Investimenti e scommesse

Stamattina ho fatto un giro in città, così: mi bastava godermi un cielo senza più pioggia.

Un giro che avrei immaginato solitario e invece era affollato, con gente dappertutto, ingorghi, improvvise manovre di retromarcia. E l'esitazione e l'anarchia di una città come Palermo che non offre proprio nulla in cambio di tutto il traffico che la penetra. C'è solo caos.

E, attorno a me, lungo i marciapiedi, i centri scommessa. Tanti e sempre nuovi, eppure con l'aria del già visto. All'altro angolo, certo, la sorpresa di prima: anche qui? Luoghi troppo articolati per afferrare al volo il numero di astanti e di lavoratori. Ma certo funzionano, controllano il territorio da ogni angolo.

Io, che avrò giocato un paio di schedine in tutta la mia vita, ho perso il conto di quante scommesse si possono fare, degli oggetti su cui si può dire qualcosa e vincere con un po' di fortuna. Però mi domando se sia normale che un'intera comunità smetta di investire e cominci a scommettere.

Smettiamo di progettare, di guardare a distanza, di programmare, di creare e vediamo cosa si può ricavare da quel che verrà. Che verrà da sé, ovvio, o con un'opportuna casistica di scambi di favori. Si gioca a prevedere, si gioca al buio, bendati di statistiche, e si brucia ogni creatività.

Perché è questo che ci si aspetta che noi vogliamo. Sostituire a ogni angolo un'attività con una puntata forse buona. Ci lamentiamo della sventura che ci ha trascinato in questo deserto e continuiamo a scommettere sulla fortuna; e si va a votare più o meno come a un centro scommessa.

Io non capisco com'è che non ci si arrenda arrenda ancora alla realtà offerta dai nostri sogni e alla forza delle proprie mani necessarie a garantircela. O a rendercela possibile.

Roberto Oddo

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