Le passeggiate al Campo di Marte di Robert Guédiguian

Le passeggiate al Campo di Marte (2005, tit. or. Le promeneur du champ de Mars) di Robert Guédiguian, sotto il pretesto narrativo di un'intervista, racconta gli ultimi giorni al potere di François Mitterand (un buon Michel Bouquet, di somiglianza a tratti impressionante) da parte del giornalista appena trentenne Antoine Moreau (Jalil Lespert). Il rapporto tra i due uomini, fortemente asimmetrico, non è facile e il giovane soffre molto dei silenzi o delle ostinazioni del Presidente, non riuscendo a spiegarsi - tra le altre cose - né una famosa foto con Pétain, l'orrenda storia di Vichy e il conseguente supposto antisemitismo, né il passaggio alla sinistra e il rapporto ingarbugliato con il generale De Gaulle, così come la storiografia ufficiale raccontava questi eventi. Del resto è molto difficile indagare sui ricordi, anche quando è stato Mitterand a chiamarti per scrivere un libro sulla sua esperienza umana e politica, perchè la memoria è una cosa molto intima. In più, come il Presidente gli ricorda più volte, Antoine è troppo sentimentale e non ha ancora finito di soffrire.

Ciò che predica Mitterand, per contrastare quella che a lui sembra un'isteria collettiva - oltre che il crollo del Socialismo - è la passione dell'indifferenza, sempre, fino alla morte. Forse tace fatti e ragioni che potrebbero chiarire aspetti ancora controversi della sua parabola storica, ma senz'altro il Presidente ha avuto modo di farsi - e di difendere - una visione della vita che lo protegge dal malessere di certe scelte, proprie e altrui. Soprattutto altrui, però. Mitterand non si presenta qui con l'umiltà del Capo di Stato al servizio del Popolo: la Francia sarà pure al centro dei suoi pensieri, ma come un regno; gli operai sono la forza in cui dice di credere e riesce quasi a convincerci per qualche fotogramma, però poi qualche pregiudizio o il sospetto prende piede e in più il personaggio qui afferma una sua autonomia troppo forte per concedere slanci empatici. In definitiva, Mitterand non riesce a far breccia nel cuore dello spettatore. In ogni caso, fallisce il tentativo di sintesi tra la grandeur del titolo di ultimo della stirpe dei De Gaulle con la memoria un po' ruffiana della dinastia da umili produttori d'aceto contro gli aristocratici che si dedicavano agli alcolici di lusso. Perciò anche il vitalismo del Presidente - il celebre bisogna morire dicendo sì alla vita - viene sfumato in uno dei ghirigori dell'umoralità che caratterizza il personaggio. Non stento, perciò, a far eco alle domande di Antoine sul senso di questa sua resa, sulla rinuncia alle illusioni, ai sogni; o almeno alle illusioni e ai sogni che riguardno la Francia intera.

La sceneggiatura è un adattamento cinematografico del libro Le dernier Mitterand da parte del suo stesso autore Georges-Marc Benamou insieme con Gilles Taurand. Il film funziona nella misura in cui si accetta di vedere un'opera di fantasia con significativi appigli alla realtà: nessuno pretende di riconfigurare un complesso quadro storico in un paio d'ore, ma qui predomina un po' la solitudine dello statista e, mutatis mutandis, questo vecchio signore alle prese con la perdita della sua ragione di vita non è troppo diverso da altre figure in panne, più o meno mediocri rispetto alla fama e all'importanza che rivestono nella vita pubblica. Il film finisce e quasi non lo distingui più da altri. Va benissimo, considerando che è un uomo tra gli uomini, ma così si lascia scivolare indirettamente la pregnanza di fatti storici che si cita un po' troppo senza approfondirli, con grave danno della figura pubblica e di quella privata, della memoria collettiva e dell'oblio progressivo di un essere umano.

Post più popolari