Monsters University di Dan Scanlon

[ScuolaPrequel di Monsters & co., ma prequel autentico e non banale replica o spin-off, Monsters University (2013) di Dan Scanlon è, una volta tanto, un lungometraggio che non fa rimpiangere affatto l'originale e che offre una visione nuova delle cose, davvero integrativa rispetto al primo film. Monsters University, in sostanza, è qualcosa di simile a una - innecessaria, ma piacevolissima - specie di flash-back, un percorso che mostra al pubblico com'è che quei personaggi – come forse ricorderemo, mostri il cui mondo di nutre delle urla dei bambini quale fonte energetica unica e insostituibile – sono diventati quello che sono diventati, cioè dei professionisti dello spavento. E per far questo, si inventa un percorso scolastico apposito, molto impegnativo e “spaventosamente” competitivo, nel quale non c'è posto che per i migliori quali eroi nazionali. E, va detto, non c'è altro posto che quello di "eroe nazionale" per i migliori: in sostanza, sembra impossibile configurare una situazione diversa da quella di una polarizzazione tra eccellenza destinata ai poster e all'acclamazione sociale e gli altri alla noia dell'anonimato. Ma questo non è un percorso scolastico di per sé accettabile.


La conclusione di questo curricolo è la Monsters University, appunto, nella quale si crea un meccanismo che genera a sua volta dispersione scolastica, anzi fatto apposta per generarla – come accade con ogni società a fortissima dose competitiva – e favorisce solo coloro che alle doti naturali sanno associare anche uno studio costante delle tecniche di spavento e della psicologia dei bambini da spaventare. In quest'ingranaggio incappa però anche il “secchione” Mike Wasowski (è un caso che il nome sia chiaramente polacco e comunque da “extracomunitario”?): il ragazzo sa tutto ciò che c'è sui libri, studia quanto e più di Harry Potter, è un topo di biblioteca, ma – poverino! - non ha doti naturali per lo spavento. Ce la mette tutta, ma è piccoletto e tenerissimo, il bullo più indisciplinato ottiene risultati concreti migliori di lui. “Piccolo e nero” era decenni fa Calimero, piccolo e verdognolo oggi Mike: con un solo occhio, espressivo e cordiale, riuscirà ad accedere alla professione della sua vita, al lavoro sognato, attraverso un lunghissimo e penosissimo apprendistato, attraverso vari, incredibili, lavori e un impegno intellettuale decisamente superiore. La scuola però l'ha perduto e, anche se Monsters University è una favola per i ragazzini e dunque finisce bene, su un piano scolastico rimane il fatto serissimo che la società ha rinunciato a incanalarlo in un percorso ufficiale e dunque ha rinunciato a educarlo, ha rinunciato a incontrarlo in quello che è il suo futuro. Ma c'è di più: la società non è stata in grado di offrirgli altro che pallide e penosissime, barbose, alternative di infimo ordine, come dire “o sei dei migliori, o non sei altro che un loro infimo succedaneo”. Qualunque sia il percorso che individuiamo come migliore e come peggiore – non importa qui! - davvero come società possiamo accettare che esista un meglio per i più dotati e un peggio per i meno dotati? Non sarebbe più opportuno che l'intera società si organizzasse per offrire a ciascuno la possibilità di essere ciò che è, pur nella necessaria chiarezza su obiettivi e "prerequisiti" indispensabili, senza polarizzare e dunque distinguere qualità in insiemi separati e reciprocamente alieni, salvo poi inventarsi protocolli – spesso solo “di facciata” – per integrarli l'un l'altro?

Sia chiaro che Monsters University è solo uno specchio di un modo di concepire la realtà e non gli attribuisco nessuna colpa nella sua realizzazione, a scanso di equivoci, o nessuna bandiera ideologica. Anzi, come si diceva all'inizio, è interessante che il prequel sia inteso come processo di apprendistato e non come banale catena di episodi precedenti. In più, le sequenze, pur nella relativa mancanza di originalità, sono tutte godibili e in alcuni casi anche superiori all'originale. Se anche Monsters University non è un romanzo di formazione - e non lo è, perché la formazione mira qui a creare esseri eccezionali e non "normali" - è vero però che propone valori positivi e condivisibili senza eccessivo buonismo. In più, per chi avesse la fortuna di vederlo in originale, constaterà che il meglio del jet set internazionale ha prestato la voce ai protagonisti di quest'avventura colorata: il Mike di Billy Crystal, il Sullivan di John Goodman, il Randy di Steve Buscemi e perfino la direttrice di Helen Mirren sono più che promesse, sono garanzie di una qualità superiore. A me è piaciuto e spero che idee simili, pur nelle dubbie risposte che propongono, continuino a parlare ai nostri ragazzi di ciò che è la nostra società e dei valori e delle speranze da difendere.

Roberto Oddo

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