La scoperta della currywurst di Uwe Timm

Sarà la suggestione, ma la più buona currywurst l'ho mangiata al mercato delle pulci di Colonia: su quel furgone, nella città che più fulmineamente mi sono scoperto ad amare, la cuociono a legna, l'odore della pietanza si mischia ancora per me al fumo volatile di una mattina un po' grigia dei primi di maggio, diversi anni fa. Non è Berlino, la mia Berlino, la patria di quel ricordo, ma una città di un weekend fuggevole. Certo, non l'avrei potuta gustare, né apprezzare gli improvvisi sprazzi di luce, se non l'avessi conosciuta già bene. E del resto, dice Uwe Timm, non sarebbe neanche arrivata a Berlino se non fosse passata lì da una città ancora più a nord: Amburgo, il vero grande centro portuale della borghesia mercantile tedesca.

La scoperta della currywurst (1993, tit. or. Die Entdeckung der Currywurst) è l'epica di un piatto che rappresenta la forma più comune di cucina di strada tedesca. Eppure, le piazze e i viottoli di Amburgo sono visti quasi in tralice, attraverso i mille filtri della memoria, dai ripari di una guerra, il secondo conflitto mondiale, che costringeva tutti a stare al chiuso, al sicuro, ma pronti alla fuga. Da fuori arrivano solo voci e fumi, ricordi di bombe, brusii e minacce. Il romanzo di Uwe Timm è uno scorcio di interni, un susseguirsi di quelle luci che ben conosciamo in molti film centroeuropei: luci anche forti, e però messe lì quasi ad abbagliare, a coprire il lutto che le sottende.

La narrazione prende il volo, sembra sfuggire, o piuttosto partire dalle cose. L'io narrante è volatile, sembra che varie voci se lo rubino di bocca, se lo contendano per raccontare questa storia inverosimile, di cui lo stesso autore sembra discutere l'opportunità. Davvero qualcuno ha "inventato" la currywurst? Qualcuno ha "inventato" le polpette? E che importanza può aver mai, nel corso delle vicende dell'uomo, questo strano brevetto intellettuale? Un problema del genere sembra piuttosto appetitoso per chi oziosamente si dedichi a una storia della lunga durata, a eventi senza data, episodi periferici dell'agire umano. Eppure Uwe Timm sembra dirci esattamente il contrario: le cose, le cose che tocchi, le cose che gusti, le cose che, sole, credi vere, nascono dalla storia, da catene e catene su catene di eventi, da macerie di altre cose e di altre storie, come in una palingenesi inattesa. La currywurst - questa sorta di madelaine amburghese (come la chiama il traduttore Matteo Galli nella sua bella postfazione dell'edizione Le Lettere, 2003) - si è diffusa in lungo e in largo per tutto il settentrione europeo, quasi dimenticando Frau Brücker, che l'ha "scoperta" in un inciampo, e la sua versione dei fatti.

I paesi del sud invece si dimostrarono recalcitranti, anche troppo, ma qui la signora Brücker aveva ragione, per la currywurst ci vuole un vento di ponente che si infila fra gli alberi e i cespugli. La sua origine ha a che fare con il grigio, il cui contrario, dal punto di vista del sapore, è il rosso marroncino. Si rivelarono recalcitranti anche i ceti sociali più alti, non la mangiano né i giovanotti che bevono perrier né le ragazzine delle boutique, perché bisogna mangiarla in piedi, così fra un raggio di sole e un rovescio di pioggia, insieme a un pensionato, a una ragazza un po' di fuori, a un barbone che puzza di piscio che ti racconta tutta la sua vita, un King Lear, e così ti ritrovi ad ascoltare una storia incredibile con un sapore sulla lingua, un sapore di allora, del tempo da cui la currywurst arriva: macerie e nuovo inizio, un'anarchia dolciastra e piccante.

La scoperta della currywurst è una "novella" forse senza eroi, come dice la protagonista, però molto intensa, una sorpresa imprevista, che racconta una pagina della storia europea alla fine della seconda guerra mondiale, con tocchi vividi e forti, ma anche con intensi sguardi sulle vicende di persone involontariamente decisive nel tratteggiare certi paesaggi urbani della modernità.

Roberto Oddo

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