Matteo Di Gesù, Una nazione di carta

Settecento anni fa, il padre della poesia italiana vagò a lungo, esule, entro un territorio geografico che pure aveva riconosciuto in qualche modo unitario e legato alla sua Firenze. Dante Alighieri, infatti, ha attraversato il paradosso non comune di riconoscere un'idea geografica e culturale, di identificare genti e dialetti, di prevedere il futuro della nazione e, nello stesso tempo, di avvertire - all'interno di quegli stessi confni - un lacerante dolore per l'esilio dalla patria. Da allora l'idea di Italia e di italianità, delle persone e della tradizione che le coinvolge, ha subito una serie di aggiustamenti, sempre in bilico tra bandiera e biblioteca. Per parafrasare una famosa formula di Eric Hobsbawm, è difficile dire se l'Italia abbia inventato la sua tradizione o viceversa. Una nazione di carta (2013, Carocci) è una ricognizione - come dice il sottotitolo - proprio attraverso la Tradizione letteraria e l'identità italiana. L'autore, Matteo Di Gesù (ricercatore di Letteratura italiana all'Università di Palermo), riconosce in quest'eredità - talvolta anche gravosa - un filo rosso che consente di rivedere criticamente l'appartenenza a una cultura o addirittura la propria cittadinanza.

Intendiamoci: Di Gesù non è il solo, e lo sa benissimo, su questa strada. Dietro di lui ci sono alcune opere chiave della storiografia moderna, a partire da L'italiano di Giulio Bollati, o ricognizioni più recenti e a distanza, come L'italianità di Silvana Patriarca (pubblicato a New York e poi tradotto nel nostro Paese da Laterza). Inoltre, ci sono studi ai quali Di Gesù si affianca, in particolare quelli di Stefano Jossa (L'Italia letteraria o, ma con uno spirito più combattivo, Un paese senza eroi) e soprattutto di Suzanne Stewart-Steinberg (con un libro, L'Effetto Pinocchio, pubblicato in originale ancora una volta negli U.S.A., stavolta a Chicago). Sembra, insomma, che anche la ricerca condotta da Matteo Di Gesù non si sottragga a una precisa tradizione. Tuttavia, mi sembra che la militanza dell'autore emerga ben prima dell'epilogo programmatico - ossimoro necessario - nel quale si vuole riformulare un nuovo canone e il destino della tradizione letteraria italiana.

Ma andiamo con ordine. Una nazione di carta è suddiviso in sei capitoli: 1) Archetipi danteschi (quasi un prologo); 2) «Italia mia»: genealogia di una tradizione; 3) Il Bel Paese: una geografia letteraria; 4) La cittadinanza letteraria italiana. Digressione manzoniana; 5) Il carattere degli Italiani. Un'invenzione letteraria moderna; 6) L'affidabilità di un marchio garantito: "Letteratura italiana" (Quasi un epilogo). Poiché qui lo spazio è quello che è e preferisco che il lettore si faccia un'idea autonoma, mi limiterò qui a segnalare due punti di disallineamento con il saggio di Matteo Di Gesù, cercando di spiegarne perché al fondo si tratta di un'opera che vale molto.

Il primo aspetto che non m ha convinto appieno in questa disamina è il dialogo con i testi. Vero è che in un totale di 191 pagine numerate (compresi gli indici e gli ineluttabili apparati accademici) non si poteva pretendere un confronto più serrato, ma l'impressione, soprattutto nei primi capitoli, è che l'autore si sia lasciato un po' prendere la mano con le citazioni (tanto di testi, quanto di critici) e il suo messaggio si appanna, mentre gli autori citati rimangono un po' sfuggenti. In una scrittura sempre tersa e piacevole, ma mai superficiale, Matteo Di Gesù ci conduce per mano senza annoiare, ma temo che molti riferimenti (comunque sempre circostanziati ed esatti) vadano perduti a fine lettura: con lo stesso materiale preparatorio forse si sarebbe potuto imbastire uno studio ben più corposo e serrato. Va detto, però, che il mio occhio è rivolto alla potenzialità didattica del libro, mentre forse già dall'inizio l'autore voleva condurci su una strada - come si suggeriva prima - ben più militante e non c'è dubbio che fino alla fine il più recente lavoro di Matteo Di Gesù recupera con garbo ed efficacia tutte le informazioni necessarie a condurre il suo discorso.

