Callas Forever di Franco Zeffirelli

Callas Forever (2002), diretto da Franco Zeffirelli (e da lui stesso scritto con la collaborazione di Martin Sherman), al più è un commosso divertissement: non è una biografia del più rappresentativo soprano del secondo dopoguerra. Il film non racconta un episodio della vita della cantante, ma situa nel 1976, l'anno prima della sua morte, un fantomatico progetto che la riguarda. L'agente Larry Kelly (Jeremy Irons) - il cui nome, credo non a caso, rima con quello del regista - propone a Maria Callas (Fanny Ardant) di girare dei film sulla base delle vecchie registrazioni delle sue opere. L'iniziativa, che gode dell'appoggio della giornalista Sarah Keller (Joan Plowright), dovrebbe riportare in auge la donna, ormai chiusa in una vita di declino nella sua casa di Parigi, restituendo il mito anche alle giovani generazioni e assicurando un lauto guadagno ai produttori con le vendite delle videocassette. Dapprincipio la Callas si oppone, poi cede e accetta di provare con Carmen, per il semplice motivo che non ha mai interpretato dal vivo la sigaraia gitana. Attorno a questo spettacolo e alle emozioni che suscita in tutti i partecipanti ruota la vicenda del film di Zeffirelli, chiaro e sentito omaggio all'amica cantante.

Il tono sentimentale della pellicola ruota attorno alla musica di Puccini, reale protagonista melodrammatico di tutta la vicenda. L'opera di Bizet, la stupefatta preghiera di Norma, il gioioso brindisi di Violetta non fanno che da contorno al Leitmotiv di un'anima in pena, Vissi d'arte dalla Tosca. Sospesa tra una vita vissuta per la musica - e l'amore sfortunato per Onassis - e le attese di un domani molto incerto e più felice (Un bel dì vedremo), questa donna non ha pace, non riesce a prendere una decisione, rifiuta la sua vita obliterando ogni forma di mondanità. È intelligente, serissima, integerrima: non affetta nessuna forma di posa aristocratica, ha un'eleganza naturale tutta femminile che le si addice e, questo sì, la rende vera.

Tuttavia, nel film di Franco Zeffirelli, i problemi sulla verità dell'arte e sulla vita - sul perfido intreccio che sembra vanificare tutto - non prendono il volo. C'è qualcosa di artefatto, di implicitamente privato in Callas Forever, poco spendibile in senso universale: non mi riferisco alle vicende personali del protagonista con il bel pittore Michael (Jay Rodan), è ovvio, o a quelle del soggetto, con la sua passione estemporanea per il Don José di turno (il Marco di Gabriel Garko, ancora una rima). Franco Zeffirelli, Callas ForeverIl problema sta più a monte, nel voler divulgare la donna e tenersi sul vago quanto al personaggio - oppure viceversa. Né si può pensare a sfortunati sconfinamenti di campo: la dimestichezza del regista con l'opera è nota a tutti, la sua è una firma autoriale che può non piacere, ma ha un suo indiscutibile carattere. Dunque è proprio nell'equilibrio tra rivelare e proteggere, tra mettersi in gioco e non sconfinare nella vita privata altrui che Callas Forever perde il suo mordente. Il film di Zeffirelli sembra, in tal modo, poco più che un'occasione per parlare del soprano più amato e forse più discusso della storia dell'opera, del simbolo stesso di un'arte. Ma la rappresenta tutta, quest'arte scenica? La si può considerare un simbolo? E come facciamo a sprofondare nell'universalità, se l'individuo si limita a essere capriccioso e sfuggente? Non si può pensare che la donna parli per sé, di un'esperienza biografica isolata, giacché nulla di quanto si racconta deve essere ricollegato a fatti davvero avvenuti. Mi sembra che Callas Forever di Franco Zeffirelli ci privi della persona, con il suo alludere per chi sa e far sognare - ma un po' in sordina e alla meno peggio - chi non ha una conoscenza specifica sulla vita di Maria Callas. Su Maria Callas, io credo, vorremmo ancora molto di più, qualcosa che la riporti ancora tra noi, e davvero, anche per chi preferirebbe confinarla nel passato.

Roberto Oddo

Post più popolari