La voce delle onde di Mishima Yukio

[Japan[il mare] per lui rappresentava il campo ove si guadagna da vivere, un campo ondulato in cui, anziché fluttuanti spighe di riso o di grano, s'agitava in eterno il bianco ed informe raccolto delle onde sulla tormentata tristezza di un terreno arido e mobile.

Si sentono solo le onde e non c'è nessun bisogno di musica. Si avvertono i corpi, i colori, l'aria di un mondo remoto e ancestrale. Leggere La voce delle onde (1961, tit. or. Shiosai) di Mishima Yukio è un'avventura "fisica" che riconduce alle proprie origini più che a un mondo esotico. A dispetto di una descrizione minuziosa e attenta, quasi etnografica (nei limiti di un romanzo breve di tema amoroso), il narratore non riesce davvero a collocare l'isola di Uta-jima al di là di una cortina storica e geografica. Le creature che la abitano, perfino i due innamorati - il forte e coraggioso Shinji e la splendida Hatsue - popolano il romanzo con il loro ciondolare, brulicare selvatico, come demoni precipitati su un immaginario paradiso terrestre.

Mai come con questo romanzo mi sono trovato di fronte a un'esperienza di alterità letteraria, tanto forte e strisciante è il succedersi delle parole nella carne. Basta aprire una pagina a caso e si ha la sensazione di una storia da odorare, da toccare. L'autore ha uno sguardo lirico e insieme concreto, sa abbandonarsi allo stupore della natura, ma la sua prosa è lineare, scorrevole, concreta, è prosa, una prosa d'arte della migliore specie.

Poche battute, mai interi dialoghi, squarciano il silenzio pittorico che avvolge come una cappa La voce delle onde. Una sensazione sonora minimalista (ed efficacissima) contrasta con l'efficace e immediata ricchezza visiva:

E la farfalla veniva sulla spiaggia, forse perché disgustata da quella scarsità di fiori. Oltre la scogliera le onde si sollevavano spumeggianti, senza sosta, dando all'acqua un limaccioso color giallo verde. Al fluttuar delle onde, la fanghiglia si sfaldava tracciando bizzarri disegni di foglie di bambù che s'agitavano sull'acqua. In quel momento la madre vide la farfalla che s'allontanava sulla scogliera per volare rasente la superficie limacciosa. Sembrò sostarvi per riposare un attimo le ali, poi di nuovo si librò alta nell'aria.
"Che strana farfalla," si disse la madre. "Vuole imitare i gabbiani." E a quel pensiero la sua attenzione si concentrò sulla farfalla. 
Libratasi in alto, questa tentava di volar via dall'isola sfidando la brezza marina che, per quanto lieve, le lacerava le ali delicate. Ciò nonostante, riuscì ad allontanarsi dall'isola. La madre la seguì con lo sguardo finché l'insetto divenne un punto nero sullo sfondo del cielo abbagliante.

C'è qualcosa di irrimediabilmente altro in questo romanzo raffinato, qualcosa che si trova a metà strada tra il melodramma e il film muto, ma sfugge a questi e ben più numerosi parametri. Sarà forse per via del doppio filtro che allontana ancor più dall'originale (Liliana Frassati Sommavilla ha tradotto per Feltrinelli la classica edizione americana curata da Meredith Weatherby), ma l'orizzonte simbolico di Mishima rimane qui come sospeso. Il lettore che vi si sappia abbandonare (e si sbarazzi, ovvio, di balorde oleografie) si troverà a contatto con gli "elementi" e con la natura, con la corporeità innanzitutto: le donne sono legate all'acqua e gli uomini alla terra, in atteggiamento contemplativo e distante (foss'anche su una scogliera o addirittura su una barca). Magari mi sbaglio, ma mi piace pensare che il tuffo di Shinji in mezzo alla tempesta, che il suo immergersi tra i flutti siano un rito di iniziazione al corpo femminile, al suo universo solitario e profondo.

Il Giappone di La voce delle onde di Mishima è, finalmente, un Giappone che emerge tra i marosi, non una distesa metropolitana dove il sushi è l'unica traccia di uno sfondo oceanico, bensì un Giappone che fa sentire, fortissimi, sciabordio e salsedine, ovvero del mare che monta e della letteratura che vi si immerge: di Conrad e perfino di autori più nordici, con quel faro che sembra vestigio di remote urgenze. È un Giappone un po' haitiano, dove le pescatrici di perle, nude, distese in spiaggia, abbronzate in modo sovrannaturale rispetto al pallore collettivo, apprezzano l'una il corpo dell'altra, un Giappone dove il susseguirsi di vicende e situazioni è l'intreccio di un irriducibile orgoglio nazionale con una cultura alta che supera ogni confine e alla quale l'autore attinge con intelligenza e carattere. Un'esperienza di lettura strepitosa.

Roberto Oddo

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