Riviste e scuola. Un incontro a Palermo

[Scuola] Forse lo spirito migliore per non sentirsi sperduti tra i pochi partecipanti di un incontro pubblico non è l'autocommiserazione postapocalittica dei reduci, bensì l'orgoglio e il senso di responsabilità degli iniziatori. Tutto sta nel messaggio che si promuove ogni giorno e che si vuole continuare a proporre da ora. Per questo, un appuntamento dal titolo La scuola nella "fucina" del Ministero e nella "cucina" delle riviste «Chichibìo» e «Menodizero», tenuto nella sede importante dell'istituto Gramsci di Palermo (Cantieri culturali alla Zisa), assume un'importanza che va al di là del conteggio degli astanti.

Oggi, questo pomeriggio di lavori, moderato da Salvatore Nicosia (già ordinario di Letteratura greca all'Università degli Studi di Palermo), ha coinvolto un pubblico, più che appassionato, risoluto nel difendere il ruolo della formazione e della scuola. Ospiti d'onore del dibattito sono stati Emanuela Annaloro, direttrice di «Menodizero», "rivista dell'università in movimento", e Franco Marchese, da quattordici anni mente (e cuore pulsante) di «Chichibìo». Entrambi si caratterizzano per un'apertura a nuovi collaboratori e a chi abbia capacità e voglia di fornire contributi, però con indirizzi complementari e diversi. «Menodizero» è, di fatto, un portale (ad aggiornamento periodico) che unisce riflessioni sulla vita accademica, con contributi specifici disciplinari (e solidi criteri redazionali), specialistici, ma non per questo asettici o - ancor peggio - settari, «Chichibìo» un bimestrale cartaceo patrocinato (in ogni senso) dalla casa editrice Palumbo e rivolto in modo particolare alla scuola (con un occhio di riguardo all'italianistica e alla didattica).

Emanuela Annaloro, nel suo intervento, si è concentrata più sul senso, sulle ragioni che stanno alla base della rivista che dirige. «Menodizero» parte dall'assunto che c'è un preciso progetto culturale dietro le riforme - a prima vista irrazionali e quasi inconsapevoli - degli ultimi ministri dell'istruzione, da diversi anni in qua: l'idea di un homo oeconomicus, ovvero il progetto di tradurre tutto il sistema formativo secondo gli attributi fondamentali di consolidate filiere produttive, del resto intrinsecamente estranee alla natura della scuola. Imponendo l'importanza dell'oeconomicus rispetto al vecchio accento posto sull'homo, i tagli al settore (rispetto a quanto afferma l'art. 33 della Costituzione) servono a finanziare non solo (o non tanto) altri capitoli di spesa dei governi, quanto piuttosto la scuola del multimediale, la scuola dell'assemblaggio e del consumo di beni quantificabili in opposizione alla scuola dell'approfondimento e della creatività, ovvero la scuola performativa contro la "vecchia" scuola formativa. In questo modo, a perderci più di tutte sono proprio le discipline umanistiche (dice la Annaloro; mentre io - pur conscio dei rischi - in questo caso preferirei esprimermi al singolare per mettere meglio a fuoco l'aspetto antropologico del problema: la disciplina umanistica). Ma «Menodizero», che pure sottolinea la marginalità e la solitudine degli studiosi, non vuole opporsi alla rivoluzione digitale in sé, il suo obiettivo è anzi quello di ricondizionare i due punti di debolezza del web: immaterialità della conoscenza e provvisorietà dei progetti e delle idee, che diventano qui il progetto di un nuovo umanesimo più critico e consapevole.

Di «Chichibìo», per parte sua, Franco Marchese ha scelto di raccontare lo scopo attraverso la storia. Il giornale, che vede la sua origine in quel laboratorio costante di pensiero che si riunisce intorno a Romano Luperini, venne tenuto a battesimo da un'intuizione onomastica di Paola Fertitta e, dal 1999, costituisce una voce importantissima dei docenti e per i docenti. «Chichibìo» ha la chiara ed esplicita pretesa di formare cittadini attraverso la scuola (che Marchese presenta in modo sinistro prendendo in prestito una formula di Murakami Haruki: "un posticino allegro, qualcosa come un libro di Kafka illustrato da Munch"). Il periodico si basa sull'assoluta gratuità dei contributi di tutti i collaboratori,  è autofinanziato (con i fondi dell'editore Palumbo e con gli abbonamenti) e vuol essere una finestra sulla realtà che i lavoratori e i missionari della scuola difendono con il loro lavoro. La struttura è semplice: un breve editoriale, interviste a professori e intellettuali (di ogni ambito), lettere, documenti, recensioni e immagini che dialogano con il testo. Per anni, poi, lo stesso Franco Marchese ha anche tenuto una rubrica fissa (Le parole del nostro scontento), che corrisponde più o meno a una certa nostra tradizione di eleganti articoli di fondo, oltre a proporre altri contributi e coordinare quelli altrui, vuoi sulla didattica e gli studi letterari, vuoi sulla politica culturale, contro ogni forma di sterile aziendalismo scolastico.

Giusto Picone, ordinario di Letteratura latina all'università di Palermo, ha voluto tirare le fila di interventi da cui si evincevano il chiaro disamore dell'Italia nei confronti della sua scuola e la più volte ribadita incapacità di ascolto reciproco da parte degli italiani. La drammatica parabola che trasforma gli insegnanti di lettere in meri erogatori e poi misuratori di conoscenze ha, per il professore Picone, un equivalente preciso nei complicatissimi sistemi di reclutamento del personale e di valutazione della sua attività: non solo si sostituiscono criteri quantitativi a quelli qualitativi, come avviene sempre con procedure standard, protocolli e certificati, ma le stesse commissioni preposte ad accertare il lavoro sono di fatto di solito prive di ogni credibile presupposto scientifico (e spesso del tutto estranee all'ambiente formativo). Il modello che emerge in contrapposizione a tutto ciò è, secondo Giusto Picone, quello proposto in un famoso discorso di Pietro Calamandrei del 1950, nel quale si presenta la scuola quale organo costituzionale e, per di più, l'organo rigeneratore, quello ematopoietico, poiché è nella scuola che nascono le nuove cellule che porteranno ossigeno alla democrazia.

Tanto Picone quanto Nicosia condividono con gli altri relatori e con l'attivissimo pubblico in sala sia l'idea di un preciso progetto ministeriale di destrutturazione del sapere (in specie quello umanistico), sia il mea culpa di un'università in debito verso l'alto ruolo che dovrebbe ricoprire: l'istituto di formazione scientifica e professionale, per gli interessi privati di singoli professori, non ha saputo arginare la marea montante di corsi di laurea inutili e insensati e non si è mai davvero occupato di didattica o sentito coinvolto in un dialogo con la scuola sul senso della formazione, tranne nel breve periodo di collaborazione delle SSIS, che almeno hanno avuto il merito di costringere a focalizzare il problema. L'entusiasmo dei partecipanti ha reso giustizia all'osservazione conclusiva di Salvatore Nicosia sull'importanza di un modello formativo basato sullo scambio e sulla partecipazione, ovvero su una rete attiva vs. un sistema dove il docente sia un erogatore inavvicinabile di notizie e voti tra perfetti estranei o, peggio ancora, un facilitatore. Una scuola fatta di persone che si incontrano intorno ai nodi della nostra realtà, ovvero sul senso stesso del nostro conoscere, un organismo dove esistano e si formino maestri, non freddi pedagogismi.

Questo è il modello culturale al quale riviste come «Menodizero» e «Chichibìo» forniscono, numero dopo numero, validi contributi.

Roberto Oddo

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