Gli aristogatti di Wolfgang Reitherman

Parigi, 1910. Nell'andirivieni delle costituzioni repubblicane e non, l'aristocrazia non passa mai di moda. E c'è una donna ricchissima e di sangue blu, che sente vicina la morte, così decide di fare testamento. Avendo perso tutti i parenti, decide di optare per i suoi chiccosissimi gatti, designandone curatore il maggiordomo. Questi, però, non sopporta che gli si antepongano delle bestie e decide di eliminare i pericolosi rivali, ma i gatti hanno molte vite a disposizione e più risorse di quante immagini l'anziano uomo, ormai in là con gli anni e le speranze. Una di queste risorse è un ruspante gatto selvatico, Romeo, er mejo der Colosseo, per il quale l'adulta Duchessa e i suoi tre cuccioletti perdono il senno. Con lui, la famiglia miagolante viene introdotta nella vita notturna di Parigi, una vita poco aristocratica a dire il vero (ma basta togliere una r perché Aristocrats diventi Aristocats), dove il blu del sangue perde la sua aura a vantaggio del blu di un bel paio d'occhi e della suggestione di luci stroboscopiche di un'anacronistica Ville Lumière tutta jazz.

Gli aristogatti (1970, tit. or. The AristoCats) è uno dei classici della produzione Disney vecchio stampo, cartoni decisamente buonisti e meno coinvolgenti di quelli attuali sul piano visivo e senz'altro troppo orientati a un'eccessiva identificazione tra animali ed esseri umani, ovvero di contenuto troppo morale e fiabesco, ma capaci ancor oggi di parlare con un cuore aperto. Non dico che 43 anni siano passati come se niente fosse. Il gusto e le idee sembrano anzi appartenere a un'epoca remota, ovvero inaccessibile ai produttori e agli spettatori di oggi, ma la genuinità di quel linguaggio (sia pure molto artefatto), la semplicità di quella sceneggiatura ci parlano oggi come allora. Gli aristogatti, insomma, come altri titoli della stessa genesi (commerciale finché si vuole) non sono archeologia del cartone animato, nel senso che non è necessaria un'operazione filologica per apprezzarlo. Certo, forse è più difficile oggi godere di certi dettagli del doppiaggio su cui allora si lavorava molto e che consentivano agli adulti - ovvero ai genitori - dei bimbi del Settanta di godere delle voci di Melina Martello, ma soprattutto di Renzo Montagnani e Oreste Lionello nel doppiaggio italiano (rispettivamente Eva Gabor, Phil Harris e Sterling Holloway nell'originale), voci che riportavano a un sottotesto di commedie e altre opere allora popolarissime. Tuttavia quello che si è perso da allora è appunto quel percorso ulteriore al quale la Disney senz'altro teneva, ma che nulla toglie alla magia e al divertimento di una storia ab ovo piena di fantasia e buon umore che io oggi, a 38 anni, riscopro con piacere.

Roberto Oddo

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