La solitudine di fronte ai libri

Voglio leggere, in ordine, il Werther di Goethe, l'Ortis di Foscolo e Le affinità elettive di nuovo di Goethe. Sono opere che conosco già, ho anche un'idea abbastanza precisa delle storie che le lega, l'ho anche raccontata. Ma sono letture lontane, slegate nell'esperienza l'una dall'altra e non posso parlare senza fingere della loro consequenzialità.

Ed è normale: le ho incontrate tutte e tre in momenti nei quali non ero tanto un lettore, quanto uno studente, a scuola o all'università. Queste opere si sono alternate ad altre, ma su queste pensavo che in qualche modo avrei dovuto rispondere. Diciamo che mi sono preparato a farlo, senza godermele.

Ringrazio tutte le volte che ciò è successo, altrimenti non avrei mai incontrato, credo, Teresa Raquin o Cristo si è fermato a Eboli, così lontani come sono questi libri dalla mia sensibilità letteraria. Però una lettura che prevede un confronto asimmetrico - tra chi ne sa più di me e me al primo incontro, senz'altro molto ingenuo - può falsare l'esperienza.

Mi mancava quell'esperienza folgorante della solitudine di fronte ai libri, che ha fatto di Moby Dick, di Auto da fé, di Don Chisciotte e del Conte di Montecristo (e, in misura diversa, anche dei Miserabili) dei momenti capitali e irripetibili della mia esistenza. Mi è mancata la scoperta autonoma della loro grandezza che, orgoglioso e autoreferenziale come sono, per me fa la differenza.

Mi è mancato parlarne per piacere e con amore., parlarne come se fosse un'infrazione, parlarne tra parentesi (dove stanno le cose dette in confidenza, dette di nascosto). Mi è mancato interrompere la lezione perché era urgente parlarne, come è successo appunto con Don Chisciotte e Moby Dick e, va da sé, mi è mancato il messaggio entusiasta di un alunno su Facebook alla lettura del Conte di Montecristo ("finalmente un libro decente") e altri simili.

E penso che è strano, questo nostro lavoro, che dividiamo molte letture in quelle che ricordiamo di aver fatto e in quelle che ricordiamo a fior di pelle (e qui penso alla spregiudicata tassonomia calviniana in Se una notte d'inverno un viaggiatore). Ci sono libri che uno finge di aver letto anche se in effetti è passato onestamente dalla prima all'ultima parola senza saltare una virgola.

I ricordi scolastici sono spesso appannati - non parliamo poi di quegli ultimi autori troppo moderni e troppo poco attuali insieme -  e penso che sarebbe bello parlare un po' di letteratura, fare rete (e cultura insieme), così, da pari a pari, da quello che siamo diventati e anche da quello che non siamo più. Da lettori, con la nostra storia di solitudine di fronte ai libri.

Roberto Oddo


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