Ecco, da questo punto di vista, va detto peraltro che il capitolo quinto - Il carattere degli Italiani - è il più equilibrato: il dialogo con i testi si fa stringente e si ha l'impressione che l'autore metta a punto infine il suo studio. Una nazione di carta, infatti, è frutto di una riscrittura di saggi pubblicati in precedenza e di una loro nuova intersezione alla luce di uno sguardo unitario e di un avanzamento su questo percorso di lavoro. In quest'ottica, "l'incontro" di Matteo Di Gesù con Pietro Calepio, Giuseppe Baretti, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Alberto Arbasino e Giorgio Manganelli - visto lo sviluppo di cui gode ciascuno degli intellettuali coinvolti - consente di apprezzare insieme un tracciato storico e uno critico con una coerenza che convince senz'altro e si fissa nella memoria. In più, ed è l'aspetto che un lettore per natura eccentrico come me apprezza di più, l'autore lascia "cadere" all'interno del discorso parole di autori - come Giuseppe Antonio Borgese, Alberto Savinio e Umberto Saba - che, lungi dal distrarre, in quel contesto completano il discorso e dialogano con la prospettiva critica dello studioso.

Un secondo punto di disaccordo con il lavoro di Di Gesù è, in realtà, molto più radicale e, d'altra parte, apre la strada a possibili sviluppi di questa linea di studio. Mi riferisco alla bipartizione che l'autore fa, nella sua disamina, tra testi in poesia e testi in prosa, bipartizione che a me sembra francamente poco risolutiva. Per parte sua, l'autore sembra rispondermi a pagina 61, quando dice:

Con l'avvento dei generi in prosa della modernità, dal romanzo al giornalismo, dal saggio moderno all'odeporica, i luoghi topici di questa tradizione si disseminano e si parcellizzano: provare a farne una rassegna sarebbe per lo più inutile, oltre che arduo.

A parte il fatto che il genere influenza molto la codifica - e dunque la decodifica - del messaggio che si vuole trasmettere, forse il problema, qui, è che non è chiaro sotto quale prospettiva si parla di generi letterari. È evidente che non si può e non si deve certo appiattire il concetto di genere a un modello "preformattato" al quale lo scrittore si attiene in misura maggiore o minore. Ma se la retorica del contenuto nel meccanismo comunicativo che gli è proprio non ha un suo peso, mi domando che senso abbia anche suddividere le opere in prosa e in poesia. Ricordiamo, infatti, che per l'Account di Baretti e per i testi coevi, Di Gesù, sulla scorta di Ilaria Crotti, parla di un "sommovimento epocale" [dei generi] (p. 115). Ora, a me sembrerebbe più opportuno discutere, sia pure con un'ipotesi di lavoro e non per forza originale, un'idea di "genere" letterario prima di escludere la possibilità di procedere in tal senso.

Il problema, qui, non è l'assenza di un contributo teorico (o addirittura teoretico): sotto questo aspetto mi sembra che Una nazione di carta costituisca un eccellente punto di partenza per una discussione sul senso stesso del canone all'interno del patrimonio culturale italiano. Ciò che potrebbe magari spingere avanti lo studio di Di Gesù, magari nel prosieguo della sua ricerca, è la definizione dell'oggetto stesso. Vale a dire: cos'è, all'interno dell'opera, quell'invocazione (quasi sempre disperata) all'Italia e agli italiani? Che sia determinante o meno nell'economia d'insieme, qual è il suo rapporto con il resto della produzione di quell'intellettuale? E come si legga ai passi analoghi di altri autori, magari degli stessi citati in Una nazione di carta? Di fronte a un lavoro così sostanzioso, si avverte il bisogno di un affondo esemplificativo di carattere monografico (anche se non per forza monumentale). Per questo dicevo prima che il capitolo quinto, con le sue argomentazioni più articolate sui diversi autori dal Settecento a oggi, costituisce la vera svolta del libro. Rapide e profonde, quelle pagine sono il motore di un discorso che, senza banali "attualizzazioni", porta direttamente all'oggi e, anzi, a domani. È in seguito a questo "tuffo", infatti, che un'idea positiva di appartenena spazza via la comoda e sonnolenta soggezione al proprio malumore intellettuale in retroguardia di molti polemisti e si fa ripensamento complessivo e militante (giova ripeterlo), più che semplice difesa, della nostra tradizione culturale e delle nostre possibilità future.

Roberto Oddo

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