Due parole sulla Traviata di Milano e sulla morte

Ieri sera tra gli aggiornamenti di molti miei contatti Facebook fioccavano gli insulti alla prima della Traviata alla Scala. Io ne ho visto, e oggi, solo il terzo atto e capisco le critiche. La regia di Dmitri Tcherniakov era inverosimile, epidermica e fastidiosa in molte scelte importanti, la direzione di Daniele Gatti, bacchetta che di solito amo, a mio avviso precisa, ma un po' troppo lenta e rilassata (quasi in contrasto con il canto, in alcune battute), Piotr Beczala - che pure a teatro ha reso alla perfezione quel personaggio meschino e miserabile che è Alfredo - non mi è piaciuto per voce e interpretazione e, sul piano dello spettacolo, ho amato solo la bellissima Violetta di Diana Damrau, che a mio avviso ha il timbro giusto (anche se non basta, alla Scala). Ma non è di questo che volevo parlare qui, è di un'altra cosa: di Traviate ne ho visto abbastanza e questa farà semplicemente compagnia ad altre senza storia.

Nella seconda metà del terzo atto abbiamo Violetta in camera sua ormai pronta a morire di tubercolosi: è sempre una donna e aspetta l'uomo amato, per cui ci sta che provi a truccarsi, a farsi bella per l'arrivo del suo innamorato. Ma con quell'agilità? Violetta, alle prese con un armamentario degno di Madame Bovary (e ammetto che ho pensato a una qualche allusione o parentela), si serve di farmaci che sembrano liquori, si abbandona al sonno sciatto su un pavimento freddo avvolta soltanto da un piumone. Sembra una drogata, sembra una scena di Trainspotting. E più ci penso, meno mi convince questa visione della morte che ci si dà, questa morte che si sceglie, questa morte moralizzata. La morte è morte, non dipende da noi, e la malattia fa male. Il pietismo e l'eccessa fiducia nella correlazione simbolica sembrano farci dimenticare la nostra natura mortale, sembrano farci dimenticare che una fitta al petto non è un attimo di straziante malinconia, ma la carne che si ribella al nostro - e al suo stesso - desiderio di vita.

Come sempre, quando si eredita una cultura migliore della propria, quando si risale dalle profondità di un'analisi viscerlae, usiamo un armamentario di parole e concetti - malattie psicosomatiche, somatizzazioni ecc. - stravolgendone il senso. Violetta è malata davvero, con tutto ciò che di sgradevole e poco oleografico c'è nella carne umana sottoposta alla malattia: e, se è giusto - e secondo me è giusto e indispensabile - orientarsi al trascendente per cercare spiegazioni e pace (se non giustizia), è perlomeno volgare e stupido e irrispettoso, degno di un moralismo d'accatto, limitarsi a una correlazione en passant tra chi "si lascia andare" e il sopraggiungere della morte. Questo Verdi lo sapeva benissimo e basterebbe pensare e badare un po' a chi sta male per capirlo tutti. Ogni altra considerazione che chiama in causa il malato come colpevole e ignora le malattie reali, la loro noia e le loro noie e la morte della carne è solo uno squallido, cieco, colpevole moralismo. La sublimazione esistenziale non esclude la realtà della sofferenza e dell'insofferenza verso una vita di dolore che non scegliamo. Si sta male e si muore e spesso senza sapere il perché. Stop.

(Stesso dicasi, va da sé, per i ricatti morali e altri atteggiamenti odiosi che nascono da inopportune semplificazioni: impariamo ad accettare le cose e quel che le trascende, una buona volta.)

Roberto Oddo

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