Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless

[LGBTQI] C'è un equivoco già intorno al titolo I turbamenti del giovane Törless (1906, tit. or. Die Verwirrungen des Zöglings Törleß), equivoco sorto per via della traduzione: per quanto sembri riecheggiare da vicino il celebre romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther, il vocabolo usato dallo scrittore austriaco Robert Musil non è il generico "Jung", bensì "Zögling". Questo termine non fa riferimento in sé all'età, quanto alla condizione di allievo, cadetto. Si dice, insomma, che il protagonista crescerà, ma ciò accade per il fatto che il giovane sta costruendo la sua carriera - e per di più (apprendiamo nel corso della lettura) in un settore strategico dello stato: militare, politico, amministrativo. Inoltre sappiamo che questo apprendistato avviene in un territorio neutro, lontano dalle tentazioni della capitale: è l'iniziazione antropologica che passa attraverso il filtro del confino. Non ci sono genitori, se non per brevi incursioni o come negativo degli attori in gioco: i ragazzi sono lasciati soli con quello che sarà il loro futuro. Una cosa è la giovinezza, con i suoi errori e i suoi vagabondaggi (sia pure fatali), ben altro è la sistematica e strutturata preparazione all'età adulta.

Posto che questo romanzo è troppo grande per costringerlo a uno sguardo d'insieme in una sede come questa, forse potrei piuttosto parlare de I turbamenti del giovane Törless solo se fossi un musicista. In tal caso, piuttosto che scriverne, potrei comporre un poema sinfonico le cui tappe sono ben scandite da alcuni concetti chiave, da alcune parole che certo non esuariscono il breve romanzo di Musil, ma almeno lo sintetizzano. Ma l'aspetto più imbarazzante è che il poema sinfonico, forma tipica del tardo romanticismo mitteleuropeo, potrebbe competere con vari generi teatrali, tra cui si ravvisano le tappe di una passione – la discesa nell'abiezione più tenebrosa e il risveglio febbricitante a una luce serafica, ma umanissima, limitata, e perciò un po' istupidita. C'è da dire, in ogni caso, che I turbamenti del giovane Törless è un romanzo – o un racconto molto lungo (non saprei dirlo) – davvero nuovo, che sembra fiorire dalla stessa fertilissima corruzione del sinfonismo mahleriano. Il romanzesco di questo genere narrativo appartiene a un'altra sfera artistica, segue altre traiettorie e sono probabilmente altri gli specialisti più indicati a coglierlo.

Mi sembra però che la sua novità, per venire subito all'aspetto che più attrae e respinge molti potenziali lettori, non stia nella violenza che vela una qualche forma di sessualità implicita, bensì in una sensualità che scoperchia il ribollio di una violenza ancora più feroce e radicale di quella narrata. La storia della complice e sinistra supremazia esercitata da Beineberg, da Reiting e dallo stesso Törless sul povero Basini in uno sperduto collegio austriaco risente certo della cultura psicanalitica di cui è pregna la letteratura germanofona del primissimo Novecento, ma sembra nello stesso tempo centrifuga, porta altrove e non lascia requie. Uno dei primi ricordi del protagonista è l'archetipico smarrimento del bosco, l'attimo in cui il bambino Törless si scopre abbandonato in un immenso silenzioso e tanto la solitudine, quanto l'autoconsapevolezza si raddoppiano nello scenario collegiale del romanzo. L'infrazione omosessuale è il codice attraverso cui questa rottura si esprime, il disegno nel quale si incrina il vetro della composta forma classica. Il motore del romanzo di Musil è intimamente polifonico e atonale, salta tutta la gerarchia degli argomenti, delle ragioni e perfino degli alibi. Non funziona più nulla, eppure tutto si tiene da sé.

Accade un po' come quello che lamenta il “giovane” Törless con il suo professore di matematica a proposito dei numeri immaginari che servono a spiegare il passaggio da un concetto a un altro senza essere comprensibili di per sé. Manca “qualcosa” e nello stesso tempo il romanzo è di una lucidità spiazzante: è l'irrazionalità che pervade un universo che dovrebbe essere apollineo. D'altra parte, il dionisiaco di questo Musil è e rimane ancora acerbo, il “cadetto” Törless impara a sue spese e quando diventa un uomo arriva a superarsi, però qualcosa non quadra (e del resto è impossibile che tutta questa energia rimanga circoscritta). Perfino l'amore è visto in forma oppositiva, tanto che il giovane Törless sembra ribaltare l'aria famosissima di Cherubino e si rivolge mentalmente ai suoi genitori con la certezza che l'amore sia esclusiva dei giovani, inaccessibile all'equilibrio canterellante degli adulti. Se la violenza esercitata su Basini corrisponde al momento dell'antitesi rispetto alla dialettica hegeliana, c'è un sapore di alibi all'atto della sintesi: come se questa includesse il rinnegare delle fasi precedenti. Come se il tabù o la repressione avvenissero nella fase terminale, senza disinnescare la carica esplosiva di ciò che tentavano di tenere a bada.

