La scuola è finita di Valerio Jalongo

[ScuolaOgni tanto noi insegnanti dimentichiamo che il nostro compito non è quello di insegnare, bensì quello di far sì che i ragazzi apprendono; e non è neanche quello di spiegare, ma di far sì che i ragazzi capiscano. Qualcosa, s'intende, passa sempre tra professori e alunni e il meglio che ci possa capitare è di riuscire a controllare il più possibile la qualità di ciò che trasmettiamo. Noi non ci dobbiamo esibire davanti alle magmaatiche platee delle nostre classi, il nostro lavoro consiste nel dialogo, nel rompere le barriere e le pareti, per quanto (o proprio in quanto) dissestate. Per questo, nonostante l'autoconsapevolezza fortissima degli errori che si possono compiere, per un docente - e per un adulto in generale - risulta problematico e imbarazzante vedere La scuola è finita (2010) di Valerio Jalongo (scritto con Francesca Marciano, Daniele Lucchetti, Alfredo Covelli).

C'è una storia, è vero:  è la storia di Alex/Daniele (Fulvio Forti), ragazzo dal doppio nome a dir vero piuttosto enigmatico, che guadagna una ben dubbia popolarità tra i compagni tentando un salto dal tetto della sua scuola (immagino un istituto tecnico o professionale, data la descrizione degli spazi e delle dinamiche relazionali). L'episodio in sé finisce bene, ma la sua vita già dissestata riceve un'ulteriore scossa con il cambio di compagni e di insegnanti. Questi ultimi, in particolare la prof.ssa Daria Quarenghi (Valeria Golino) e il prof. Aldo Talarico (Vincenzo Amato), sono tutti incapaci di comunicare e offrono a loro volta uno spettacolo non più rassicurante di quello proposto dagli studenti. Il loro vissuto è disastrato, la loro emotività - così come autostima e motivazione - sono ai limiti del collasso. Il film di Valerio Jalongo si concentra dunque su queste vite in avaria su uno sfondo che sembra già perduto. In questa scuola che è un parcheggio temporaneo per predestinati a fallire, la sceneggiatura ritaglia in modo ineccepibile le sue storie, ma appunto le ritaglia, non le focalizza: il mondo intorno a Daria, Aldo ed Alex rimane generico, più ancora che sfocato. Se la vita di queste persone va in frantumi e dunque lascia ben poche speranze, la vaghezza della sconfitta di questi ragazzi estremamente soli e sbrigliati costringe a un'attonita rinuncia a capire e fiancheggia l'altra, ben più drammatica, rinuncia: quella ad agire. Vedere la professoressa di matematica che si rifugia solo sulle formule che va scrivendo alla lavagna, mentre la classe dietro di lei è nel più totale ribollio, fa un male indicibile a chi svolge questo mestiere. Ma è il male di chi riconosce un certo tipo di sconfitta.

La scuola è finita è il documento di una scommessa ormai persa e, va detto, un documento impietoso, ma ancora inesatto: tra l'altro, se si escludono alcuni eccessi, gli adolescenti ritratti qui sono ancora troppo armonici per rappresentare il sedicenne medio che frequenta molte nostre scuole. La vaghezza nella quale sono inseriti questi ragazzi, di contro, mentre corrisponde a perfezione al modo in cui molti docenti percepiscono il mondo dei loro alunni, è il colpo mortale a una qualsiasi speranza di riscatto, perché esclude un intervento concreto (e la sigla finale targata Le Vibrazioni, Va così, si addice in pieno a questo clima). Non credo affatto che si voglia solo raccontare una storia, perché se così fosse ci sono diversi vuoti, e la stessa divisione in sei capitoli (Nel vuoto, Una strada, Paura, A occhi chiusi, La stella e il mostro, Fuori classe), lungi dal costituire le premesse di un romanzo a tappe, rende il film ancora meno coeso. Valerio Jalongo, in La scuola è finita, individua dei problemi reali e gliene sono grato, né spetta a un regista di risolvere questi problemi: ma ciò non toglie che il suo film risulta chiuso rispetto a un dibattito e poco perspicuo sul piano narrativo.

Roberto Oddo

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