Family day vs. gay pride

[LGBTQI] Può non essere facile capire per quale ragione tanti amici, sulla cui eterosessualità non ho alcuna ragione di dubitare, siano così presi da questo gay pride a Palermo, che si sta svolgendo proprio in queste ore. Non condivido quest'approccio monotematico di molte chiacchierate mediatiche e mondane, non conosco ancora i gender studies (la teoria gender non esiste) e trovo sbagliata la dicitura di matrimonio omosessuale; più di ogni cosa, non accetto il fatto che si possa pensare a un'adozione di questo tipo. Per capirci, a un referendum formulato in e con questi termini, io voterei senz'altro contro. Per me la famiglia - che pure dovrebbe ripensarsi e riformularsi sotto molti aspetti fondamentali - è un'altra cosa ed è unica, senza aggettivi.

Fatta questa premessa, capisco ancora meno un family day organizzato in modo così intempestivo e fastidioso, come per arginare una marea montante, che poi consiste nel riconoscimento di un dato di fatto: ci sono persone che si amano o per lo meno si desiderano al di fuori degli schemi consolidati. E, quando, alle richieste di diritti, se va bene si risponde che esistono soluzioni di tipo privatistico, io do di matto: queste procedure alle quali ci si riferisce sono costose, ambigue e dipendono molto dalla discrezionalità dell'interlocutore al quale ci si rivolge.

Serve, e serve proprio, un riconoscimento istituzionale di un dato di fatto. Che si chiamino unioni civili o PACS o come si preferisce, purché si trovi una formula che identifichi la novità giuridica e sociale, a me poco importa. Si tratta di farlo senza intaccare in nessun modo l'istituto matrimoniale & religioso con il suo significato storico, significato che (pur senza escluderlo) ha poco o nulla a che fare con il sentimento spontaneo e a suo modo ingenuo che siamo soliti definire amore. Il matrimonio non è - storicamente - né la sede privilegiata, né la tomba dell'amore, come recita un troppo diffuso detto; l'identificazione biunivoca tra matrimonio e amore è recente, romanzesca e discutibilissima. Se non altro per il fatto che tende a uniformare in modo indebito l'uso del (o, se si preferisce, il rapporto col) proprio corpo, pulsioni, sentimenti e organizzazione sociale. (E, nei casi più gravi, mira ad adulterare quel fondo inesauribile dell'uomo attraverso notizie su presunte - e molto discusse oltre che eticamente inaccettabili - "guarigioni".)

Non condivido i modi di molti cortei troppo eccentrici, fatti di persone che manifestano in modo più estroso e fuori dall'ordinario la propria condizione esistenziale e la propria richiesta legittima di diritti. Non frequento drag queen e provo fastidio, se non rabbia, per la faciloneria o il qualunquismo della serie "tutto va bene e tutto è uguale", anzi: non tutto va bene, ma i diritti sono di tutti. Ma è anche vero che non comprendendole, non posso - con una rima troppo facile - definire deteriori queste forme esteriori, né penso che le si possa stigmatizzare in assoluto con lo scopo di disconoscere scelte di vita che segnano un accesso alla vita sociale adulta e che, comunque, su di essa hanno una ricaduta precisa e concreta.

Le unioni di fatto - che si fondano su una predilezione specifica e reciproca - vanno a mio avviso riconosciute, e riconosciute a pieno titolo. Si tratta, appunto, di riconoscere un fatto, che non vuol dire condividere il tipo di scelta, ma neanche escludere a priori una certa organizzazione della propria esistenza. Finché esisterà un family day organizzato in opposizione al gay pride, starò sempre e comunque dalla parte del gay pride, perché è vero che la famiglia "tradizionale" è fertile e aperta alla procreazione, ma è di nuove esistenze che si parla, non della moltiplicazione della forma-famiglia. E non mi sento, in coscienza di rinunciare - o di chiedere ad altri di rinunciare - al principio della libertà di costruire in modo positivo e attivo la vita al di fuori dei modelli riconosciuti.

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