Benjamin Britten, La musica non esiste nel vuoto

[OperaLa musica non esiste nel vuoto, a cura di Luca Scarlini, raccoglie cinque differenti testi - tutti molto smilzi e veloci - di carattere commemorativo e teorico di Benjamin Britten. Il titolo è tratto dal discorso tenuto nel 1964, con il quale il compositore inglese ha ricevuto il First Aspen Award, ed è esemplificativo di un mondo musicale che vede nella comunità la sua musa e la sua ragion d'essere. Britten scriveva per un mondo popolato da esseri umani che si conoscono, vivono in qualche modo avventure simili o comunque ragionevolmente vicine, partecipano agli eventi sotto gli occhi di tutti. Sotto questi aspetti, è esemplificativo il terzo testo, l'introduzione al programma di sala del Peter Grimes, opera nella quale il protagonista viene giudicato colpevole e condannato da un'intera comunità. Il rapporto tra il singolo e il gruppo rientra così nell'opera di Britten sul piano tematico, anche se rovesciato di segno, un rovescio della medaglia che lo stesso compositore aveva ben presente: intanto perché veniva dall'insuccesso clamoroso e dichiarato della sua prima opera, il Paul Bunyan, che fu accolto in america dal più amaro gelo, poi perché questo rapporto tra l'individuo e la società non è da intendersi per forza in chiave positiva.

Ciò su cui Britten insiste è proprio la relazione dinamica tra il singolo e il gruppo e l'artista qui non si fa scrupolo di rivelare le diverse dinamiche che possono portare a un incontro e che si possono sintetizzare nei due distinti eventi della commissione e della fruizione dell'opera d'arte. L'una è frutto di una precisa volontà e caratterizza la scelta di affidare a un artista un incarico che abbia un significato storico puntuale, preciso, rinunciando - se si vuole - alla pretesa di un'astratta di universalità.

Non dovremmo mai preoccuparci troppo per quello che viene definito il valore "permanente" della nostra musica di circostanza. Molta di essa non ha più senso dopo la sua prima esecuzione, e va più che bene fare felici le persone, anche se solo per un giorno. Dovremmo sempre puntare a questo: rallegrare oggi le persone nel modo più serio possibile e lasciare al futuro di fare il suo mestiere. (p. 25)

Non si deve trattare, dunque, di un impegno necessariamente gravoso o serio, è in pari grado fondamentale anche la musica di circostanza che diletti il pubblico, purché ciò segni un rapporto tra chi fa musica e chi ne fruisce. Il momento in cui ciò avviene è la ragione per la quale si fa arte e Britten non esita a individuare, nero su bianco, il sacro triangolo di compositore, esecutore, ascoltatore (p. 29). Boicottando, quasi, quella che chiama società ideale (p. 24), Benjamin Britten fa i conti con la realtà e le sue amarezze che comporta - e non solo perché non vi si può sottrarre. Anche i successi, però, sono per il musicista un momento nel quale si verifica una comunione di spirito, non una medaglia al merito di chi lo ottiene.

Lo stile di Britten, così come emerge dalla traduzione, è sobrio, asciutto e l'artista non teme di affrontare, sia pure a uso divulgativo, questioni tecniche e di storia della musica. Il compositore rinuncia qui ai toni cerimoniosi e solenni che talvolta ravvisiamo nelle sue lettere, nel momento in cui si avvicina ad altri artisti, e con un pragmatismo tutto anglosassone parla spesso di lavoro e di impegno, più che di genio o di estro (Non ha senso avere delle idee, se non si riesce a portarle in fondo, p. 44). Il rispetto per gli interlocutori si manifesta qui in una chiarezza piena di stile e priva di qualsiasi forma di autocompiacimento od orgoglio, sebbene l'importanza del musicista in Inghilterra fosse ormai indubbia e non trovasse rivali. Anche nei discorsi su Mahler, Auden e nella più programmatica chiacchierata radiofonica dedicata alla musica per ragazzi, Britten offre notizie di sé e del far musica molto oneste e soprattutto colme di buon senso e di positività.

Nel complesso, emerge un profilo - concreto, impegnato e sensibile - non nuovo dell'autore per gli ascoltatori che lo frequentino da tempo, ma senz'altro un quadro che è completo in meno di sessanta pagine, complice anche la buona introduzione di Luca Scarlini. Questi ammette i suoi debiti nei confronti di un importante volume edito da Paul Kildea e cionondimeno offre al lettore italiano un'introduzione sensata a uno degli ultimi operisti di repertorio internazionale. Nonostante un paio di sviste editoriali, trovo questo agilissimo volumetto molto piacevole e ricco di spunti per chiunque tragga piacere e spunti di riflessione nell'esperienza continua e profonda della musica "classica".

Roberto Oddo

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