I suoi gusti erano ormai così acutamente e unicamente concentrati sulle cose dello spirito che se gli avessero raccontato una storia molto simile intorno alle scostumatezze d'un libertino, non gli sarebbe certo venuto in mente di rivolgere la sua indignazione ai fatti medesimi.
Avrebbe disprezzato codesta persona non perché era un libertino ma perché non era nulla di meglio; non per le sue licenziosità, ma per la condizione psicologica che gliele faceva commettere; perché era stupido, o perché alla sua intelligenza mancavano i contrappesi spirituali... Sempre dunque per lo spettacolo di miseria, di squallore, d'ignavia che costui offriva. E lo avrebbe disprezzato allo stesso modo sia che il suo vizio consistesse in eccessi sessuali, sia nella passione smodata per il fumare o il bere.
E come per tutte le persone intente soltanto a potenziare le proprie facoltà mentali, anche per lui la presenza di impulsi voluttuosi o incontrollabili contava poco. Era una sua convinzione prediletta che la capacità di godere, il talento artistico, la raffinatezza della vita psichica fossero un ornamento a cui è facile ferirsi. Considerava inevitabile che una persona con una vita intima ricca e variata avesse dei momenti di cui gli altri non dovevano saper nulla, e ricordi da tenere in ripostigli segreti. E da una persona simile esigeva soltano che ne facesse poi un uso squisito. (p. 150, Einaudi, Torino 1990, trad. Anita Rho)

Si ha, cioè, in più di una pagina l'impressione che Törless si boicotti, cancelli progressivamente le tracce di quel processo spirituale - così lo chiama Robert Musil - che lo porta all'estromissione dal collegio e che si conclude fuori dall'ambiente asfittico dove il ragazzo era pur sempre un privilegiato. Se ha un qualche senso l'ottica hegeliana menzionata sopra, per raffigurare e definire il protagonista, allora si dovrebbe anche dire che abbiamo in questo romanzo una sostanziale continuità tra il piccolissimo Törless e il Törless giovane, mentre qualcosa si rompe a quel punto. Si verifica, detto in altri termini, una specie di segmentazione, un isolamento della gioventù (del titolo italiano) e della condizione di allievo (del titolo originale) rispetto a una crescita lineare dell'essere umano. Le esperienze - e i processi - che determinano il vissuto adulto, sono sì messi a fuoco, ma non trovano un posto poi nella persona come la si attende "configurata" al raggiungere di un equilibrio e di una stabilità. Senza contare, poi, che ne I turbamenti del giovane Törless l'età adulta è una proiezione, una distorsione della fantasia giovanile. I "giovani" non si preparano qui ad essere adulti, ma fantasticano e proiettano - come il protagonista - la propria speranza in quell'età che poi è il loro futuro.

Un pensiero tese tutto il suo. Anche gli adulti sono così? Il mondo è così? È una legge generale che vi sia in noi qualcosa che è più forte, più grande, più bello, più appassionato, più oscuro di noi? Qualcosa su cui abbiamo così poco potere, che possiamo spargere a caso mille granellini di semente, finché da uno di quei semi scaturisce all'improvviso come una scura fiamma e cresce fino al di sopra del nostro capo?... E in ogni nervo del suo corpo fremeva come risposta un impaziente "sì". (p. 120)

Törless è talvolta opaco, più ancora che oscuro: il mistero si dilata dinanzi ai suoi occhi e sembra abbagliarlo, ma il giovane non smette mai di contemplare, con la sua voglia di protendersi fino a ciò che gli sfugge, come accade al pescatore che dai guizzi della rete sente di aver catturato una preda importante, ma nonostante gli sforzi non riesce a tirarla su. Al suo confronto, la sediziosa lucidità del compagno Beineberg sugli adulti è farneticante:

adesso puoi vedere come è debole il punto di vista di quella gente, e come si contentano di poco. È tutta illusione, inganno, debolezza di mente! Anemia! L'intelligenza serve loro soltanto a escogitare una spiegazione scientifica, ma appena fuori, essa si congela; capisci quel che voglio dire? Ah, ah! Tutte quelle punte acutissime, di cui ci parlano i professori, così estremamente sottili che noi per adesso non siamo capaci neanche di toccarle, sono morte, congelate, m'intendi? Da tutte le parti si protendono questi meravigliosi ghiaccioli, e nessuno può farsene niente, tanto sono senza vita! (pp. 106-107)

E, più avanti:

... è un tuo difetto star sempre a guardare quel che fanno gli altri. Non sei abbastanza indipendente. Scrivere lettere a casa! In simili momenti pensare ai genitori! Che ragioni hai di credere che potrebbero capirti? Noi siamo giovani, un'altra generazione, forse siamo destinati a far cose che loro mai hanno sognato in vita loro. Io, almeno, sento che è così. (p. 158)

C'è qualcosa di tenero e di sanguigno, senz'altro di seducente, in questo errare del compagno, c'è qualcosa di immediato, di comprensibile e perfino di ammirevole nel tentativo di estirpare per sé - più ancora che di cogliere - la giovinezza dalla vita dell'uomo, di portarsela via a ogni costo. Ma il romanzo di Robert Musil non segue le lusinghe irrazionali e atroci di Beinenerg e Reiting, anzi attraverso Törless se ne tira fuori a ogni costo. E il suo seme di mistero che con tanta cura protegge dagli attacchi della propria sensualità deve fare i conti con l'ansia totalizzante di uscire da quella situazione confusa e turbinosa, un desiderio di quiete, di libri. Che questo silenzio sia mortifero è forse vero, ma almeno ci consente meglio di entrare nella modernità così come Musil ce la consegna: un'era nella quale, superati i "turbamenti" e il fantasticare attorno alle cose e all'età adulta, tutto si congela, le cose sono le cose e probabilmente resteranno sempre così. Non sai neanche quanto sia servito errare, affrontarsi, se poi non sai raccogliere tutto il tuo vissuto. Tutto accade, ecco tutta la saggezza.

Roberto Oddo

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