La fine del giorno di Pierluigi Battista. Un diario

Quando ti imbatti in un libro come La fine del giorno (2013, Rizzoli) di Pierluigi Battista forse ti domandi un po' che tipo di lettore rappresenti. Come si incontra un titolo come questo? Da che parte si accede alla morte? Non mi sono imbarcato in un'improvvisa catabasi, alla ricerca dell'oscuro, canuto nocchiere, Caron, non ti crucciare. Però neanche posso dire che questo diario, così come recita mestamente il sottotitolo, sia capitato per caso nei miei percorsi di lettura. La vicinanza della fine, all'improvviso, precipita nella mia giornata mi costringe a prendere posizione: cosa chiedo a un libro?

La fine del giorno è una storia d'amore, quella di P., il protagonista, in terza persona, e la compagna Silvia Provera, nota artigiana del legno, specializzata nella realizzazione delle famosissime sedie americane da veranda, le Adirondack. Solo che questo romance comincia quando lui è immerso in un libro-inchiesta sul "sesso nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" e lei, per parte sua, piomba nella malattia, uno spaventoso tumore ai polmoni già in metastasi. Lo studio sugli scandali sessuali - che rovinano con sempre maggiore frequenza vite e carriere di sempre più attempati dongiovanni - deve lottare corpo a corpo con il cancro dell'amatissima Silvia.

Tra un romanzo di Philip Roth o Martin Amis, riscoperte feconde, come lo Svevo del Vecchione, e nuovi percorsi di lettura, Pierluigi Battista squaderna mondi che alle prime pagine appaiono in stridente contrasto. Lo sono. È lo sguardo consapevole di P. a condurci attraverso questi universi e le loro connessioni - quasi ossimori - alle quali siamo ciechi. Il sesso, o la voglia di riconoscervi una qualche forma di slancio vitale, con i suoi elisir contro la morte senza rimedio. Viagra vs. chemioterapia. Occhiate avide di lussuria vs. sguardo sgomento di chi scopre la morte in sé.

Chi conosce la repentina, ermetica solitudine di chi si ama alle prese con una notizia fatale sulla sua vita non può che stringersi a P. in una fratellanza infida. Chiedo scusa, sinceramente, a Pierluigi Battista se mi proietto nella sua storia con un'indiscrezione che di norma non mi appartiene, se ogni tanto ho perso di vista Silvia e mi sono ritrovato senza troppi filtri nelle sue parole a ruzzolare giù lungo la china di un malessere ineluttabile. È per questo che mi domandavo, dapprincipio, che tipo di lettore io sia. Ne La fine del giorno cercavo il libro o la morte?

L'uno e l'altra esorcizzano la paura, sia chiaro. Ci sono attimi che la paura scortica nella pelle del nostro quotidiano: sono quegli attimi slegati dalla creatività del caso e l'intermittenza dei suoi baratri, quei frangenti in cui tutto appare fatale; quegli attimi improvvisi come il singhiozzo indiscreto o in chi vanta un'impeccabile digestione. A me pare che La fine del giorno sia un libro intensissimo e abbia il suo maggior potenziale soprattutto nel rappresentare in modo incisivo la radicalità delle contraddizioni umane.

Chiarito questo, viene meno ormai il mio imbarazzo nel dire che sto parlando di un libro, non di una storia. L'uno è un fatto, un oggetto con una sua struttura; l'altra una sequenza di eventi ai quali nessuno di noi può rispondere personalmente e che, peraltro, non necessitano di un loro equivalente materiale. Una storia va vissuta e via via lasciata dietro di sé, non sfogliata. Anche se condivisa, sembra dirci P., niente può stemperare la radicale incomunicabilità di quella storia.

La fine del giorno di Pierluigi Battista si affaccia insieme alla letteratura (libro tramato di parole, di titoli e di storie com'è) e alla testimonianza lirica, insofferente a ogni sorta di forma o di fasulla, estemporanea empatia. P. vi appare, come spessissimo accade a chi affronta una malattia atroce nella persona amata, nella sua contegnosa, irrequieta solitudine, in un rapporto sempre fuori asse tra lutto e incanto per la vita e la sua spensierata fragilità.

Roberto Oddo

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