Fare il proprio dovere. Insegnanti e risultati

[ScuolaLa scuola statale consente a ciascuno di coloro che ci lavorano di fare ciò che vuole, purché sia al ribasso. È davvero difficile fare di più. Eppure proprio la scuola statale si basa - e sopravvive - sull'eroica dedizione di poche persone che contrastano il vario malcostume di alcuni insegnanti inadeguati o/e demotivati fino alla più totale depressione.

Il momento di sconforto, sia chiaro, capita a tutti. E non perché i ragazzi non imparino o perché una giornata non vada affatto bene. Questo è fisiologico e, posto che il rapporto didattico è un rapporto umano, ci sta pure che, in una certa misura, i ragazzi familiarizzino con le debolezze dei loro docenti e mettano in campo le loro.

Quello che uccide è altro. Quello che uccide è la consapevolezza che hai fatto tutto il tuo dovere, che una volta che tu ce l'hai messa tutta e loro non recepiscono non è più responsabilità tua; quello che uccide è sentirsi dire "di più non potevi fare". L'importante, ancora ancora e ancora, sarebbe che io abbia fatto tutto quel che doveva esser fatto. Questa non è efficienza e non è neanche la sua degenerazione, l'efficientismo bieco, ma una ridicola corsa - o resa - alla burocrazia a ogni costo.

Se io svolgo tutto il mio lavoro a modo e questo è il risultato, se faccio tutto ciò a cui sono tenuto, beh, allora i risultati sono inaccettabili e dunque c'è qualcosa in questo mio "dovere" che è anacronistico e improponibile, come sempre accade a tutto ciò che non ha una sua ricaduta pratica. Io sono a favore delle regole, ma queste regole non possono rinunciare a essere utili e a produrre risultati buoni. Altrimenti perché tanto rigore? In nome di cosa si devono imporre regole a un'intera comunità che passa per la scuola? O, per essere più concreti, oggi mi pongo almeno due domande.

1) È accettabile che si tengano i ragazzi in scuole in contesti sociali disagiati, in scuole affette da una drammatica dispersione, e che li si inviti a presentare uno o più certificati medici per sanare le troppe assenze per non rischiare la perdita automatica dell'anno? Ovviamente io comprendo le ragioni per cui ciò avviene e non ho dubbi sulla speranza di recuperare una vita, ma davvero è questo tipo di scappatoia che si vuole insegnare loro? A questo deve servire la scuola entro cui li si tiene, magari per sottrarli a logiche mafiose?

2) E ancora: è utile che dei ragazzi che non vogliono farlo frequentino una scuola che ignora sistematicamente, per ragioni più che comprensibili, gli handicap dei ragazzi appiattendo tutto su quelli che vengono chiamati obiettivi minimi e promuovendo sempre tutti nella più totale indifferenza rispetto al lavoro svolto? Quanto sarà in grado la società di sopportare l'afflusso di un tale numero di analfabeti, o poco meno, titolati quanto persone motivate a studiare?

Non si tratta di ingenuità o di purezza a ogni costo, ma di un senso delle cose per come stanno. Quello che manca a scuola è una motivazione a farla bene, qualcosa che la renda diversa. Se la scuola non ha un valore selettivo, allora possiamo abolire l'attuale sistema valutativo e i provvedimenti che ne conseguono: accettiamo pure che i ragazzi vadano avanti comunque, senza atti amministrativi che vengano denominati arbitrariamente "promozione" e "bocciatura", ma in nome di una coscienza e di un lavoro di tipo diverso.

Tutti - e non solo gli operatori della scuola - dobbiamo dire che cosa esattamente ci si aspetta dalla scuola, perché allo stato attuale non è possibile garantire con questo sistema un insieme di competenze acquisite al maturare di un titolo di studio. Io sono del tutto contrario all'abolizione del valore legale del titolo di studio; e d'altra parte mi trovo costretto a dire che una decisione collettiva e consapevole in tal senso, che preveda una precisa scelta culturale, è di gran lunga preferibile allo svuotarsi di significato del certificato in sé.

Mi sembra, in definitiva, che la rinuncia ad abolire il valore legale del titolo di studio non dipenda affatto da una considerazione discriminante (in positivo) nei confronti di chi l'ha ottenuto, bensì che questo avvenga per mancanza di una reale alternativa. La scuola rimane tuttora l'unica agenzia educativa strutturale certificata e il problema consiste nell'accordo su ciò che questo vuol dire o sull'uso che se ne può fare. Questo è un problema di tutti, non dei professori, che per parte nostra siamo l'avamposto e il supporto specialistico.

Ciò che manca a scuola, oltre al denaro, è il supporto di una comunità che la veda come momento formativo, come strumento organico e insostituibile. Organico e insostituibile, intendo, anche se non per forza l'unico: basterebbe che si pensasse alla scuola quando si configura la gioventù che cresce e non si aspettasse di vedere come poi se la caveranno nella vita (di recente, ci hanno giudicati molto bravi e creativi nel problem solving, ovvero l'arte di arrangiarci con quello che c'è): come se l'alternativa fosse tra una scuola ancella di ciò che accade per strada e una scuola arroccata su una torre d'avorio.

Ecco, basterebbe pensare la scuola dov'è: in mezzo a una strada, intenta a fare il suo bravo dovere.

Roberto Oddo

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