È stato il figlio di Daniele Ciprì

È stato il figlio (2012) di Daniele Ciprì è un ritratto terrificante e insieme geniale di una Palermo relegata ai margini della società civile. Nella storia di Nicola (Toni Servillo) che attraversa tutte le possibilità del sottoproletariato urbano si ravvisa un spaccato sociale, ma anche una potenza narrativa che è, a tutti gli effetti, una prova d'autore.

In una periferia degradata e grottesca, in un gruppo familiare che solo chi è siciliano riesce ad apprezzare in quella commistione di surreale e di tratti veristi, uomini e donne senza speranza devono convivere con la miseria più nera e con la perdita inspiegabile della povera piccola figlioletta. Il padre Nicola fa lo sciacallo ai cantieri navali, seguito - ma non aiutato - dallo stralunato figlio Tancredi (Fabrizio Falco), mentre a casa troviamo la madre Loredana (Giselda Volodi, la mamma di Angela in Viola di mare) e la nonna Rosa (una Aurora Quattrocchi grandissima, in specie nelle ultime sequenze). La perdita di Serenella (Alessia Zammitti) ha un po' scolvolto tutti, ma meno del fantomatico assegno che dovrebbe provenire dallo stato a compensare il grave lutto familiare per mano della mafia. Questi personaggi, perciò, si dibattono in un falso dolore e in un realissimo desiderio di emergere dal fango nel quale si rendono conto di vivere, ma solo attraverso l'apparenza (come apparenza è questo titolo così affermativo, che nasconde tanta omertà e un mondo allucinante).

È stato il figlio - basato su un romanzo di Roberto Alajmo - è l'occasione che Daniele Ciprì coglie per esibire uno strepitoso campionario di facce, quasi tutte "brutte", eppure incredibilmente fotogeniche, capaci di esprimere, comunicare senza filtri e farsi amare. Senz'altro si tratta di un film di fattura cinematografica, senza nessuna concessione alla teatralità: i tempi, i dettagli, il ritmo richiedono il grande schermo, la storia stessa occhieggia alla dimensione cinematografica o, in qualche caso, televisiva (James Bond compreso, mi sembra). È stato il figlio, storia nella storia e gioia del narrare, non si perde neanche in acrobatiche astrazioni: nessuno generalizzerebbe questa vicenda facendone l'emblema di una terra maledetta come la Sicilia, ma risulta molto facile seguirlo per via di alcune opportune semplificazioni: il film è spedito e significativo, anche se stenta a riconoscersi in un genere (e senz'altro non lo definirei commedia).

Non è proprio il mio tipo di film, ma non posso non riconoscere un'abilità inconsueta nel portare avanti un intreccio equilibrato e tutt'altro che banale.

Roberto Oddo

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