L'informazione di Martin Amis

Martin Amis, L'informazione, Einaudi
L'informazione (1995, tit. or. The Information) di Martin Amis è un romanzo su invidia, ossessione, potere comunicativo, successo, sulla propria nullità. Protagonista è Richard Tull, fine letterato e scrittore sofisticatissimo, nonché acrobatico, che però in un momento imprecisato della vita aveva perso la capacità di scegliere l'argomento dei suoi pensieri. Al centro del suo malessere c'è la fama che arride all'amico di sempre, al collega universitario a Oxford, Gwyn Barry, per il resto marito mediocre e giocatore ancora meno notevole. Barry ha infatti scalato le classifiche di vendita con un romanzo, Amelior, che in tutta franchezza Tull aveva stroncato prima della pubblicazione, ridendoci addirittura su per la sua insipida ingenuità. Ma da quella volta, da quando viene informato dell'improvvisa fortuna dell'amico, Richard si corrode dentro, perde il suo carisma e diventa addirittura impotente, nonostante le grazie che ancora gli offrirebbe volentieri la moglie Gina. Da quella volta, insomma, Richard Tull non è più lui, la sua vita si trasforma in quello che è il suo negativo, talvolta addirittura grottesco, e l'uomo si ritrova nell'antica massima per la quale alcuni di noi sono schiavi della propria vita. E non è privo di sadico - addirittura feroce - umorismo il destino di quest'uomo, costretto per vivere a recensire biografie di poeti e scrittori di infimo ordine, libri gravati già nei titoli dalla stessa oscena sintassi da supermarket.

L'arco temporale coperto da L'informazione è piuttosto breve e riguarda il periodo intercorso tra la faticosissima, ma inarrestabile scalata al successo di Amelior e l'uscita del sequel, Amelior riconquistata. D'altra parte, il funambolismo di Martin Amis fa sì, con i suoi flashback, i suoi inserti, i suoi commenti, il suo zoom sul quotidiano del protagonista e nella sua più o meno lontana eziologia, che si assista a una continua dilatazione temporale. Il lettore perde il controllo della materia, che continua a scivolargli di mano a favore di una farneticante - e diabolica - genialità. Quasi non si contano i piani nei quali la materia narrativa si espande, dalla cura domestica degli adorabili gemelli Marius e Marco, ai retroscena della malavita londinese, fino all'allegoria cosmica che coinvolge in pari grado il narratore e Richard Tull, suggerendo una qualche surrettizia parentela tra le due figure. Del resto, è anche vero che il narratore non prova nessuna simpatia per Richard Tull e, anche prima di arrivare all'aperta ostilità delle ultime pagine, si diverte a descrivere il suo protagonista con feroce sarcasmo:

Se qualcuno fosse andato da Richard Tull a dirgli che la sua difesa era la negazione, l'avrebbe negato. Ma senza scaldarsi.

Richard Tull - il tradizionalista, il conoscitore fine del più elevato canone culturale anglofono - è un fallito, un antieroe, e il narratore de L'informazione non ci gira intorno, ce lo restituisce in tutta la miseria delle sue risorse:

Il problema era diventato così grave che Richard aveva parlato - e persino pensato - di smettere di bere; aveva persino parlato - ma non pensato - di smettere di fumare. Sapeva però che i suoi guai erano ottusamente e intrinsecamente e tutto sommato essenzialmente letterari, e che nulla, tranne i lettori o la vendetta, avrebbe potuto alleviarli. Così non fece niente, se non cominciare a prendere Valium e cocaina.

Eppure, Martin Amis riesce a tenere incollato il lettore catastrofe dopo catastrofe a questo esplosivo congegno metaletterario, facendo spesso ricorso a un umorismo graffiante e liberatorio (in specie quando si tratta di episodi degli agenti letterari alle prese con l'ultima fatica di Richard, significativamente intitolata Senza titolo da pigrizia e troppo arguto senso critico). Però il malessere di fronte alla recita esistenziale accomuna narratore e protagonista in un disfattismo dolorosissimo e, a tratti, delirante:

Pare che l'universo abbia un diametro di trenta milardi di anni luce, e ogni singolo centimetro cubo di questo spazio ci ucciderebbe, se ci andassimo. Questa è la posizione dell'universo nei confronti della vita umana.

L'assenza di speranza e di riscatto è intrinseca alla scrittura de L'informazione. I suoi due personaggi in lotta per il successo hanno girato entrambi, già nelle prime pagine, la boa degli -anta. Superato il moderno e simbolico mezzo del cammin di nostra vita, hanno davanti a loro una discesa: per Barry, nonostante la sua insipienza, significa abbrivo verso una vita più facile, più comoda, una discesa tra la folla, per Tull significa invece precipizio, il baratro definitivo. E dire che, se si escludono la pregiudiziale superiorità di Richard su Gwyn e la sua recensione "amichevole" poco lusinghiera, il giudizio del narratore sull'antagonista non è così spietato a prima vista, salvo ridurlo ai minimi termini, alla silhouette della sua statura: cornuto contento, giocatore disastroso a scacchi come a tennis, infine baro, e solo mediamente insozzato dallo squallore generalista del mondo contemporaneo.

Amis si sofferma ad analizzare il grado di consapevolezza dei suoi protagonisti con una feroce brama di possederli: la loro ebbrezza, la loro presenza a se stessi non è per niente materia narrativa, ma schizzo biografico. Il loro entrare rintanarsi in un'apnea di vita o uscire a prendere una boccata d'aria all'aperto è quasi ininfluente ai fini della trama, è solo un'altalena di autoconsapevolezza della propria povertà, del nulla oceanico che, in qualche - sempre più raro - momento di sobrietà, si affronta e che non si è neanche capaci di soppesare.

Con la sua giacca di lana, il farfallino e due cerotti alla nicotina, masticando (o succhiando) un chewing-gum alla nicotina, con una sigaretta in bocca e la sensazione di essere chiuso in un sacco di plastica nera dietro una centrale nucleare, in umile attesa della prossima spaventosa fusione atomica, Richard oziava su un lettino da spiaggia. Davanti a lui si stendeva un Atlantico pigro e poco invitante, di una calma lagunare.

L'informazione di Martin Amis è un libro crudele, a volte durissimo, non sempre facile da portare avanti; eppure, e proprio per gli stessi motivi, è un romanzo raro, essenziale, a volte molto poetico, scritto con tellurica inventiva linguistica (grande impresa, quella di Gaspare Bona, il traduttore italiano dell'Einaudi del 1996) sull'invidia, sulla fama e su quanto di inspiegabile ruota attorno a questi fenomeni e alla consapevolezza della propria tragica inconcludenza.

Roberto Oddo

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