Hitchcock di Sacha Gervasi

Hitchcock (2012) non è propriamente un film biografico sull'indimenticabile genio britannico: il regista Sacha Gervasi e lo sceneggiatore John J. McLaughlin hanno piuttosto tratteggiato il personaggio, incorniciando un momento della sua vita, ovvero la scelta del soggetto e la ripresa di Psycho (1960). A interpretare la sagoma più famosa della storia del cinema è un Anthony Hopkins compassato e piuttosto credibile, nonostante il ruolo ingrato di una persona entrata ormai nel mondo del mito. Chi invece ne emerge con certi tratti forse un po' convenzionali, ma secondo un ritratto credibile e pieno, è invece la moglie Alma Reville, una Helen Mirren come sempre eccellente per intensità e precisione: si potrebbe anzi dire che il film Hitchcock di Sacha Gervasi sia una foto di famiglia, il ritratto di una coppia in un momento delicatissimo della sua storia.

La carriera del regista inglese, infatti, è ormai segnata dalla sua presenza televisiva, della quale - nonostante i significativi benefici finanziari - in termini artistici l'uomo sembra più soffrire che godere. Anche l'ispirazione viene meno e abbozzare il soggetto per un nuovo film, con l'incombere spettrale e chiassoso dal successo di Intrigo internazionale (1959), è operazione che costa a Hitchcock molta pena. Solo quando s'imbatte nel romanzo di Robert Block sullo psicopatico serial killer Norman Bates l'uomo in crisi non ha più dubbi: il problema, semmai, è che sono altri a tirare i freni: a destare scandalo e preoccupazioni era soprattutto la sceneggiatura - di Joseph Stephano - per quei tempi piuttosto problematica, in quanto prevedeva scene raccapriccianti e pruriginose, che la censura non avrebbe approvato e la produzione si sarebbe ben guardata dal promuovere, almeno rispetto al successo sicuro e facile dei film "di" Jerry Lewis (e, in realtà, con Jerry Lewis). Sembrava infatti che il prossimo Cinderella dell'inarrestabile genio comico.- più volte usato quale pietra di paragone - fosse una garanzia di gran lunga maggiore dell'oscuro e morboso inconscio fantastico di Hitchcock.

La censura e gli organismi di controllo appaiono qui vili e ipocriti, incapaci di scegliere secondo un criterio obiettivo, sia esso etico o artistico, ma preoccupati solo dalle reazioni del pubblico (siamo in piena età Eisenhower, prima testimone di Geova e poi presbiteriano, sebbene il presidente-generale repubblicano sia in fase di uscita in favore della brevissima era Kennedy). Hitchcock, per parte sua, piuttosto sornione e sanguigno, nonostante l'aria aristocratica e altera, sembra riuscire a scalzare - e anzi a martellare - le contrarietà e forza di ironia pubblica e urgenze private. Incubi notturni e febbrili e scricchiolii della coppia funzionano come cassa di risonanza di una storia - quella di Psycho - che, a dire di Sacha Gervasi (sceneggiatore di The Terminal), è molto più autobiografica di quanto si pensi, almeno in termini di immaginario. Non sarebbe, dunque, solo una dichiarazione di estetica - del resto piuttosto contro corrente - il proclama di Hitchcock ai suoi attori sul set del suo incontrastato capolavoro:

La mia cinepresa vi dirà la verità, l'assoluta verità.

Per conto suo, Sacha Gervasi racconta questa storia con evidenti prove di buona documentazione, ma senza brillare per scelte artistiche. Il cast è, certo, degno di rispetto: la segretaria Peggy (Toni Collette), l'amasio opportunista e incapace Whitfiled Cook (Danny Huston), la splendida Janet Leigh di Scarlett Johansson conferiscono veridicità alle situazioni, ma il tutto rimane senz'altro slegato e irrisolto, come se il montaggio finale fosse ridotto in modo significativo rispetto al girato. Il film scorre e non annoia, ma non riesce a imprimersi nella memoria per soluzioni memorabili e in certe scene spiace quasi per l'impegno profuso dai due eccellenti protagonisti più di quanto si gioisca per la loro presenza. Tuttavia, Hitchcock di Sacha Gervasi rimane pur sempre un appuntamento prezioso e degno di rispetto per i cinefili appassionati del genio inglese, anche quando l'eroe eponimo richiama più commedie come La congiura degli innocenti (citato in apertura) e Complotto di famiglia che non capolavori della suspence come Gli uccelli o Paura in palcoscenico.

Roberto Oddo

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