La casa del sonno di Jonathan Coe

Stesso luogo, stesse persone (all'anagrafe). Ma le cose cambiano a vent'anni di distanza ad Ashdown, che da atipica residenza universitaria in cima a una scogliera diventa un'irrequieita clinica del sonno, posseduta da spettri di chissà quali onde e gabbiani, di chissà quale epoca remota della nostra memoria. Certo è che è un libro sorprendente, questo La casa del sonno (1997, tit. or. The House of Sleep) di Jonathan Coe (Feltrinelli, Milano 2002, trad. di Domenico Scarpa). Un romanzo di medio-breve lunghezza costruito molto bene, sia pure senza eccessiva originalità nella struttura, che sa dosare a puntino i suoi ingredienti e utilizzarli con pertinenza e senso della misura.

Non è difficile, dunque, ravvisare proprio nell'ingranaggio insieme il punto di forza e il punto di debolezza di una storia che non sa focalizzarsi sui personaggi: biografie e situazioni sono viste nella loro metamorfosi e anche laddove la curiosità si fa ossessione, il giudizio si fa scelta identitaria o si capovolge nel suo simmetrico opposto, la trasformazione rende instabile ogni tassello di questo mosaico. Ciò rende più vero, più necessario quanto viene raccontato, al punto da commuovere e far riflettere in alcuni casi (le idee che stanno dietro i personaggi di Sarah e soprattutto di Robert sono davvero ottime); ma, anche senza attenderci particolari imboccate empatiche, si fatica a credere a questo sviluppo, a considerare riuscite queste narrazioni a incastro che via via si incontrano (secondo una prassi ormai consueta).

Il controsenso di La casa del sonno consiste nel fatto che gli episodi costruiti in maniera memorabile sono ingegnose e fortunatissime variazioni di topoi inossidabili della narrativa contemporanea d'ogni genere; per contro, ciò che di più originale - la sensibilità caleidoscopica dei personaggi, la loro squisita natura del tardo XX secolo - potrebbe offrire il romanzo di Jonathan Coe rimane in gran parte incapace di lasciare il segno, irrisolto come si presenta, e spesso annegato nelle parole. Nonostante l'economia studiata dei mezzi e i sofisticati meccanismi metanarrativi - i libri nel libro, l'interpretazione psicanalitica, lettere, articoli e le parole-profezia nel sonno - La casa del sonno fallisce nel suo tentativo di essere una liturgia laica della parola, perde sul piano dell'affabulazione. Incatena, eccome!, ma non incanta. O, detto in altri termini, questo titolo di Jonathan Coe è troppo engagé per essere evasione e troppo annacquato per offrire quel qualcosa in più che promette e contiene solo in nuce.

Roberto Oddo

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