Anna Bolena di Gaetano Donizetti (dir. Evelino Pidò)

[OperaAnna Bolena (1830) di Gaetano Donizetti - su libretto del fedelissimo Felice Romani da due drammi di Alessandro Pepoli e Ippolito Pindemonte - fu eseguita per la prima volta alla fine del 1830 al teatro Carcano di Milano. Di fatto è la prima del trittico dedicato alle regine dell'età Tudor (se si esclude la meno nota Elisabetta al castello di Kenilworth, del 1829). Il titolo è uno dei più ambiti per i soprani e dagli anni '50 in qua uno di quelli sui quali le cantanti disputano le loro virtù. Dopo l'età d'oro che vide la Callas e la Gencer , occorre ricordare almeno Joan Sutherland e, per motivi diversi, almeno Monserrat Caballé e Beverly Sills, come interpreti discografiche e teatrali di queste opere fortunatissime in tempi più recenti. Solo di recente Mariella Devia ha consolidato il suo primato anche in questo repertorio, dopo le vincenti incursioni nelle più congeniali Lucrezia Borgia e soprattutto Lucia di Lammermoor (l'opera di una vita). Proprio a quest'ultima per molti aspetti (e diverse pagine musicali) si avvicina l'Anna Bolena, solo più tesa e solenne.

Lo spettacolo alla Wiener Staatsoper firmato da Eric Génovése e ripreso in video per la Deutsche Grammophon dall'ormai imperante Brian Large, nonostante un po' di goffaggine in scena, ci restituisce la drammaturgia nelle sue linee essenziali e in modo del tutto conforme all'opera (anche grazie agli splendidi costumi di Luisa Spinatelli e al bellissimo disegno di luci di Bertrand Couderc). L'opera affronta il "passaggio di consegne" da Anna Bolena (soprano), seconda moglie di Enrico VIII (basso), a Jane Seymour, che del re Tudor sarà la terza (e quartultima...) consorte. La Seymour, ancella di Anna Bolena, mostra nei confronti della regina un rispetto sincero e una pena per ciò che la attende, ma la confessione ingenua del giovane paggio Smeton (contralto en travesti), innamorato di Anna, e la presenza dapprincipio non chiarissima di Lord Percy (tenore) complicano la situazione della donna al cospetto del re. Questi, come aveva accolto la protestante Anna come alibi per tagliare insieme con Caterina d'Aragona e con la compagine cattolica del suo regno, non aspetta altro e la sorte di Anna Bolena è ormai segnata.

Sul piano musicale, quest'allestimento mantiene le promesse della locandina. La protagonista Anna Netrebko deve forzare le sue qualità vocali, ma l'esito senz'altro non delude: non è l'Anna di riferimento della nuova generazione, ma detto senza timore, stento a trovare una cantante che incarni il ruolo oggi (e ricordiamo pure che la prima Anna Bolena - dedicataria del ruolo - era Giuditta Pasta, una tipologia di voce che immaginiamo estranea alle corde del soprano russo). Pur con alterna fortuna, mi ha convinto molto di più la Jane Seymour della lettone Elīna Garanča, sia per timbro che per fraseggio; e anche l'interpretazione, che fa lampeggiare il sospetto di una fedeltà non piena, mi sembra rispondere meglio al chiaroscuro della sua bella voce. Ildebrando D'Arcangelo, che per me rimane legato a Mozart, sta dando prova di una sempre maggiore flessibilità e, anche se qui, come Enrico VIII, la sua voce non risalta, mi sembra che la prova sia sempre ottima e molto equilibrata tra piano teatrale e piano musicale, entrambi molto convincenti. Francesco Meli ha, da parte sua, una voce squillante (che ben doveva condividere il grandissimo Rubini, primo interprete di Percy) ed emissione e volume "facili", sebbene non mi convinca mai del tutto la sua prova per via di certi passaggi un po' troppo esuberanti. Cosa rara, per tutti gli interpreti va sottolineata l'ottima dizione, che rende quasi superflui i sottotitoli, segno di una maturazione vera della drammaturgia e di un impegno non comune nell'emissione sonora.

La bacchetta di Evelino Pidò alla guida dell'Orchestra della Wiener Staatsoper è però una regia sicura, che guida lo spettacolo e conferisce coerenza all'esecuzione musicale, così come il coro molto preciso della Wiener Staatsoper, guidato da Thomas Lang e Martin Schebesta, gioca il suo ruolo di commento e di coesione della messa in scena.

Roberto Oddo

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