dopo un'inizio un po' incerto, ho apprezzato parecchio l'Oscar di Serena Gamberoni, che, col suo fare dinamico e aggraziato, ha conferito all'allestimento spigliatezza e inattesa eleganza (senza l'isteria che spesso caratterizza il personaggio).

Alla direzione dell'Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma - per ovvie ragioni legato indissolubilmente a Verdi - un Gianluigi Gelmetti davvero in forma, che sa dare il giusto risalto timbrico nella complessa partitura sonora, pur con tempi veloci - qua e là davvero troppo - che ha scelto per l'esecuzione. Il direttore romano sostiene bene le voci e la scena, regalando soprattutto buoni momenti orchestrali. Al suo fianco, nella direzione dello spettacolo, una regia di Massimo Gasparon senz'altro poco originale (oggi qualcuno direbbe magari "per fortuna"), e tuttavia fedele alla lettera e alla sostanza, nonché rispettosa della natura musicale (e non solo scenica) dell'evento. Nell'insieme, un DVD davvero interessante, date - e oltre - le premesse, sicuramente un validissimo approccio all'opera di Giuseppe Verdi.

Roberto Oddo

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